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紫微高照 - La stella polare che brilla alta nel cielo

紫微高照
Zǐ wēi gāo zhào
La stella polare che brilla alta nel cielo

孙玉声 (Sūnyùshēng), racconta della bestia famelica chiamata 年 (Nián) che mangia carne umana nella notte di capodanno


Carissimi amici,

la storia che sto per raccontarvi è liberamente ispirata a due articoli degli anni '30, che esplorano un'insolita tradizione della città di Shanghai.

Secondo questa tradizione, durante il periodo di Capodanno, le persone erano solite appendere un'immagine dell'Imperatore Celeste nell'atto di imprigionare un terribile mostro.

Come sempre, tutto ha inizio con un'antica leggenda...


La leggenda del temibile Wuzhiqi

Nei tempi antichi, il feroce 无支祈 (Wú zhī qí) scatenava caos e distruzione lungo il fiume Huai con tremende tempeste e inondazioni. 

Nessuno osava affrontarlo, finché 大禹 (Dà yǔ), eroe che tutti ricorderete come il grande domatore delle acque 大禹治水, decise che era giunto il momento di fermarlo.

Chiamò in aiuto 庚辰 Gēng Chén, il Dio della Stella Polare, signore del tempo e della velocità. 

Wuzhiqi, potente e scattante, tentò di sfuggirgli, ma Gengchen era più rapido, più astuto e con un balzo fulmineo, lo catturò, mettendo fine alla sua furia devastatrice.

Per assicurarsi che non seminasse mai più il terrore, Dayu lo incatenò con pesanti catene di ferro ai piedi del monte Guishan, nel corso inferiore del fiume Huai. 

Da quel giorno, le acque scorsero tranquille, e il popolo poté vivere in pace. 

Ancora oggi, l’immagine di Wuzhiqi imprigionato, legato a un palo scolpito, ricorda questa memorabile vittoria.


4000 anni dopo...


Il presagio di Sun Yusheng

Nell’edizione del 17 gennaio 1933 del giornale di Shanghai 《金刚钻》(Jīn Gāng Zuàn – “Il Diamante”), apparve un articolo destinato a lasciare il segno. L’autore, 孙玉声 (Sūnyùshēng), raccontava di una bestia famelica chiamata 年 (Nián), legando il suo mito all'antica tradizione:

"Nel periodo di capodanno c’è chi appende l’immagine del Dio della Stella Polare, l’Imperatore del Cielo. Sul rotolo c’è una bestia, incatenata dal Dio ad un pilastro di pietra.

Quest’essere ha il corpo di un cane, ma non è un cane.

Alcuni dicono che sia Tiangou, la Stella Divoratrice (Sirio). Altri giurano che sia il Nian, un mostro insaziabile, sempre affamato di carne umana. Per questo, l’Imperatore Celeste lo ha imprigionato, per impedirgli di seminare il terrore sulla terra.

Il momento più propizio per appendere questa immagine è il Capodanno.

Non so da dove provenga questa storia, e mi vergogno di ammettere che non ho modo di verificarne l’autenticità."

(liberamente tradotto dall'articolo originale).


Due anni più tardi

Shanghai, 1935.

Nel chiasso di un caffè affollato, Sun Yusheng sedeva in disparte, gli occhi persi nei suoi pensieri. 

I ricordi dell’infanzia sono i più tenaci, e quell’immagine del Nian incatenato dall'imperatore del cielo non lo aveva mai davvero abbandonato. 

Ora, però, quell'oscura entità non era più solo un’ombra del passato: era un'immagine vivida, palpabile, più reale che mai.

"Da bambino sentivo gli anziani dire che il nuovo anno è una bestia feroce. Sembra un leone, ma non lo è. Sembra un cane, ma non lo è. Un essere mostruoso, che nella notte di Capodanno esce con il favore delle tenebre per divorare carne umana."

Attorno a lui il locale brulicava di vita. I bambini si rincorrevano tra i tavoli, mentre giovani uomini giocavano a mahjong. Tutti erano in attesa del prossimo comunicato radio.

L’altoparlante si accese. 

La voce che ne uscì, metallica e stridente, annunciò senza alcuna esitazione, la ritirata delle forze di Mao Zedong verso i territori a nord-ovest.

Sun Yusheng rabbrividì e pensò fra sé e sè che se il Nian avesse avuto una voce, sarebbe stata proprio quella.

La folla che si era radunata per ascoltare il bollettino si disperse piano, come inghiottita da un’ombra invisibile. Era come se il mostro si fosse annidato tra loro, strisciando tra i tavoli, sfiorando le loro schiene e rubando la loro presenza un istante dopo l’altro.

Anche la fioca allegria che prima illuminava il locale sembrava essere stata soffocata, spenta come una candela sul punto di consumarsi.

La Cina a quel tempo era una nazione in ginocchio, consumata da decenni di colonialismo, dilaniata dai signori della guerra, con l’incombente minaccia giapponese dalla Manciuria e con l’unico esercito capace di difendere i più deboli, in ritirata verso nord ovest.

Sun Yusheng si voltò. Davanti a sé, oltre la soglia del locale si vedeva chiaramente il cielo stellato.

Sirio brillava gelida sopra di lui. 

Tiangou, la Stella Divoratrice sembrava in agguato. 

Forse quella vecchia profezia non era solo un racconto per bambini. Forse il Nian stava davvero per scatenare la sua furia sul paese.

E di lì a pochi anni, quella profezia si sarebbe avverata e avrebbe preso forma nell'immane vastità di tragedie che si sarebbe scatenata in Cina durante la seconda guerra mondiale.

Sun Yusheng prese il suo taccuino e riprese a scrivere, mentre attorno a lui le persone, una a una, tornavano lentamente alle loro case.

"Per scacciare questa bestia, ogni anno a Capodanno, la gente appende l’immagine del mostro incatenato dall’Imperatore del Cielo.

Ma esiste davvero?

Nei grandi classici non ve n’è traccia. Nemmeno nelle antiche leggende.

Eppure, l’idea di una creatura spietata che divora speranze e sogni si adatta fin troppo bene alla nostra epoca.

I poveri guardano alla fine dell’anno con terrore. Per loro ogni nuovo inizio è un’incognita, una minaccia. Ogni nuovo anno porta con sé pericoli e avversità, come se una belva affamata fosse pronta a sbranare le loro vite.

Dove troveremo qualcuno capace di incatenare questa bestia?

Chi avrà la forza di sconfiggerla, di liberare la gente dalla sua morsa, permettendo loro di superare l’inverno e di camminare, finalmente, sotto un cielo di armonia e di pace?"

(liberamente tradotto dall'articolo originale).


Lampade, petardi e il colore rosso per scacciare i disastri e le avversità

Anni dopo, in un articolo del Xinmin Evening News del 1959 intitolato “La storia del Nian”, si raccontava che, secondo la leggenda, il Nian teme la luce, il colore rosso e detesta i rumori forti.

Per questo, nella notte di Capodanno, la tradizione vuole che alle porte vengano appese pergamene rosse con frasi di buon augurio, mentre lanterne illuminano le strade e petardi esplodono accompagnati dal battito fragoroso dei tamburi.

Così, il Nian e la sventura restano lontani.


Il Nian la bestia famelica cinese scacciata dai petardi e dal colore rosso di Capodanno


Conclusioni

Speriamo vivamente che questo lungo viaggio vi sia piaciuto.  

Ci sono molti aspetti ancora da indagare su questa storia, tuttavia per ora ci fermiamo qui, sperando che questo breve racconto vi abbia commosso e ispirato, proprio come è successo a me.

金狄

一日三秋 yī rì sānqiū - Un giorno come tre autunni

 一日三秋
yī rì sānqiū
Un giorno come tre autunni

Chengyugushi italiano 一日三秋 yī rì sānqiū Un giorno come tre autunni


Carissimi @follower, il chengyu di oggi proviene dalla più antica raccolta di testi poetici cinesi di cui siamo a conoscenza: il celebre 诗经 (shījīng - il Classico delle Odi), uno dei cinque grandi classici della Cina antica.

Trattandosi di una raccolta di testi composti tra il X e il VII secolo avanti Cristo, decifrare con esattezza il senso di queste opere risulta piuttosto complesso e, in molti casi, gli storici devono limitarsi a fare congetture.

Lo Shijing è una raccolta di 305 componimenti ed è suddiviso in tre parti principali: canti popolari, odi cantate nelle festività o a corte e inni che fondono argomenti storici e religiosi. 
Questa classificazione si divide a sua volta in base ai vari regni che si sono succeduti durante la dinastia Zhou.

Se volete approfondire questa leggendaria raccolta, vi consiglio questo libro:

Origine dell’idioma 一日三秋

La canzone da cui deriva l’idioma di oggi è 《诗经·王风·采葛》. Questa dicitura non contiene solo il titolo dell’opera, ma è composta da tre parti:
  • 诗经 (Shījīng): il nome della raccolta di cui abbiamo parlato.
  • 王风 (Wáng Fēng): indica l’appartenenza di questa canzone ai canti popolari dello Stato di Wang.
  • 采葛 (Cǎi Gé – Cogliere il Kudzu): il titolo della canzone.

Testo della canzone 《诗经·王风·采葛》

彼采葛兮,一日不见,如三月兮。
Quella ragazza che coglie il Kudzu, non la vedo da un giorno, sembrano passati tre mesi!

彼采萧兮,一日不见,如三秋兮。
Quella ragazza che coglie l’artemisia, non la vedo da un giorno, sembrano passati tre autunni!

彼采艾兮,一日不见,如三岁兮。
Quella ragazza che coglie l’assenzio, non la vedo da un giorno, sembrano passati tre anni!


Significato della canzone

A volte, l’amore non si dimostra attraverso dolci parole o grandi gesta, e questa canzone ne è un esempio. Pur senza mai pronunciare la parola amore, infatti, Cogliere il Kudzu si erge come una confessione onesta e struggente della difficoltà di sopportare la distanza dalla persona amata. È un canto semplice, una diretta espressione del sentimento di nostalgia che accompagna l’essere umano, ora come migliaia di anni fa.

Quando si ama, il tempo del cuore si muove su un piano diverso rispetto al tempo fisico. Un solo giorno senza la persona amata diventa interminabile, e questo sentimento universale e senza tempo ha probabilmente ispirato questa canzone, dando vita all’idioma “un giorno come tre autunni” (一日三秋).


Cogliere il Kudzu: un poema il cui significato resta misterioso

Sebbene molti concordino sul fatto che il significato più probabile di questa canzone sia la nostalgia, non possiamo esserne certi. Cogliere il Kudzu resta un componimento avvolto nel mistero.

Non conosciamo il nome dell’autore né possiamo sapere con certezza ciò che provava quando scrisse queste strofe, ma possiamo ipotizzare che si trattasse di un uomo, poiché la raccolta delle erbe – di cui si parla – era tradizionalmente affidata alle donne.

Alcuni studiosi del passato ipotizzano, infatti, che la canzone potrebbe parlare della paura della critica sociale, ma anche essere una metafora delle abilità umane: tessitura, spiritualità e medicina, tre arti che richiedono tempi e sacrifici diversi per essere padroneggiate.

Alla base di quest’ultima teoria c’è il simbolismo delle piante citate nella canzone:
  • Il Kudzu, o vite selvatica, raccolto nella prima strofa, serviva per tessere gli abiti.
  • L’artemisia, nella seconda strofa, veniva utilizzata per i riti sacrificali.
  • L’artemisia absinthium (assenzio maggiore), menzionata nella terza strofa, era usata in medicina.
Difficile dire quale fosse l’intenzione originale del misterioso autore, ma chiunque fosse, difficilmente avrebbe immaginato che, millenni dopo, questa canzone avrebbe dato vita ad un idioma chengyu e mantenuto vivo il suo componimento nel tempo.


自知之明 zì zhī zhī míng - Chi conosce sé stesso è illuminato

自知之明
zì zhī zhī míng
Chi conosce sé stesso è illuminato

chengyugushi italiano - 自知之明 zì zhī zhī míng - Chi conosce sé stesso è illuminato


Il chengyu di oggi ci porta direttamente nel cuore del Tao Te Ching e potremmo tradurlo come segue: “Chi conosce sé stesso è illuminato” (自知之明, zì zhī zhī míng). 

Il Tao Te Ching  (道德经, dàodé jīng) è il libro fondamentale del Taoismo, una raccolta di precetti attribuito tradizionalmente al leggendario Lao Tse (老子, Lǎozǐ) che visse attorno al sesto o quinto secolo avanti Cristo durante la dinastia Zhou (周朝, Zhōu Cháo). 

Per tutti coloro che fossero interessati a conoscere il Tao Te Ching, ecco un libro della casa editrice Adelphi che decisamente consigliamo.

Tao tê Ching. Il libro della via e della virtù.


La leggenda sull’origine del Tao Te Ching 

Si narra che Lao Tse, stanco della decadenza e della confusione che regnavano nel regno di Zhou, decise di abbandonare il mondo caotico degli uomini per ritirarsi in solitudine. 

Durante il suo viaggio verso terre lontane, si imbatté in una sentinella di nome 尹喜 (Yǐn Xǐ). 

Yin Xi non era un uomo qualunque, ma una figura di profonda saggezza. Con la sua onestà e il suo cuore aperto, riuscì a toccare l’animo di Lao Tse, convincendolo a lasciare un’eredità preziosa: uno scritto che potesse trasmettere la sua saggezza agli uomini. 

Fu così che nacque il Tao Te Ching, un’opera destinata a lasciare il segno nella storia dell'uomo. Una volta terminato il manoscritto, Lao Tse si allontanò per sempre, lasciando dietro di sé una leggenda che avrebbe attraversato i secoli. 


Le origini dell'idioma chengyu 自知之明 

Questo idioma chengyu deriva dal 33° capitolo del Tao Te Ching, di cui qui di seguito trovate una possibile traduzione, anche se il chengyu si riferisce a quanto scritto nella prima riga. 

知人者智也,自知者明也。

 胜人者有力,自胜者强。 

知足者富,强行者有志,不失其所者久,死而不亡者寿。 

Colui che conosce gli altri è saggio, ma colui che consce sé stesso è illuminato.

Colui che vince gli altri è potente, ma colui che vince sé stesso è forte.

Colui che trova soddisfazione in ciò che possiede è ricco, colui che lotta per un obiettivo è ambizioso, colui che non dimentica le proprie responsabilità può vivere a lungo, ma colui che muore in se stesso trova l’eternità del Tao. 


Storia sull'idioma chengyu 自知之明

Il Primo Ministro di Qi, Zou Ji, era un uomo alto e affascinante, celebre per il suo bell’aspetto.

Un giorno, ammirandosi allo specchio, chiese alla moglie: "Chi è più bello, io o Xu Gong del nord della città?" Lei rispose prontamente che era lui il più bello. 

Non convinto, fece la stessa domanda alla concubina e poi a un ospite, ottenendo sempre la stessa risposta: lui era più bello di Xu Gong. 

Quando però incontrò di persona Xu Gong, Zou Ji si rese conto che la realtà era ben diversa: Xu Gong era chiaramente più affascinante di lui.

Perplesso, si chiese perché tutti gli avessero mentito. 

Capì che sua moglie lo lodava perché lo amava, la concubina perché lo temeva, e gli ospiti perché avevano interessi personali. 

Tutti questi complimenti gli avevano impedito di vedere sé stesso per come era veramente. 

Da questa storia emerge l’importanza di avere una conoscenza di sé rigorosa e onesta, per non cadere inconsapevolmente nell’adulazione degli altri e diventare schiavi dei loro secondi fini.   

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