万马齐喑
(wàn mǎ qí yīn)
Diecimila cavalli, tutti ammutoliti
Pechino, 1839.
Uno scossone, poi un grido soffocato. La ruota della carrozza era finita in una pozzanghera e aveva schizzato fango su un passante. L'uomo non protestò. Si limitò a guardarsi la veste sporca, poi abbassò la testa e riprese a camminare. Anche lui taceva. Il cocchiere non si fermò, non si voltò. Schioccò la frusta con più forza del necessario, come se la colpa fosse della strada, del tempo, di chiunque tranne che di noi due. I cavalli protestarono con un nitrito strozzato, la carrozza sobbalzò di nuovo, e io sobbalzai con lei.
Dentro la cabina, l'aria sapeva di polvere e di fumo. Il piccolo braciere di bronzo ai miei piedi non bastava a scaldare le ossa. Mi sedevo su una panca di legno, con cuscini consunti, e guardavo fuori dal finestrino a griglia. La Città Proibita si allontanava alle mie spalle. Anche lei taceva. Tutti tacevano, in questo impero che avevo imparato a disprezzare e ad amare con la stessa intensità.
Me ne andavo. Mi avevano gentilmente invitato a farlo, a dire il vero. Le mie poesie, i miei memoriali al trono, le mie critiche, sempre velate, sempre cortesi, ma pur sempre critiche, erano diventate scomode. E quando un uomo diventa scomodo nella Cina dei Qing, la strada è la sua unica compagna.
Attraversammo il quartiere degli altari sacrificali. Ordinai al cocchiere di fermarsi un momento per ammirare il grande altare del Cielo che si stagliava contro un tramonto color rame ossidato. Per un istante, la sua mole mi trasmise qualcosa di antico, un'eco di quando il Figlio del Cielo parlava con le forze che governano l'universo. Ma quell'eco era fioca. Soffocata. Come ogni altra voce, ormai.
Pensai ai giovani letterati che avevo incontrato nei caffè di Pechino. Pieni di talento, di idee. Ma zitti. Attenzione, non erano sciocchi: sapevano esattamente cosa stava succedendo. L'oppio britannico che drenava l'argento del tesoro imperiale. Le navi da guerra straniere che premevano sulle nostre coste. La corruzione dei mandarini. La rigidità della burocrazia. Sapevano tutto. E tacevano.
Così come tacevano i funzionari a corte. Così come taceva l'esercito. Così come taceva, in un silenzio assordante, l'intera Cina.
L'immagine mi colpì all'improvviso, con la violenza di un pugno nello stomaco. Mi chinai sul tavolinetto di legno, afferrai il pennello. L'inchiostro era quasi gelato, ma non mi importava. Scrissi:
九州生气恃风雷
jiǔzhōu shēngqì shì fēngléi
La vitalità della Cina dipende da tempesta e fulmine
Sì, la vita non torna da sola. Serve una forza violenta, primordiale, che squarci questo velo di morte apparente. Un temporale che rompa l'afa.
万马齐喑究可哀
wàn mǎ qí yīn jiū kě āii
Diecimila cavalli tutti ammutoliti, quali miseria
Diecimila cavalli. La Cina dovrebbe essere questo: una mandria di destrieri scalpitanti, pieni di fuoco. Invece, non un nitrito. Non uno zoccolo che batte. Solo un silenzio di tomba. E la cosa più straziante è che i cavalli ci sono. Sono vivi. Sono solo ammutoliti dalla paura, come dei miserabili.
我劝天公重抖擞
wǒ quàn tiāngōng zhòng dǒusǒu
Io esorto il Signore del Cielo a scuotersi di nuovo
Non è una preghiera umile. È quasi un ordine. Sveglia, Signore del Cielo. Guarda cosa è diventata la terra che dovresti proteggere. Scuotiti dal tuo torpore, come noi dovremmo scuoterci dal nostro.
不拘一格降人才
bù jū yī gé jiàng réncái.
E a mandare uomini di talento senza badare a schemi rigidi
Mandaci persone vere, con idee vere, non importa se non rientrano nei canoni. Mandaci qualcuno che rompa questo silenzio.
Posai il pennello. La carrozza riprese il suo percorso sobbalzando. Il cocchiere taceva ancora.
Non sapevo, in quel momento, che la tempesta che invocavo stava per arrivare.
Di lì a pochi mesi infatti, i cannoni britannici avrebbero aperto la Prima Guerra dell'Oppio. La storia avrebbe squarciato il silenzio nel modo più violento possibile.
E io? Io sarei morto due anni dopo, nel 1841, senza vedere né la tempesta né le sue conseguenze. Ma quei quattro versi, scritti su un tavolinetto traballante mentre lasciavo la mia vita alle spalle, avrebbero viaggiato più lontano di me.
La civiltà e la sua ombra: una lettura Spengleriana
Ci sono epoche che generano vita. E ce ne sono altre che la conservano in formalina. Carissime lettrici e carissimi lettori, oggi concedetemi di basare la mia lettura dei fatti di questa storia chengyu da una prospettiva occidentale. La prospettiva di un filosofo il cui pensiero trovo particolarmente profondo e illuminante: Oswald Spengler. Filosofo per cui la linea di confine tra le due epoche sopra citate è la transizione graduale fra Cultura e Civiltà.
La Cultura è la primavera di un popolo. È il momento dell'Ur-Akt, l'atto primordiale con cui un'anima collettiva prende coscienza di sé e genera i suoi simboli: la cattedrale gotica, la tragedia greca, i Dialoghi di Confucio. È un'esplosione di creatività che non guarda al passato per nostalgia, ma per trarne il fuoco con cui accendere il futuro.
La Civiltà è il suo autunno e inverno. L'anima si spegne. Le forme si irrigidiscono. L'arte diventa decorazione, la filosofia diventa scetticismo, la religione diventa rituale vuoto. Non si crea più: si amministra. Non si esplora: si ripete.
La Cina del 1839, quella del protagonista di questa storia: Gong Zizhen (龚自珍 gōngzìzhēn) vedeva dal finestrino della sua carrozza, era esattamente questo: una Civiltà al tramonto, un Impero Mondiale che aveva esaurito la sua spinta creativa e si reggeva solo sulla potenza dell'inerzia. La cultura sinica, nata con Confucio e fiorita con gli Han, era diventata una macchina perfetta e senz'anima. Il sistema degli esami imperiali, nato per selezionare il talento, era diventato un meccanismo per produrre conformismo. La poesia era un esercizio di stile. La filosofia era commento dei classici.
In una fase del genere, la riscoperta del passato – il grande tema che abbiamo esplorato parlando di Confucio – cambia completamente di segno. Non è più l'atto fondativo di un eroe culturale che prende i semi di un'epoca mitica per piantare una nuova foresta. È il gesto di un collezionista che accumula oggetti morti in un museo. È nostalgia pura. È un gigantesco "come se".
Ma Gong Zizhen non è un collezionista. Non è un uomo della decadenza che si consola con le antichità. È qualcosa di più raro e pericoloso: è un uomo della decadenza che riconosce la decadenza e la denuncia. Non propone di restaurare il passato. Non invoca un ritorno ai Zhou o ai Tang. Invoca una tempesta. Un fulmine. Una forza primordiale che rompa il sarcofago di formalina in cui la Cina si è rinchiusa.
Per questo la sua poesia è ancora viva. Perché non è il lamento di un antiquario. È il grido di chi, in pieno inverno, sente che sotto la neve qualcosa potrebbe ancora germogliare. E chiama la primavera a colpi di tuono.
Il chengyu: significato e uso
Da questa profonda e infocata poesia di Gong Zizhen è nato il chengyu 万马齐喑 (wàn mǎ qí yīn). Letteralmente: diecimila cavalli, tutti ammutoliti.
Il significato è limpido e terribile: una situazione di stagnazione e conformismo in cui ogni voce è soffocata, ogni dissenso tace, ogni creatività è spenta dalla paura o dalla pressione sociale. Non è il silenzio della pace. È il silenzio della tomba.
L'immagine funziona proprio per il contrasto. I cavalli non sono animali silenziosi. Scalpitano, nitriscono, mordono il freno. Sono vitalità pura. Immaginare diecimila cavalli, tutti insieme, e non sentire un suono, è un'immagine contro natura. È la vita ridotta a un tableau vivant, a una natura morta.
Oggi si usa in ambito politico e sociale per denunciare un clima di censura e autocensura, dove nessuno osa parlare per paura di ritorsioni.
In ambito aziendale o istituzionale, descrive un'organizzazione in cui il capo ha schiacciato ogni spirito critico e regna un conformismo plumbeo.
In ambito culturale, può indicare un'epoca di stagnazione artistica, dove nessuno produce nulla di veramente nuovo e tutti ripetono formule stanche.
Non è un chengyu da conversazione da bar. Ha un tono solenne, letterario. Ma è perfettamente riconosciuto: ogni cinese colto sa da dove viene e cosa significa. E proprio per questo, quando appare in un discorso o in un articolo, porta con sé tutto il peso della sua origine. Non stai solo dicendo "c'è silenzio". Stai dicendo: "Questo silenzio è innaturale, è imposto, ed è il sintomo di una malattia profonda".
L'Occidente e i diecimila cavalli
Due secoli dopo la carrozza di Gong Zizhen, un altro inverno di civiltà è da tempo iniziato, un altro silenzio avvolge stavolta l'Occidente, proprio come predetto oltre un secolo fa da Oswald Spengler nel suo profetico "Il tramonto dell'occidente".
Non è il silenzio dell'assenza di informazione. Mai come oggi siamo sommersi da notizie, immagini, dati. Eppure, proprio questo diluvio può diventare una forma di silenzio: quando l'informazione è tanta, ma la narrazione è una sola.
I crimini inumani in corso a Gaza vengono documentati in tempo reale. I numeri sono pubblici. Le immagini sono pubbliche. Le testimonianze delle organizzazioni internazionali, i rapporti delle Nazioni Unite, le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia che parlano di genocidio e di crimini di guerra: tutto è pubblico. Non siamo nell'ombra. Siamo nella luce accecante di un faro.
Eppure, il silenzio c'è.
Non un silenzio totale, certo. Ci sono voci che gridano: attivisti, giornalisti indipendenti, accademici, cittadini che scendono in piazza. Ma il mainstream, la grande macchina della narrazione ufficiale, produce un suono diverso: un ronzio costante che non è voce, ma rumore di fondo.
Ed è qui che 万马齐喑 wàn mǎ qí yīn rivela la sua attualità più scomoda. Perché il silenzio dei cavalli non è necessariamente mutismo. Può essere anche il nitrito uniforme, la risposta automatica, la frase fatta. I cavalli possono anche emettere suoni. Ma se quei suoni sono tutti uguali, se ripetono la stessa nota, allora siamo ancora dentro l'immagine. Non è il silenzio dell'assenza di rumore. È il silenzio dell'assenza di voce.
Ma il chengyu di Gong Zizhen non è solo una diagnosi. È anche, nel suo contesto originale, un'invocazione. Il poeta non si limita a descrivere il silenzio: chiama la tempesta.
La domanda che ci lascia è scomoda: esiste ancora, in Occidente, la possibilità di una tempesta? O il sistema è così abile da assorbire ogni dissenso, trasformandolo in un prodotto di nicchia, in una sottocategoria di mercato, in un trend da social media che dura una settimana e poi scompare?
Forse la risposta è nella poesia stessa. Gong Zizhen non scriveva per i posteri. Scriveva per sé, su un tavolinetto traballante, mentre lasciava la capitale. Non sapeva se qualcuno lo avrebbe letto. Non sapeva se la tempesta sarebbe arrivata. Eppure scrisse.
I diecimila cavalli tacciono. Ma il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte, stia scrivendo, parlando, gridando, anche senza sapere se sarà ascoltato, significa che il silenzio non è totale. Un nitrito, flebile, si sente ancora. La domanda è se diventerà un coro, o se sarà inghiottito dalla notte.
Gong Zizhen morì nel 1841. La sua poesia no.


