Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti. Puoi scegliere se accettarli o rifiutarli.

旱魃为虐 hàn bá wèi nüè - Il demone della siccità imperversa

旱魃为虐
hàn bá wèi nüè
Il demone della siccità imperversa


Guardavo il mio signore salire in un silenzio cupo la lunga scalinata che conduce all'altare del sacrificio. Sopra di lui il cielo era grigio e silenzioso, le nubi parevano manciate di cenere disperse nell'aria. Sotto di lui la terra arida accoglieva silente i fiori appassiti del patio, mentre lunghe e aride crepe parevano averla dissanguata.

La siccità era come una tigre. Stringeva fra le sue fauci il mondo in agonia, attendendo con pazienza implacabile che esso smettesse di dibattersi. I suoi occhi erano come quel cielo cupo: imperturbabili e velati di ferocia.

La preghiera del mio signore, il Re Xuan, si levò verso il cielo, ma per qualche motivo il cielo pareva aver smesso di ascoltarlo.

Io ero incaricato di esprimere il suo dolore attraverso la poesia, e adempivo il mio compito con diligenza quel giorno, come ogni altro di quel lungo periodo di siccità.

D'un tratto il mio signore si interruppe. I suoi occhi erano sbarrati dall'orrore, fissi su un punto non molto lontano, al lato opposto del patio. Parevano aver visto un fantasma.

Si voltò verso di me, il suo volto che da sempre aveva espresso la forza di chi sopporta una sfida difficile con dignità e onore, quel giorno, si velò di terrore:

"L'hai vista?" Mi chiese.

"Mio signore non ho visto nulla. Permettete che vi porti dell'acqua, riposate all'ombra."

Poi il suo cuore riprese il controllo su quella subitanea paura e mormorò: "Un tempo doveva essere stata la creatura più bella che abbia mai posato piede su questo mondo. Oggi è un demone che cammina tra noi."

Le sue misteriose parole mi turbarono. Mi chiedevo di chi o cosa stesse parlando.

Quella notte, non riuscivo a dormire. 

La stanza era afosa, l'aria pesante come un mantello di ferro. Mi alzai e uscii nel cortile del palazzo. La luna era un disco pallido, malato, e le stelle sembravano lontane e indifferenti. Camminai fino al bordo del giardino. Lì dove un tempo scorreva un ruscello, ora c'era solo una crepa che divideva il terreno come una lunga ferita incapace di rimarginarsi.

Seguii quella lunga cicatrice con lo sguardo e fu lì che la vidi. Pareva una principessa, pallida come la morte, la sua mano magra e ossuta conficcata sul terreno a chiusura di quel lungo solco.

Non era un'ombra, non era un sogno, non era un'allucinazione. Era reale, palpabile, terribile. I suoi capelli bianchi ed essiccati tremavano nell'aria immobile come privi di peso. Attorno a me il mondo iniziò ad ardere. Nel suo sguardo rividi gli occhi della tigre. 

Ricordo il divampare di una peonia. Mentre uno a uno i suoi petali si arricciavano al calore rovente ogni mio segreto veniva svelato.

Fuori il mondo ardeva, dentro il mio cuore ardeva con lui.

Tornai al mio studio in uno stato di incoscienza, privo di ricordi. Presi il pennello e completai la poesia di quel giorno laddove il mio signore si era fermato:

旱魃为虐、如惔如焚。
hàn bá wèi nüè, rú tán rú fén.
Il demone della siccità imperversa e il suo fuoco divora l'interno come l'esterno.


Un'ode dallo 诗经 (shījīng)

La prima apparizione di 旱魃 (hàn bá - demone della siccità) nella letteratura cinese si trova nello Shijing, il Classico della Poesia, un'opera antichissima di cui abbiamo già parlato in altri articoli di questo blog. 

Il componimento in cui compare si intitola 《云汉》 (Yún Hàn), che significa "Fiume di nuvole",  un nome poetico con cui gli antichi chiamavano la Via Lattea, ed è attribuito al poeta di corte 仍叔 (Réng Shū).

La poesia descrive l'angoscia del re Xuan di Zhou (周宣王, regno 827–782 a.C.) durante la terribile siccità che aveva colpito il regno. I versi trasmettono un senso profondo di impotenza cosmica: il sovrano, che dovrebbe essere il mediatore tra il Cielo e la Terra, si scopre ignorato, abbandonato.

旱魃 (hàn bá - demone della siccità) appare qui per la prima volta al centro di questo poema, forse più come concetto che come entità demoniaca vera e propria: una ierofania elementare che, con l'acutizzarsi della calamità e della sofferenza che porta alle genti, pare farsi sempre più umana. È ancora una figura senza nome, senza storia, senza volto: è la siccità personificata, un demone che colpisce senza motivo, una forza cieca e distruttiva.


La nascita di una figura tragica: Hanba come figlia dell'Imperatore Giallo

Il mito si arricchisce di una storia solo secoli dopo, nello 山海经 (shānhǎi jīng), il Classico dei Monti e dei Mari, composto tra il IV e il I secolo a.C. Qui, per la prima volta, Hanba riceve un nome proprio: 女魃 (nǚ bá) e una genealogia: è la figlia dell'Imperatore Giallo 黄帝 (huángdì).

La storia è affascinante e drammatica. Durante la battaglia decisiva contro 蚩尤 (chīyóu), le forze dell'Imperatore Giallo vengono messe in difficoltà da una tempesta scatenata dal dio del vento e dal dio della pioggia. L'Imperatore chiama allora in suo aiuto la figlia, Nüba, che ha il potere di fermare la pioggia e il vento e di emanare un calore ardente e una luce abbaglianti. Grazie al suo intervento, Chiyou viene sconfitto.

Ma il trionfo ha un prezzo. Nüba consuma tutte le sue energie divine e non può più tornare in cielo. La sua stessa presenza sulla terra diventa una maledizione: ovunque vada, la pioggia cessa e la siccità imperversa. Così l'Imperatore Giallo, per salvare il mondo, la esilia in una regione remota a nord del 赤水 (chìshuǐ - Fiume Rosso, un fiume menzionato nell'opera ma che non è presente nella mappa odierna). 

Ma lei è irrequieta, spesso fugge, e il popolo la scaccia con riti e invocazioni: "Dea, viaggia verso nord!"

In questa versione, Hanba non è più un demone impersonale, ma una eroina caduta, una figlia esiliata, una vittima della necessità cosmica. 

Il mito si carica di una tragicità umana che lo Shijing non conosceva.


Contesto storico: perché la figlia dell'Imperatore Giallo?

La trasformazione di Hanba da demone a figlia dell'Imperatore Giallo non è un semplice abbellimento narrativo. È il prodotto di un processo di sistemazione mitologica e culturale che ha ragioni insieme religiose, cosmologiche e, solo in parte, politiche.

L'Imperatore Giallo, come figura mitologica, non è sempre esistito. Le prime tracce del suo culto compaiono nel periodo degli Stati Combattenti (V-III secolo a.C.), quando i vari regni cinesi sentono il bisogno di un antenato comune che possa legittimare le loro pretese e unificare simbolicamente il paese. L'Imperatore Giallo diventa così il capostipite di tutti i popoli cinesi, il fondatore della civiltà.

In questo processo di unificazione culturale e religiosa, le divinità e i demoni locali vengono progressivamente "assorbiti" nella genealogia dell'Imperatore Giallo. Diventano suoi figli, suoi ministri, suoi nemici. Non è un atto di potere consapevole, ma un movimento spontaneo della tradizione: man mano che Huangdi diventa il centro del pantheon, tutte le figure divine finiscono per ruotargli intorno. Hanba, il demone della siccità, viene così integrata nell'ordine cosmico. Non è più una forza caotica e incomprensibile, ma una figura con una storia, un padre e un ruolo preciso.

Ma la storia di Hanba è anche un esempio di sacrificio necessario per l'equilibrio cosmico. La figlia dell'Imperatore Giallo, che pure lo ha salvato, viene esiliata perché la sua presenza è diventata incompatibile con l'armonia del mondo. Non è una punizione, ma una necessità: come si spegne un incendio per salvare la foresta, si allontana Nüba per salvare la terra.

In questo modo, l'Imperatore Giallo non "sacrifica" sua figlia per dimostrare di essere giusto: agisce come sovrano cosmico, mettendo l'ordine dell'universo prima dell'affetto paterno. Il popolo, che pure sente compassione per la sorte di Hanba, accetta l'esilio perché comprende, o intuisce, che la sua presenza è una minaccia per tutti. È una comprensione dolorosa, non una giustificazione ideologica.

Ma c'è una terza ragione, forse la più profonda, che spiega perché Hanba sia diventata figlia dell'Imperatore Giallo: il bisogno di umanizzare la catastrofe.

La siccità, nello Shijing, è un male cieco e impersonale. Colpisce senza motivo, ignora le preghiere, non risponde a nessuna logica. È il caos puro, e il caos puro è insopportabile per la mente umana. Allora la tradizione fa ciò che l'umanità ha sempre fatto di fronte all'impensabile: dà un volto al terrore.

Hanba diventa una donna, una principessa, una figlia. Non è più un demone astratto, ma una figura con una storia, un padre, un dolore. E in questo modo, la siccità smette di essere un castigo arbitrario e diventa il dolore di una figlia esiliata, la conseguenza tragica di un atto eroico. Se la siccità ha una storia, allora ha anche una fine possibile. Se Hanba è una figlia, allora può essere compresa e forse anche placata.

Il confucianesimo e l'ordine sociale

Concludiamo questo capitolo con un pensiero al Confucianesimo classico per cui è impossibile non riconoscerne la natura profondamente ordinatrice. Ma ogni ordinamento porta con sé una gerarchia che, come nel caso di Hanba, arriva a giustificare il sacrificio del singolo in nome dell'armonia collettiva.

Per la mente occidentale, intrisa di cultura neoliberale, dove la competizione senza quartiere è riconosciuta come il mezzo più effettivo per il benessere dell'individuo e la sua scalata sociale, questo tipo di approccio collettivista, in cui il bene comune è messo sempre prima di ogni altra cosa, richiama certe visioni distopiche che la nostra dottrina ha spesso evocato, talvolta con un misto di fascinazione e orrore, quasi a impedire altre possibili visioni di società.

Ma è necessario riflettere su un aspetto fondamentale che la cultura cinese di oggi rappresenta non senza talvolta delle contraddizioni: il confucianesimo non ha solo uno spirito per così dire ordinatore, ma ha in sé un cuore profondamente umanitario, il concetto cardine di benevolenza verso l'umanità: 仁 (rén). 

Nei 论语 (lún yǔ - dialoghi di Confucio), il Maestro dice: 

己所不欲,勿施于人
jǐ suǒ bù yù, wù shī yú rén
Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.

È nel principio del ren che il confucianesimo rivela tutta la sua profonda umanità.

In questo contesto, l'esclusione non è più un'emarginazione imposta da un despota onnipotente, ma diventa un sacrificio volontario volto al bene comune e riconosciuto con gratitudine. 

Lo sforzo per raggiungere un obiettivo non è più una scalata competitiva che punta a schiacciare il prossimo, ma uno sforzo cosciente guidato dal bene verso la comunità e la propria famiglia. E il proprio umile ruolo nella società non è più visto come una fonte di disonore, ma come un incarico da portare avanti al meglio per raggiungere il bene comune, così come ruoli di grande prestigio sono associati a grandi responsabilità.

La natura della compassione e i due corpi del dolore

Abbiamo lasciato Hanba sulla soglia di una trasformazione. Nello Shijing è ancora un flagello senza nome: la siccità personificata, una furia cieca che colpisce senza motivo e ignora le preghiere. 
Secoli dopo però, nello Shanhaijing, quella furia acquista un volto: diventa 女魃, la figlia dell'Imperatore Giallo, un'eroina che in un estremo atto di sacrificio da fondo a tutte le sue energie e si trasforma, suo malgrado, in un demone ripudiato dal cielo e dalla terra.

Ma perché questo passaggio è così importante? Cosa ci dice, non sulla mitologia cinese, ma su di noi?

Per rispondere dobbiamo parlare dei due corpi del dolore.

Il primo corpo del dolore è quello fisico. È dato, non lo scegliamo, non lo controlliamo. Ha una sede nel corpo, una causa materiale, un limite naturale: finisce quando finisce il corpo, o quando finisce la ferita. È una quantità. Si può misurare, sopportare, a volte curare; ma soprattutto: ha una fine. Sempre. Anche la fame più atroce quando finisce con la morte. Oltre quel punto, non c'è più nulla da soffrire.

C'è poi un secondo corpo del dolore, quello psichico. Non ha sede nel corpo, non ha una causa materiale, non ha un limite naturale. E non è semplicemente "il dolore fisico più intenso": è un'altra cosa. È la proiezione del dolore nella nostra mente e tutte le immagini, le emozioni e il delirio che, in diversa misura, con esso ci assalgono.

La fame, la sete, la perdita, fisicamente identiche, possono essere vissute in modi radicalmente diversi a seconda di cosa significano per noi. Il dolore fisico è una quantità. Il dolore psichico è in un certo senso la qualità. E la qualità può rendere il dolore fisico mille volte più devastante, oppure, in certi casi, rende sopportabile le pene più dure.

La necessità di porre un limite al dolore


Ora immaginiamo la siccità dello Shijing. È caos puro. Non ha volto, non ha nome, non ha storia. Colpisce senza motivo, ignora le preghiere, non risponde a nessuna logica.

Cosa significa questo per chi la subisce? Significa che il suo dolore è assurdo. Non ha causa, non ha direzione, non ha senso. E qui tocchiamo il punto più profondo di tutta questa riflessione:

Un dolore assurdo potrebbe non finire mai, perché se una cosa non ha ragione di esistere, non ha nemmeno ragione di finire.

Ecco ciò che lo rende tanto insopportabile. Un dolore con una causa ha, per ciò stesso, un limite. Se so perché soffro, so anche, almeno in linea di principio, cosa dovrebbe succedere perché io smetta di soffrire o cosa devo aspettare. La causa è la misura della fine.

Posso dire: "Sto soffrendo per questo." E dicendo "per questo", ho già circoscritto il dolore. L'ho messo in una scatola. La scatola ha un coperchio, e un giorno quel coperchio si chiuderà.

Un dolore senza causa, invece, è illimitato. Non ha un dentro e un fuori, perché non ha una forma. Non ha un prima e un dopo, perché non ha un inizio. Se non c'è una ragione per cui è cominciato, allora non c'è nemmeno una condizione che lo faccia cessare. È infinito non nel senso che dura per sempre, ma nel senso che non ha nulla che lo contenga. È uno spazio senza pareti.

E la mente umana non può abitare uno spazio senza pareti. Si perde, impazzisce, si dissolve.

L'assurdo non è solo doloroso: è insopportabile, perché non offre nessun appiglio, nessuna via d'uscita, nessuna fine.

Ecco allora perché la mente deve trovare una causa. Non è un lusso, non è una debolezza: è una necessità strutturale. La mente non può sostenere l'assurdo. Allora fa l'unica cosa che può fare: inventa una causa. Costruisce un volto. Chiama il dolore "Hanba".

E nel momento stesso in cui la mente dà una causa al dolore, il dolore acquista un limite. E nel momento stesso in cui acquista un limite, diventa sopportabile. Non perché il dolore fisico diminuisca, la siccità resta siccità, il raccolto muore, la gente muore. 

Ma perché il dolore psichico, quello che non finiva mai perché non aveva ragione di finire, ora ha una fine possibile. La fine è implicita nella causa. Se la siccità ha un volto, allora quel volto può essere placato, allontanato, perdonato. E se può essere perdonato, allora il dolore ha un dopo.

Questo è il senso profondo del passaggio dallo Shijing allo Shanhaijing. Non è un abbellimento narrativo. È l'umanità sofferente che, dopo secoli, dà un volto al flagello per renderlo abitabile.

Perché non basta l'odio

Ma allora perché non possiamo semplicemente dire: "Hanba è malvagia, la odio, la combatto"? Perché non basta l'odio a dare un senso al dolore?

Perché l'odio dà una causa, sì, ma una causa che non finisce. Se il demone è puro male, allora il male non ha fine e quindi il mio dolore non ha fine. L'odio mi dà un nemico, ma un nemico eterno. Mi dà una storia, ma una storia senza ultimo capitolo. E una storia senza ultimo capitolo è, di nuovo, l'assurdo. Ho solo spostato il problema: prima il dolore era infinito perché senza causa, ora è infinito perché la causa è infinita.

L'odio non chiude il cerchio. Lo lascia aperto all'infinito. E anche in questo caso parleremmo di un dolore illimitato.

La compassione come rimedio al dolore

La compassione, invece, fa qualcosa di diverso. Dà al male una causa che è, essa stessa, dolore. 

E il dolore, questo è il punto, ha una fine. Prima o poi, ogni dolore finisce: si placa, si esaurisce, muore. Se Hanba soffre, allora Hanba può essere consolata. Se Hanba può essere consolata, allora la siccità può finire. E se la siccità può finire, allora il mio dolore ha un dopo.

Ecco perché la compassione non è solo più nobile dell'odio, diventa più logica dell'odio. È l'unica interpretazione che chiude il cerchio. L'odio lascia il cerchio aperto all'infinito; la compassione lo chiude.

E qui arriviamo alla frase che riassume tutto:

Così allora nasce la bontà, nasce la comprensione, dalla compassione. Nasce dal bisogno disperato di porre un limite al dolore.

Ripercorriamo la catena

Ripercorriamo ora l'intero cammino, perché è una catena, e ogni anello ha una sua logica:

Il dolore arriva dal cielo. È impersonale, incomprensibile, muto. L'uomo non sa contro chi rivolgere la sua rabbia.

Il dolore si trasforma in odio verso un'entità esterna. Per sopportare l'insopportabile, l'uomo crea un colpevole: il demone, la furia, Hanba. Ora c'è un volto su cui scaricare l'odio.

Ma poi nasce il bisogno di capire. Perché quel demone ci fa del male? E qui avviene la svolta: si scopre che Hanba non è malvagia. È una figlia che ha salvato il mondo, che ha consumato le sue forze, che è stata esiliata. È la prima a soffrire.

E allora nasce la compassione. Non verso la vittima soltanto, ma verso il carnefice stesso. Perché il carnefice è, in realtà, la vittima originaria.

Questo ribalta la logica comune. Di solito pensiamo: provo compassione → quindi perdono. Ma il cammino è l'inverso: ho bisogno di capire → scopro che il male ha una storia → quella storia è dolore → nasce la compassione → e da lì, il perdono.

La compassione, quindi, non è un lusso morale. È l'unico modo che abbiamo per non essere schiacciati dal dolore.


万马齐喑 (wàn mǎ qí yīn) - Diecimila cavalli, tutti ammutoliti

 万马齐喑
(wàn mǎ qí yīn)
Diecimila cavalli, tutti ammutoliti



Pechino, 1839.

Uno scossone, poi un grido soffocato. La ruota della carrozza era finita in una pozzanghera e aveva schizzato fango su un passante. L'uomo non protestò. Si limitò a guardarsi la veste sporca, poi abbassò la testa e riprese a camminare. Anche lui taceva. Il cocchiere non si fermò, non si voltò. Schioccò la frusta con più forza del necessario, come se la colpa fosse della strada, del tempo, di chiunque tranne che di noi due. I cavalli protestarono con un nitrito strozzato, la carrozza sobbalzò di nuovo, e io sobbalzai con lei.

Dentro la cabina, l'aria sapeva di polvere e di fumo. Il piccolo braciere di bronzo ai miei piedi non bastava a scaldare le ossa. Mi sedevo su una panca di legno, con cuscini consunti, e guardavo fuori dal finestrino a griglia. La Città Proibita si allontanava alle mie spalle. Anche lei taceva. Tutti tacevano, in questo impero che avevo imparato a disprezzare e ad amare con la stessa intensità.

Me ne andavo. Mi avevano gentilmente invitato a farlo, a dire il vero. Le mie poesie, i miei memoriali al trono, le mie critiche, sempre velate, sempre cortesi, ma pur sempre critiche, erano diventate scomode. E quando un uomo diventa scomodo nella Cina dei Qing, la strada è la sua unica compagna.

Attraversammo il quartiere degli altari sacrificali. Ordinai al cocchiere di fermarsi un momento per ammirare il grande altare del Cielo che si stagliava contro un tramonto color rame ossidato. Per un istante, la sua mole mi trasmise qualcosa di antico, un'eco di quando il Figlio del Cielo parlava con le forze che governano l'universo. Ma quell'eco era fioca. Soffocata. Come ogni altra voce, ormai.

Pensai ai giovani letterati che avevo incontrato nei caffè di Pechino. Pieni di talento, di idee. Ma zitti. Attenzione, non erano sciocchi: sapevano esattamente cosa stava succedendo. L'oppio britannico che drenava l'argento del tesoro imperiale. Le navi da guerra straniere che premevano sulle nostre coste. La corruzione dei mandarini. La rigidità della burocrazia. Sapevano tutto. E tacevano.

Così come tacevano i funzionari a corte. Così come taceva l'esercito. Così come taceva, in un silenzio assordante, l'intera Cina.

L'immagine mi colpì all'improvviso, con la violenza di un pugno nello stomaco. Mi chinai sul tavolinetto di legno, afferrai il pennello. L'inchiostro era quasi gelato, ma non mi importava. Scrissi:

九州生气恃风雷
jiǔzhōu shēngqì shì fēngléi
La vitalità della Cina dipende da tempesta e fulmine

Sì, la vita non torna da sola. Serve una forza violenta, primordiale, che squarci questo velo di morte apparente. Un temporale che rompa l'afa.

万马齐喑究可哀
wàn mǎ qí yīn jiū kě āii
Diecimila cavalli tutti ammutoliti, quali miseria

Diecimila cavalli. La Cina dovrebbe essere questo: una mandria di destrieri scalpitanti, pieni di fuoco. Invece, non un nitrito. Non uno zoccolo che batte. Solo un silenzio di tomba. E la cosa più straziante è che i cavalli ci sono. Sono vivi. Sono solo ammutoliti dalla paura, come dei miserabili.

我劝天公重抖擞
wǒ quàn tiāngōng zhòng dǒusǒu
Io esorto il Signore del Cielo a scuotersi di nuovo

Non è una preghiera umile. È quasi un ordine. Sveglia, Signore del Cielo. Guarda cosa è diventata la terra che dovresti proteggere. Scuotiti dal tuo torpore, come noi dovremmo scuoterci dal nostro.

不拘一格降人才
bù jū yī gé jiàng réncái.
E a mandare uomini di talento senza badare a schemi rigidi

Mandaci persone vere, con idee vere, non importa se non rientrano nei canoni. Mandaci qualcuno che rompa questo silenzio.

Posai il pennello. La carrozza riprese il suo percorso sobbalzando. Il cocchiere taceva ancora.

Non sapevo, in quel momento, che la tempesta che invocavo stava per arrivare. 

Di lì a pochi mesi infatti, i cannoni britannici avrebbero aperto la Prima Guerra dell'Oppio. La storia avrebbe squarciato il silenzio nel modo più violento possibile.

E io? Io sarei morto due anni dopo, nel 1841, senza vedere né la tempesta né le sue conseguenze. Ma quei quattro versi, scritti su un tavolinetto traballante mentre lasciavo la mia vita alle spalle, avrebbero viaggiato più lontano di me.


La civiltà e la sua ombra: una lettura Spengleriana

Ci sono epoche che generano vita. E ce ne sono altre che la conservano in formalina. Carissime lettrici e carissimi lettori, oggi concedetemi di basare la mia lettura dei fatti di questa storia chengyu da una prospettiva occidentale. La prospettiva di un filosofo il cui pensiero trovo particolarmente profondo e illuminante: Oswald Spengler. Filosofo per cui la linea di confine tra le due epoche sopra citate è la transizione graduale fra Cultura e Civiltà.

La Cultura è la primavera di un popolo. È il momento dell'Ur-Akt, l'atto primordiale con cui un'anima collettiva prende coscienza di sé e genera i suoi simboli: la cattedrale gotica, la tragedia greca, i Dialoghi di Confucio. È un'esplosione di creatività che non guarda al passato per nostalgia, ma per trarne il fuoco con cui accendere il futuro.

La Civiltà è il suo autunno e inverno. L'anima si spegne. Le forme si irrigidiscono. L'arte diventa decorazione, la filosofia diventa scetticismo, la religione diventa rituale vuoto. Non si crea più: si amministra. Non si esplora: si ripete.

La Cina del 1839, quella del protagonista di questa storia: Gong Zizhen (龚自珍 gōngzìzhēn) vedeva dal finestrino della sua carrozza, era esattamente questo: una Civiltà al tramonto, un Impero Mondiale che aveva esaurito la sua spinta creativa e si reggeva solo sulla potenza dell'inerzia. La cultura sinica, nata con Confucio e fiorita con gli Han, era diventata una macchina perfetta e senz'anima. Il sistema degli esami imperiali, nato per selezionare il talento, era diventato un meccanismo per produrre conformismo. La poesia era un esercizio di stile. La filosofia era commento dei classici.

In una fase del genere, la riscoperta del passato – il grande tema che abbiamo esplorato parlando di Confucio – cambia completamente di segno. Non è più l'atto fondativo di un eroe culturale che prende i semi di un'epoca mitica per piantare una nuova foresta. È il gesto di un collezionista che accumula oggetti morti in un museo. È nostalgia pura. È un gigantesco "come se".

Ma Gong Zizhen non è un collezionista. Non è un uomo della decadenza che si consola con le antichità. È qualcosa di più raro e pericoloso: è un uomo della decadenza che riconosce la decadenza e la denuncia. Non propone di restaurare il passato. Non invoca un ritorno ai Zhou o ai Tang. Invoca una tempesta. Un fulmine. Una forza primordiale che rompa il sarcofago di formalina in cui la Cina si è rinchiusa.

Per questo la sua poesia è ancora viva. Perché non è il lamento di un antiquario. È il grido di chi, in pieno inverno, sente che sotto la neve qualcosa potrebbe ancora germogliare. E chiama la primavera a colpi di tuono.


Il chengyu: significato e uso

Da questa profonda e infocata poesia di Gong Zizhen è nato il chengyu 万马齐喑 (wàn mǎ qí yīn). Letteralmente: diecimila cavalli, tutti ammutoliti.

Il significato è limpido e terribile: una situazione di stagnazione e conformismo in cui ogni voce è soffocata, ogni dissenso tace, ogni creatività è spenta dalla paura o dalla pressione sociale. Non è il silenzio della pace. È il silenzio della tomba.

L'immagine funziona proprio per il contrasto. I cavalli non sono animali silenziosi. Scalpitano, nitriscono, mordono il freno. Sono vitalità pura. Immaginare diecimila cavalli, tutti insieme, e non sentire un suono, è un'immagine contro natura. È la vita ridotta a un tableau vivant, a una natura morta.

Oggi si usa in ambito politico e sociale per denunciare un clima di censura e autocensura, dove nessuno osa parlare per paura di ritorsioni.

In ambito aziendale o istituzionale, descrive un'organizzazione in cui il capo ha schiacciato ogni spirito critico e regna un conformismo plumbeo.

In ambito culturale, può indicare un'epoca di stagnazione artistica, dove nessuno produce nulla di veramente nuovo e tutti ripetono formule stanche.

Non è un chengyu da conversazione da bar. Ha un tono solenne, letterario. Ma è perfettamente riconosciuto: ogni cinese colto sa da dove viene e cosa significa. E proprio per questo, quando appare in un discorso o in un articolo, porta con sé tutto il peso della sua origine. Non stai solo dicendo "c'è silenzio". Stai dicendo: "Questo silenzio è innaturale, è imposto, ed è il sintomo di una malattia profonda".


L'Occidente e i diecimila cavalli

Due secoli dopo la carrozza di Gong Zizhen, un altro inverno di civiltà è da tempo iniziato, un altro silenzio avvolge stavolta l'Occidente, proprio come predetto oltre un secolo fa da Oswald Spengler nel suo profetico "Il tramonto dell'occidente".

Non è il silenzio dell'assenza di informazione. Mai come oggi siamo sommersi da notizie, immagini, dati. Eppure, proprio questo diluvio può diventare una forma di silenzio: quando l'informazione è tanta, ma la narrazione è una sola.

I crimini inumani in corso a Gaza vengono documentati in tempo reale. I numeri sono pubblici. Le immagini sono pubbliche. Le testimonianze delle organizzazioni internazionali, i rapporti delle Nazioni Unite, le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia che parlano di genocidio e di crimini di guerra: tutto è pubblico. Non siamo nell'ombra. Siamo nella luce accecante di un faro.

Eppure, il silenzio c'è.

Non un silenzio totale, certo. Ci sono voci che gridano: attivisti, giornalisti indipendenti, accademici, cittadini che scendono in piazza. Ma il mainstream, la grande macchina della narrazione ufficiale, produce un suono diverso: un ronzio costante che non è voce, ma rumore di fondo.

Ed è qui che 万马齐喑 wàn mǎ qí yīn rivela la sua attualità più scomoda. Perché il silenzio dei cavalli non è necessariamente mutismo. Può essere anche il nitrito uniforme, la risposta automatica, la frase fatta. I cavalli possono anche emettere suoni. Ma se quei suoni sono tutti uguali, se ripetono la stessa nota, allora siamo ancora dentro l'immagine. Non è il silenzio dell'assenza di rumore. È il silenzio dell'assenza di voce.

Ma il chengyu di Gong Zizhen non è solo una diagnosi. È anche, nel suo contesto originale, un'invocazione. Il poeta non si limita a descrivere il silenzio: chiama la tempesta.

La domanda che ci lascia è scomoda: esiste ancora, in Occidente, la possibilità di una tempesta? O il sistema è così abile da assorbire ogni dissenso, trasformandolo in un prodotto di nicchia, in una sottocategoria di mercato, in un trend da social media che dura una settimana e poi scompare?

Forse la risposta è nella poesia stessa. Gong Zizhen non scriveva per i posteri. Scriveva per sé, su un tavolinetto traballante, mentre lasciava la capitale. Non sapeva se qualcuno lo avrebbe letto. Non sapeva se la tempesta sarebbe arrivata. Eppure scrisse.

I diecimila cavalli tacciono. Ma il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte, stia scrivendo, parlando, gridando, anche senza sapere se sarà ascoltato, significa che il silenzio non è totale. Un nitrito, flebile, si sente ancora. La domanda è se diventerà un coro, o se sarà inghiottito dalla notte.

Gong Zizhen morì nel 1841. La sua poesia no.


卖身葬父 Mài shēn zàng fù - Vendere se stesso per seppellire il padre

卖身葬父
Mài shēn zàng fù
Vendere se stesso per seppellire il padre


Mio padre era tutto ciò che avevo al mondo. 

Mia madre se n'era andata quando ero piccolo, e lui non si era mai risparmiato per me. Quando ero malato, vegliava su di me tutta la notte; quando avevo fame, lui mangiava meno per lasciare più cibo nel mio piatto.

Ricordo che da bambino lo seguivo nei campi. Lui arava e io, seduto su un carretto, lo guardavo. Mi insegnava il nome degli alberi e il verso degli uccelli.

Negli ultimi anni, le sue gambe non lo sorreggevano più. Allora ero io a portarlo con me, su quel carretto che un tempo portava me. Era diventato leggero come una piuma, e questo mi spezzava il cuore.

L'ho accudito fino all'ultimo istante. Ho vegliato il suo sonno, gli ho preparato zuppe calde, gli ho raccontato storie per farlo sorridere. Quando il suo respiro si è fatto sottile come un filo di seta, gli ho preso la mano e gliel'ho stretta forte. E quando quel respiro si è spento, ho sentito il mondo crollarmi addosso.


Ricordo il momento esatto in cui il suo respiro si è spento. Gli tenevo la mano stretta, e quando è diventata fredda, ho sentito il mondo crollarmi addosso.

Non avevo nemmeno i soldi per una degna sepoltura. La cosa più umiliante che potessi immaginare: l'uomo che mi aveva cresciuto con amore rischiava di essere sepolto in una fossa comune.

Ricordo che ho vagato per giorni, chiedendo aiuto ai vicini. Ma erano poveri quanto me. Di notte non dormivo: vedevo il volto di mio padre, i suoi occhi buoni, e sentivo il peso del mio fallimento.

Così presi una decisione, firmai il 卖身契 (Màishēnqì), il contratto con  cui vendetti me stesso per pagare il funerale. Non sarei più tornato a casa.

Ricordo che comprai la bara più bella che mi potei permettere. Scelsi un posto tranquillo, sotto un albero di gelso, dove mio padre amava riposare nei pomeriggi d'estate. Lo vestii con gli abiti nuovi e lo seppellì.

Piansi per ore, fin quando non fu il momento di partire.


Iniziai il viaggio verso la casa del padrone

Dopo il funerale, iniziai il mio cammino verso la casa del padrone. Ogni passo mi allontanava da casa, dalla tomba di mio padre, da tutto ciò che avevo conosciuto. Il peso del contratto era come un macigno sul petto: sapevo che stavo camminando verso la schiavitù, ma non c'era altra scelta.

Ricordo che camminavo sotto il sole cocente quando sentii una voce dolce chiamarmi. Pensavo a mio padre, alle sue mani callose, al suo sorriso stanco. Mi chiedevo se sarebbe stato fiero di me, se avrebbe capito la mia scelta, o se si sarebbe vergognato di avere un figlio che aveva venduto la propria libertà per quattro monete.

Ero così perso nei miei pensieri che quasi non la vidi. Una voce dolce mi chiamò: "Perché sei così triste?" mi chiese.

Mi voltai. Sotto un albero di gelso, c'era una donna bellissima. I suoi abiti sembravano tessuti con la seta delle nuvole al tramonto, e i suoi occhi brillavano come stelle cadute sulla terra. Non avevo mai visto una creatura così luminosa, eppure nei suoi occhi c'era una dolcezza che mi fece sciogliere il cuore.

«Ho seppellito mio padre, risposi, e la voce mi uscì roca. Ho venduto me stesso per dargli una degna sepoltura. Ora vado dal mio nuovo padrone, per servirlo finché il debito non sarà saldato. Ma il debito è grande, e so che non potrò mai tornare a casa.»

Lei mi ascoltò in silenzio. I suoi occhi si riempirono di compassione, e per un momento mi sembrò che il mondo intorno a noi si fosse fermato. Poi, con un sorriso luminoso come l'alba, mi disse:

«Lasciami diventare tua moglie. Verrò con te e ti aiuterò a saldare il debito. Poi potrai tornare a casa, libero.»

Rimasi senza parole. Come poteva una sconosciuta, una donna così bella e piena di grazia, offrirsi di condividere il mio destino? Le dissi che non avevo nulla da offrirle, che ero solo un povero contadino in catene. Ma lei scosse il capo e mi prese la mano.

«Ho visto il tuo cuore, Dong Yong. Un uomo che ama così profondamente suo padre è un uomo che vale la pena amare.»

Non capivo cosa stesse succedendo. Ero confuso, spaventato, ma anche profondamente commosso. Per la prima volta da quando mio padre era morto, sentivo un barlume di speranza. Presi la sua mano tra le mie, e insieme, continuammo il cammino.

Arrivammo dal padrone. Lui ci guardò con sospetto.


Trecento rotoli di seta fine in un mese.

«Trecento rotoli di seta fine in un mese. Se ci riuscirai, ti restituirò il contratto. Se no, il debito raddoppierà.»

Era impossibile. Trecento rotoli in un mese: nemmeno il più abile tessitore avrebbe potuto farcela. Era solo un modo come un altro per dire che sarei stato suo per sempre.

Mi sentii crollare. Ma la mia sposa mi strinse la mano e sussurrò: «Non preoccuparti. Fidati di me.»

Quella notte stessa, mentre il padrone dormiva, lei cominciò a tessere. Ricordo ancora il suono del telaio: era così armonioso che sembrava musica celeste. Le sue mani si muovevano veloci, i fili di seta danzavano come se avessero vita propria. Io la imploravo di riposarsi, ma lei scuoteva la testa e sorrideva: «Non preoccuparti per me, amore mio. Presto saremo liberi.»

Era vero. Giorno dopo giorno, i rotoli si accumulavano. Il padrone, incuriosito, veniva a controllare, ma trovava sempre più seta di quanto avesse ordinato. In un mese esatto, trecento rotoli erano pronti, più belli di qualsiasi tessuto avesse mai visto.

Il padrone, stupito e commosso, ci restituì il contratto.

Ero libero. Finalmente libero.


Tornammo a casa insieme, felici come due colombe. 

Sulla strada, ci fermammo sotto un albero di gelso, proprio dove ci eravamo incontrati. Il sole stava tramontando, e il cielo si tingeva di oro e rosso.

Fu allora che lei si fermò e mi prese le mani. I suoi occhi, che avevo sempre visto così luminosi, erano pieni di una tristezza infinita. Sentii un nodo alla gola.

«Mio amato Dong Yong disse, e la sua voce era dolce come una carezza è giunto il momento di dirti la verità.»

«Quale verità?» chiesi, e il mio cuore cominciò a battere forte.

«Io non sono una donna mortale. Sono la figlia dell'Imperatore del Cielo. Il Cielo ha visto la tua pietà filiale, ha visto il tuo cuore puro, e mi ha mandato per aiutarti. Ma ora il mio compito è compiuto, e devo tornare.»

Le lacrime mi offuscarono lo sguardo. Sentii il mondo crollare di nuovo.

«No!» gridai, stringendole le mani con tutte le mie forze. «Resta con me! Non posso perdere anche te! Ho già perso mio padre... non posso perdere anche te!»

Lei mi abbracciò forte, e sentii il suo corpo tremare.

«Il nostro amore è stato il più bel dono della mia vita eterna, ma il Cielo mi chiama. Non posso disobbedire.»

«Perché?» gridai, con la voce rotta dal pianto. «Perché devi andare via? Ti amo! Ti amo più della mia stessa vita!»

Lei sollevò una mano e mi accarezzò il volto. Le sue dita erano fresche come l'acqua di un ruscello.

«E io amo te, Dong Yong, disse. Ma il nostro amore non finisce qui. Ogni volta che guarderai il cielo, io sarò lì. Ogni volta che penserai a me, io sentirò il tuo cuore. Ricorda: hai un cuore buono. Il Cielo ti ha premiato, ma ora devi vivere. Devi onorare la memoria di tuo padre. Devi vivere la tua vita con onestà e amore, come lui ti ha insegnato.»

Un vento leggero si alzò. Le sue vesti di seta si gonfiarono come ali, e il suo corpo cominciò a brillare di una luce abbagliante. Io la strinsi forte, ma le sue mani scivolavano via come sabbia tra le dita.

«Non dimenticarmi!» gridai.

«Mai rispose, con un sorriso luminoso. Mai.»


La pietà filiale.

Con un ultimo abbraccio, il suo corpo si sollevò da terra, leggero come una piuma. Salì verso il cielo, sempre più in alto, fino a diventare un punto luminoso tra le nuvole. Poi, tutto taque.

Caddi in ginocchio sotto quell'albero di gelso. Le lacrime scorrevano libere, e per molto tempo non riuscii a parlare. Guardavo il cielo, cercando un segno di lei.

Poi, lentamente, mentre il sole tramontava, sentii una pace strana scendere nel mio cuore. Avevo perso mio padre. Avevo perso la donna che amavo. Ma avevo imparato che l'amore sincero può commuovere persino il Cielo.

Avevo capito che la vera pietà filiale non è solo un dovere: è un sentimento così puro che attraversa il tempo e lo spazio, raggiungendo i cuori di tutti, anche degli dei. E avevo imparato che l'amore, anche quando sembra finire, continua a vivere in chi resta.

Oggi, quando guardo il cielo al tramonto, so che loro sono lassù, insieme, a vegliare su di me. E io vivo la mia vita onestamente, come lui mi ha insegnato, portando nel cuore la promessa di un amore che non muore mai.


卖身葬父 e il senso della pietà filiale

Carissime lettrici e carissimi lettori,

la storia di Dong Yong che abbiamo appena raccontato è diventata nei secoli uno dei racconti più celebri del 《二十四孝》 (Èrshísì Xiào), la raccolta dei Ventiquattro Esempi di Pietà Filiale, ed ha dato origine al chengyu: 卖身葬父 (Mài shēn zàng fù) Vendere sé stessi per seppellire il padre.

Questo chengyu descrive un atto di estrema devozione filiale. Racchiude in sé il dramma di un figlio che, per mancanza di denaro, è disposto a sacrificare la propria libertà e a vendersi come schiavo pur di garantire al padre defunto una degna sepoltura. 

Oggi, questo chengyu viene usato per descrivere un atto di amore e devozione sconfinato verso i propri genitori, un amore che non conosce limiti e che antepone il dovere filiale a qualsiasi altra cosa, persino alla propria libertà.

La pietà filiale (xiào 孝), per Confucio, non è semplice obbedienza. È la radice di ogni virtù, il primo amore che impariamo, quello che ci insegna a essere umani. Chi ama e rispetta i propri genitori imparerà naturalmente ad amare e rispettare tutti gli altri.

Una vecchia poesia celebra così l'evento:

葬父贷孔兄,仙姬陌上逢。
Zàng fù dài kǒng xiōng, xiān jī mò shàng féng.
Per seppellire il padre chiese in prestito del denaro, incontrò una fanciulla divina lungo la strada.

织缣偿债主,孝感动苍穹。
Zhī jiān cháng zhài zhǔ, xiào gǎn dòng cāng qióng.
Tessendo la seta ripagò il creditore, la sua pietà filiale commosse il cielo.

La "ricompensa divina" non è una magia fine a sé stessa: è il riconoscimento, da parte del Cielo, di una virtù umana così pura e assoluta da essere degna di un miracolo. La pietà filiale è così potente da muovere persino gli dei.

Non tutti sono chiamati a gesti estremi come quello di Dong Yong. Ma la lezione che ci lascia è universale: la vera pietà filiale si manifesta ogni giorno, nei piccoli gesti di cura e di gratitudine verso chi ci ha dato la vita e diventa la base per coltivare un uomo virtuoso che ha cura della propria comunità.

Visita la nostra libreria

Visita la nostra libreria
Scopri la nostra raccolta di opere e arricchisci la tua casa con l'antica saggezza cinese.