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杯弓蛇影 bēi gōng shé yǐng - Il riflesso dell'arco nel bicchiere come un serpente

 杯弓蛇影
bēi gōng shé yǐng
Il riflesso dell'arco nel bicchiere come un serpente



Era il giorno del solstizio d'estate, il giorno più lungo dell'anno, quello in cui la luce sembra non volersene andare mai e indugia sui tetti e nei cortili come un ospite che non trova il coraggio di congedarsi.

Il magistrato di 汲 (jí), quel giorno, mi aveva voluto con sé. Io ero il suo 主簿 (zhǔbù - il registratore), il funzionario che tiene i registri, che conta i sacchi di grano e annota le parole degli altri: un uomo di inchiostro, non di spada. E chi ha servito sa bene che quando un superiore ti chiama nel giorno di festa e ti offre il vino, quello non è soltanto un invito. È un onore che si riceve a capo chino.

La sala era fresca, dopo il riverbero bianco del cortile. Mi sedetti dove mi indicarono, composto, con le mani sulle ginocchia. Alle mie spalle, sulla parete esposta a nord, era appesa una balestra laccata di rosso; la vidi appena entrato, ma non la osservai. Nella casa di un altro non si guardano le armi, così come non si guardano troppo a lungo gli occhi di chi ti sta sopra.

Un servitore mi versò il vino, e io sollevai la coppa con tutte e due le mani, come si deve. Fu allora che lo vidi.

Nel vino c'era un serpente. Sottile, rosso scuro, piegato su se stesso, sembrava muoversi appena, come si muovono le cose vive quando sanno di essere state viste. Sentii la pelle delle braccia ritirarsi, e la gola chiudersi da sola per la paura ed il ribrezzo.

Il magistrato mi guardava. Aspettava che bevessi.

E io che cosa avrei dovuto dire? Signore, nella vostra coppa c'è un serpente? Avrei accusato la sua casa, i suoi servi, il suo vino; avrei offeso la festa davanti a tutti, e per anni, nel distretto, qualcuno avrebbe raccontato ridendo di quel segretario che vedeva serpenti nel vino del suo signore.

Non osai rifiutare. Chiusi gli occhi e bevvi.

Il vino era tiepido e aveva un sapore di ferro. Lo sentii scendere lentamente, e con lui sentii scendere qualcos'altro.

Quello stesso giorno arrivò il dolore. Prima nel petto, come un pugno chiuso dietro lo sterno, poi più in basso, nel ventre, proprio dove una cosa viva avrebbe potuto trovare riparo. Il cibo mi divenne estraneo: guardavo la ciotola di riso e mi chiedevo che cosa l'avrebbe accolta, là dentro.

I giorni passarono come acqua sotto il ghiaccio. Dimagrivo, e le vesti mi pendevano dalle spalle come da un attaccapanni. I medici vennero uno dopo l'altro, con i loro aghi, i loro decotti, i loro impacchi e le loro parole; ognuno lasciava una ricetta e si portava via un po' della mia speranza. Nessuno mi chiese mai che cosa avessi visto, e io non lo dissi. Che cosa si dice a un medico? Che si è bevuto un serpente per obbedienza?

Di notte lo sentivo muoversi. O forse, chissà, ero io che lo aspettavo.

Poi un giorno il magistrato passò da casa mia, per altre faccende. Quando mi vide si fermò, mi osservò a lungo e mi chiese che cosa mi fosse successo.

E io, che per tanti giorni avevo taciuto, glielo dissi. Gli dissi la cosa più semplice e più vergognosa del mondo: avevo bevuto il serpente che era nel vino durante il suo ricevimento e mi era entrato nel ventre.

Non rise, e non disse nulla. Se ne andò in silenzio, e io pensai di averlo offeso.

Non so che cosa pensò, tornato da solo nella sua sala delle udienze. So soltanto che qualche tempo dopo vennero i suoi uomini, un funzionario del suo ufficio con le guardie. Mi sollevarono con delicatezza, mi adagiarono su una lettiga e mi portarono piano per le strade, sorreggendomi come si sorregge un vecchio. Io guardavo il cielo scorrere sopra di me e pensavo: mi porta a morire in casa sua, per onorarmi un'ultima volta.

Mi rimisero esattamente dove ero stato quel giorno. La stessa stuoia, la stessa luce che entrava dalla porta, la stessa parete alle mie spalle. Mi versarono il vino nella stessa coppa.

Guardai, e il serpente era lì. Esattamente come allora: rosso scuro, sottile, piegato su se stesso. Credo di aver tremato. Credo di aver pensato: allora era vero, allora non sono pazzo.

Il magistrato, sulle prime, non disse nulla. Poi alzò lentamente un braccio e indicò qualcosa dietro di me. Mi voltai, e vidi la balestra rossa appesa al muro, con la stessa curva dell'animale nella coppa.

Tornai a guardare il vino. Mi spostai appena, di un palmo, e il serpente si spostò con me. Tornai al mio posto, e il serpente tornò.

Solo allora il magistrato parlò, e mi disse poche parole, le più semplici che io abbia mai sentito in vita mia: «È soltanto l'ombra della balestra appesa a questa parete. Non c'è nessun serpente nella coppa.»

In quel momento qualcosa si sciolse, nel petto, nel ventre e ancora più giù, in un luogo che non saprei nominare. Ricordo solo che risi, che la risata mi fece male alle costole, e che quella sera, dopo tanto tempo, tornai a mangiare.

Il testo originale di Ying Shao, in cinese con pinyin e traduzione italiana, si trova in fondo all'articolo.


Un ricordo di famiglia e un arco dipinto

Carissime lettrici e carissimi lettori,

la storia che avete appena letto non è una leggenda, ma un ricordo di famiglia. La racconta 应劭 (Yìng Shào), funzionario degli Han Orientali vissuto nella seconda metà del II secolo, nel 《风俗通义》 (Fēngsú tōngyì), un libro nato per smontare le dicerie del suo tempo. Il magistrato di Ji è suo nonno, il funzionario che beve è 杜宣 (Dù Xuān), e la morale sta già nel titolo dell'episodio: molti vedono un prodigio , si spaventano e si fanno del male da soli. Il titolo dell'episodio, 《世间多有见怪惊怖以自伤者》 (Shìjiān duō yǒu jiàn guài jīngbù yǐ zì shāng zhě), significa: «Molti, al mondo, vedono un prodigio, si spaventano e si fanno del male da soli.» 

È da questa storia che nasce il chengyu 杯弓蛇影 (bēi gōng shé yǐng), letteralmente «il riflesso dell'arco nella coppa come un serpente», che indica un falso allarme nato da un'illusione ottica o da una suggestione mentale. Descrive la situazione di chi, per paura o ansia, vede un pericolo che non esiste — scambiando il riflesso di un arco curvo nel vino per un serpente.


La paura di essere lasciati fuori

Leggendo questa storia, leggendo di come Du Xuan, ligio alla rigida convenzione sociale dell'epoca, sia arrivato perfino a credersi sul punto di morire, potrebbe venirci un mezzo sorriso. Che ingenui, penseremmo, gli uomini di duemila anni fa.

Ma togliamo il sorriso e, con onestà, mettiamoci al suo posto. La sala, il superiore che osserva, il vino già versato, tutti gli sguardi puntati sulla nostra mano. Mettiamoci pure dentro la società di allora, consapevoli di che cosa toccava a chi non rispettava certe etichette. Chi di noi avrebbe avuto il coraggio di dire: «Scusate, nella vostra coppa c'è un serpente»? Sinceramente, non credo che molti di noi ci sarebbero riusciti. L'essere umano non è cambiato di una virgola; sono cambiati soltanto i serpenti, e le coppe.

Mi sono chiesto spesso che cosa abbia davvero spinto Du Xuan a portare quella coppa alle labbra. Non certo la sete, e nemmeno soltanto la timidezza di un funzionario davanti al suo superiore. Credo che dietro quel gesto ci sia qualcosa di molto più antico, qualcosa che ci portiamo dentro da prima ancora che esistessero le parole: la paura dell'isolamento, di essere lasciati fuori.

Per i nostri antenati essere esclusi dal gruppo non era una semplice umiliazione. Significava restare soli nella notte, senza il calore del fuoco, senza il cibo condiviso, senza nessuno che vegliasse il loro sonno. Significava, quasi sempre, morire. E forse quella paura non se n'è mai andata, si è soltanto travestita. Oggi nessuno rischia più di essere abbandonato nella foresta, eppure tremiamo all'idea di «non passare bene», di essere giudicati scortesi, di strappare quella rete sottile di regole non scritte che tiene insieme il nostro tessuto sociale.

E così, senza nemmeno accorgercene, chiamiamo rispetto ciò che in realtà è sudditanza. Sì, proprio così. Il rispetto vero nasce dalla stima e guarda l'altro negli occhi; il rispetto di sudditanza nasce invece dalla paura e tiene lo sguardo basso, come Du Xuan chino sulla sua coppa. Quante volte abbiamo annuito a una decisione che sapevamo sbagliata, sorriso a una battuta che ci feriva, accettato un compromesso che sentivamo tossico, pur di non essere quelli che rovinano la festa? Ogni volta abbiamo bevuto il nostro piccolo serpente. E ogni volta, proprio come Du Xuan, ce lo siamo portati dentro, a scavare in silenzio.


Il serpente che entra nel ventre

Si potrebbe pensare che la morale più importante di questa storia sia quella di non essere paranoici. Certo, è la lettura più immediata, ed è anche quella che il chengyu ha conservato nell'uso di tutti i giorni. Ma se rileggiamo il testo con lentezza, scopriamo che nella sala del banchetto Du Xuan non è affatto paranoico. Ha paura, il che è molto diverso. Ying Shao usa due caratteri precisi, 畏恶 (wèi wù - temere e provare ribrezzo): una reazione immediata, del corpo, davanti a qualcosa che si trova lì, nella coppa, sotto i suoi occhi. Chiunque, seduto in quel punto, avrebbe visto lo stesso serpente.

La paura, finché resta paura, ha un oggetto. E un oggetto si può guardare, indicare, verificare. Sarebbe bastato chiedere al vicino di sporgersi sulla coppa. Ma Du Xuan, lo abbiamo visto, non poteva farlo.

Il momento decisivo arriva dopo, e il testo lo registra con una frase che sembra quasi una diagnosi. Quando il magistrato gli chiede che cosa gli sia successo, Du Xuan non dice «ho visto un serpente». Dice: 蛇入腹中 (shé rù fù zhōng), «il serpente mi è entrato nel ventre».

È in quel passaggio, dalla coppa al ventre, che la paura cambia natura. Nella coppa il serpente era esposto allo sguardo di tutti; nel ventre non può vederlo nessuno, nemmeno chi lo porta. E da quel momento ogni cosa sembra confermarlo: ogni fitta è il serpente che si muove, ogni boccone rifiutato è il serpente che occupa lo spazio, ogni medicina che fallisce è la prova che il male è più forte delle cure. Il testo dice che lo curarono in mille modi (攻治万端, gōng zhì wàn duān), senza alcun risultato. Eppure ogni cura accettava in silenzio che nel corpo ci fosse davvero qualcosa da combattere. I medici, senza saperlo, nutrivano il serpente.

Ecco allora la differenza che il chengyu, nel suo uso comune, finisce per nascondere. La paura diventa paranoia quando il suo oggetto si trasferisce in un luogo dove nessuno sguardo può più raggiungerlo. A quel punto non ha più bisogno del mondo, perché produce da sola le proprie prove. E non è forse quello che accade anche a noi, quando un pensiero ci entra dentro di notte e, al mattino, ogni cosa sembra dargli ragione?


Un mondo per chi è sveglio, un mondo per chi dorme

Tra i frammenti di Eraclito, il filosofo greco di Efeso vissuto tra il VI e il V secolo a.C., ce n'è uno che sembra scritto per questa storia: per chi è sveglio esiste un mondo unico e comune, mentre chi dorme si volge ciascuno verso un mondo suo.

La paranoia, in fondo, è una forma di sonno a occhi aperti. Non perché chi la vive sia sciocco o distratto, ma perché abita un mondo con un solo abitante. Nel ventre di Du Xuan c'è un universo intero, con le sue leggi e le sue prove, e nessun altro può entrarvi.

Ora guardiamo come agisce il magistrato. Non dice «ti sei sbagliato», non dice «non c'era niente», tanto meno «non essere sciocco». Fa invece un gesto semplice, quasi teatrale: riporta Du Xuan nello stesso posto. 于故处设酒, scrive Ying Shao: «fece servire il vino nel luogo di prima». E nella coppa il serpente ricompare. La guarigione, sorprendentemente, comincia con una conferma. Il magistrato non toglie nulla alla percezione dell'altro, anzi la riconosce: sì, nella coppa c'è un serpente, lo vedi tu e adesso lo vedo anch'io. Ma guarda bene: quello non è un serpente, è l'arco della balestra appesa al muro.

Perché questo passaggio è così importante? Perché una paranoia non cede a un'opinione contraria. Un'opinione contro una paura è solo un'altra voce, e la paura ha sempre l'ultima parola, perché parla dal corpo. Ciò che la scioglie è il ritorno a un mondo comune: due persone chine sulla stessa coppa, che vedono la stessa immagine e poi, insieme, alzano gli occhi verso la parete. Il serpente torna fuori, dove può essere guardato in due, e solo allora può tornare a essere ciò che è sempre stato: un'ombra.


Le quattro cose che il Maestro non aveva

Nei 《论语》 (Lúnyǔ - I Dialoghi, la raccolta dei detti di Confucio e dei suoi discepoli) c'è una frase brevissima che i commentatori hanno letto per secoli come un ritratto morale del Maestro: 子绝四:毋意,毋必,毋固,毋我 (Zǐ jué sì: wú yì, wú bì, wú gù, wú wǒ), «il Maestro era libero da quattro cose: dal presumere, dal pretendere certezze, dall'ostinazione, dall'io».

Mi piace rileggerla, e lo dico subito, è una mia interpretazione personale, come la mappa del cammino che porta alla paranoia. Prima si presume: quella forma nel vino è un serpente. Poi la presunzione diventa certezza: non può essere altro. Poi la certezza si irrigidisce e resiste a ogni smentita, perfino al fallimento delle cure. Infine tutto si raccoglie intorno all'io: il serpente è dentro di me, ce l'ha con me, il mondo intero parla di me. Quattro passi, e la paura è diventata una prigione.

Ma la frase di Confucio, a ben guardare, illumina soprattutto chi guarisce. Il magistrato di Ji avrebbe avuto ogni ragione per cadere nel quarto difetto: la sala è sua, il vino è suo, l'onore offeso sarebbe il suo. Invece, dice il testo, tornò nella sua sala e rimase a lungo a riflettere (思惟良久, sīwéi liángjiǔ), finché il suo sguardo non si posò sulla propria parete.

Credo che qui stia la lezione più profonda di tutta la storia. La paura di un uomo non si cura sospettando di lui, ma accettando di sospettare di sé. Il serpente nella coppa di Du Xuan era proiettato dalla balestra appesa alle spalle del padrone di casa. E chi ha un minimo di potere su un altro, un genitore, un insegnante, un superiore, porta sempre qualche oggetto appeso alle proprie pareti, e non lo vede, proprio perché gli sta dietro.

Il nostro tempo moltiplica le coppe e nasconde le pareti. Ogni giorno ci arrivano superfici lucide in cui scorgere forme ambigue, e raramente sappiamo da quale muro proviene l'immagine. Il meccanismo che Ying Shao raccontò diciotto secoli fa è sempre lo stesso.

Allora forse la domanda giusta non è soltanto «quali serpenti ho bevuto?», ma anche «quale balestra pende alle mie spalle?». 

Vi auguro, carissime lettrici e carissimi lettori, di avere sempre accanto qualcuno disposto a chinarsi con voi sulla stessa coppa. E di trovare, almeno una volta, il coraggio di essere voi quel magistrato: tornare nella propria sala, sedersi, riflettere a lungo, e alzare finalmente gli occhi verso il muro.


Le parole di Ying Shao

Ecco la storia come la scrisse 应劭 (Yìng Shào) nel 《风俗通义》 (Fēngsú tōngyì - Il significato complessivo dei costumi), alla fine del II secolo, frase per frase.

予之祖父郴为汲令,以夏至日诣见主簿杜宣,赐酒。

Yú zhī zǔfù Chēn wéi Jí lìng, yǐ xiàzhì rì yì jiàn zhǔbù Dù Xuān, cì jiǔ.

Mio nonno Chen era magistrato di Ji. Nel giorno del solstizio d'estate si recò a far visita al suo registratore Du Xuan e gli offrì del vino.

时北壁上有悬赤弩,照于柸,形如虵。

Shí běi bì shàng yǒu xuán chì nǔ, zhào yú bēi, xíng rú shé.

Allora, sulla parete nord, era appesa una balestra rossa: si rifletteva nella coppa e aveva la forma di un serpente.

宣畏恶之,然不敢不饮,其日,便得胸腹痛切,妨损饮食,大用羸露,攻治万端,不为愈。

Xuān wèi wù zhī, rán bù gǎn bù yǐn, qí rì, biàn dé xiōng fù tòng qiè, fáng sǔn yǐnshí, dà yòng léi lù, gōng zhì wàn duān, bù wéi yù.

Du Xuan ne provò paura e ribrezzo, ma non osò non bere. Quello stesso giorno fu colto da un dolore acuto al petto e al ventre, che gli tolse l'appetito e la voglia di bere. Si ridusse allo stremo, e le cure tentate in mille modi non lo guarirono.

后郴因事过至宣家,闚视,问其变故,云:“畏此蛇,虵入腹中。”

Hòu Chēn yīn shì guò zhì Xuān jiā, kuī shì, wèn qí biàngù, yún: “Wèi cǐ shé, shé rù fù zhōng.”

Più tardi Chen, per altri affari, passò da casa di Du Xuan. Lo osservò con attenzione e gli chiese che cosa fosse accaduto. Quello rispose: «Ho paura di questo serpente: il serpente mi è entrato nel ventre.»

郴还听事,思惟良久,顾见悬弩,必是也。

Chēn huán tīngshì, sīwéi liángjiǔ, gù jiàn xuán nǔ, bì shì yě.

Chen tornò nella sala delle udienze e riflettè a lungo. Volgendo lo sguardo, vide la balestra appesa: doveva essere quella.

则使门下史将铃下侍徐扶辇载宣,于故处设酒,杯中故复有虵,

Zé shǐ ménxià shǐ jiāng língxià shì xú fú niǎn zài Xuān, yú gù chù shè jiǔ, bēi zhōng gù fù yǒu shé,

Allora incaricò un funzionario del suo ufficio di condurre con sé gli attendenti di guardia e di portare Du Xuan, piano e sorreggendolo, su una lettiga. Fece servire il vino nello stesso luogo di prima, e nella coppa ricomparve il serpente.

因谓宣:“此壁上弩影耳,非有他怪。”

Yīn wèi Xuān: “Cǐ bì shàng nǔ yǐng ěr, fēi yǒu tā guài.”

E disse a Du Xuan: «È soltanto il riflesso della balestra appesa a questa parete. Non c'è nessun altro prodigio.»

宣遂解,甚夷怿,由是瘳平,官至尚书,历四郡,有威名焉。

Xuān suì jiě, shèn yíyì, yóu shì chōu píng, guān zhì shàngshū, lì sì jùn, yǒu wēimíng yān.

Du Xuan si sciolse dal suo timore, si sentì sollevato e da allora guarì. Salì fino alla carica di 尚书 (shàngshū - segretario di palazzo, un alto incarico di corte), ricoprì incarichi in quattro 郡 (jùn - le commanderie, circoscrizioni dell'impero) e se ne guadagnò fama di autorevolezza.

Fonte: 《风俗通义·怪神》 (Fēngsú tōngyì · Guài shén - Il significato complessivo dei costumi, capitolo «Prodigi e spiriti»), testo secondo l'edizione pubblicata su ctext.org, con le sue forme di carattere (柸 al posto di 杯, 虵 accanto a 蛇, 闚 al posto di 窥). Altre edizioni hanno piccole varianti: per esempio 予之祖郴 al posto di 予之祖父郴 e 请 (qǐng - invitare) al posto di 诣见.

Riferimenti dell'opera

《风俗通义》 (Fēngsú tōngyì - Il significato complessivo dei costumi), di 应劭 (Yìng Shào), Han Orientali, fine del II secolo.

Capitolo 《怪神》 (Guài shén - Prodigi e spiriti).

Titolo dell'episodio: 《世间多有见怪惊怖以自伤者》 (Shìjiān duō yǒu jiàn guài jīngbù yǐ zì shāng zhě - Molti, al mondo, vedono un prodigio, si spaventano e si fanno del male da soli).

高山流水 - Gāoshānliúshuǐ Alti monti, acque che scorrono

高山流水
Gāoshānliúshuǐ
Alti monti, acque che scorrono


Boya e Zhong Ziqi: il peso di essere compresi

C’è stato un tempo in cui avevo un dono che in pochissimi hanno in questo mondo: la possibilità di avere qualcuno accanto capace di comprendermi davvero. 

Non parlo di chi ti ascolta per cortesia, di chi annuisce mentre parli. Parlo di quella rara, quasi soprannaturale fortuna di trovare un’anima che sappia guardare oltre il suono, oltre la forma, e vedere esattamente ciò che porti nel cuore.

Il mio strumento era il qin (琴 - qín, la cetra), e le mie dita sapevano far parlare le corde come se avessero una voce propria. Ma per molto tempo, per quanto suonassi, per quanto il mondo si inchinasse al mio talento, dentro di me c’era una solitudine che nessun applauso riusciva a colmare. Per quanto mi sforzassi di suonare, nessuno pareva comprendere davvero la mia musica.

Poi incontrai 钟子期 (Zhōng Zǐqī).

Lui aveva il raro dono di sentire i miei pensieri, le mie emozioni, i miei sentimenti attraverso la mia musica, sapendo esattamente in ogni momento cosa dire. Quando suonavo alla maestosità del Monte Tai, lui chiudeva gli occhi e sussurrava: "Imponente, come una vetta che buca il cielo". Quando la mia melodia seguiva il corso dei fiumi, lui sorrideva: "Immenso, come l'acqua che non conosce fine".

Fu durante una tempesta, sul versante nord del Monte Tai, che capii cosa significasse davvero essere compresi. 

La pioggia cadeva violenta e quel giorno, il mio cuore era stretto da un'angoscia senza nome. Mi rifugiai sotto una roccia e suonai. Prima imitai il suono della pioggia incessante, poi feci ruggire le corde come una montagna che frana. 

In quelle note avevo messo tutta la mia fragilità, la mia paura, la mia rabbia. Ero nudo. E lui era lì. Ziqi ascoltava, e a ogni nota percepiva tutto ciò che provavo in quel momento. Arrivava dove nemmeno io osavo guardare.

Quando posai lo strumento, le mani mi tremavano come ancora pervase da quelle violente vibrazioni. Lo guardai e gli dissi: 

善哉善哉!子之听夫志,想象犹吾心也
Zǐ zhī tīng fū zhì, xiǎngxiàng yóu wú xīn yě
La tua capacità di comprendere i miei pensieri attraverso la musica è straordinaria. Come se riuscissi a vedere fin dentro il mio cuore. 

吾于何逃声哉?
Wú yú hé táo shēng zāi?
Come potrei mai nascondere i miei sentimenti attraverso la musica".

Sì, perché in quel momento ebbi paura. La sua comprensione era totale, assoluta. Sentivo come se non ci fosse un angolo della mia anima che lui non potesse raggiungere, un pensiero che lui non riuscisse a decifrare.

Avevo paura di essere nudo. La vicinanza di un'anima che ti legge dentro toglie ogni rifugio, ti espone a una trasparenza che è quasi violenta. Ero terrorizzato dall'idea che qualcuno potesse conoscermi così bene, perché significava non avere più segreti, non avere più un posto dove nascondermi dal mondo. Ed ebbi paura di quel suo dono.

Poi, il silenzio. Più tardi Ziqi si ammalò e morì.

Quando lo seppi, non piansi subito. Il dolore arrivò dopo. Ci volle del tempo a comprendere l'enormità di quella perdita. 

Più tardi, ripensando a quella paura che provai quel giorno sulla montagna, pensai a quanto davvero fosse stata sciocca e insulsa.

Avevo passato la vita a cercare qualcuno che riuscisse davvero a comprendere la mia musica, e quando l'avevo trovato, mi ero spaventato. Avevo temuto la sua vicinanza. Avevo temuto la sua capacità di leggermi dentro. 

Solo ora che non c'era più, capii che la solitudine è mille volte peggiore della trasparenza. La nudità davanti a chi ti ama è un privilegio, non una condanna.

Raccolsi la mia cetra e provai a suonarla, ma non un suono ne uscì, pareva come fosse ormai diventata muta. La alzai sopra la testa e la scagliai contro una pietra. Il legno si spezzò, le corde si recisero.


Le due versioni della storia e il segreto del 知音

Carissime lettrici e carissimi lettori, la storia che vi ho appena raccontato è all'origine di uno dei modi di dire più amati della lingua cinese. Ma prima di parlarvi del chengyu, è necessario fare un passo indietro e spiegarvi da dove viene questo racconto.

La storia di Boya e Ziqi non è un fatto storico documentato. È un'antico racconto tramandato da due testi cinesi, che la narrano in modi leggermente diversi.

Il primo testo è il 《列子·汤问》 (Lièzǐ - Il Maestro Lie), un'opera tradizionalmente attribuita al pensatore daoista Lie Yukou (IV secolo a.C.), ma che la critica moderna ritiene rielaborata in epoca Wei-Jin (III-IV secolo d.C.). In questa versione, la storia si concentra sulla comprensione: Boya suona, Ziqi ascolta e capisce, e il racconto si chiude con il sospiro di Boya: "Dove potrei nascondere il mio suono?". In questa versione, Ziqi non muore.

Il secondo testo è il 《吕氏春秋·本味》 (Lǚshì Chūnqiū - Le Primavere e Autunni del Signor Lü, un'opera enciclopedica del III secolo a.C.). Questa versione riprende la storia, aggiunge la morte di Ziqi e la rottura del qin, ma la inserisce in un discorso molto più ampio sul rapporto tra il talento e il potere. Il testo non finisce con il lutto, ma con una lezione politica: se il mondo non riconosce il valore di un uomo, quell'uomo non può servirlo con lealtà.

La formula compatta a quattro caratteri (高山流水), così come la usiamo oggi, è una condensazione posteriore. È nata secoli dopo, quando la storia era già diventata leggenda.

E qui arriva un dettaglio affascinante. Oggi la lingua cinese usa la parola 知音 (zhīyīn) per indicare la persona che sa comprendere l'anima dell'altro. Alla lettera significa "colui che conosce il suono" (知, zhī, "conoscere" + 音, yīn, "suono").

Tuttavia, i testi antichi che raccontano la storia di Boya e Ziqi non usano questa parola. Il Liezi e il Lüshi Chunqiu parlano di "ascolto" (听, tīng), di "intenzione" (志, zhì) e di "cuore" (心, xīn), ma non usano mai il termine 知音.

La parola 知音 è un'aggiunta successiva, un'eredità culturale che la tradizione ha associato a questa vicenda, perché in essa ha visto il simbolo perfetto di quel tipo di comprensione. È come se la lingua, dopo secoli, avesse sentito il bisogno di creare una parola specifica per descrivere ciò che Ziqi era per Boya.


Il deserto affollato e il coraggio di essere ascoltati

Siamo arrivati alla fine di questo nostro viaggio di oggi. Abbiamo visto Boya spezzare la sua cetra, abbiamo scoperto il significato del chengyu 高山流水 e ci siamo chiesti cosa significhi davvero essere un 知音 (zhīyīn).

Ma ora, seduti qui, davanti a queste pagine, dobbiamo porci una domanda scomoda. Che cosa c'entra questa storia millenaria con noi? Che cosa c'entra con il nostro mondo di oggi, fatto di notifiche, di schermi, di vite che scorrono a una velocità che non lascia respiro?

Forse c'entra più di quanto possiamo immaginare.

Viviamo in un'epoca in cui non abbiamo più tempo di ascoltare nessuno. Siamo costantemente circondati da rumore, da voci, da opinioni. I nostri telefoni vibrano, i nostri social network pullulano di vite perfette e di frasi fatte. Ma quando ci fermiamo, quando spegniamo lo schermo e ci guardiamo dentro, ci accorgiamo di una verità terribile: non abbiamo nessuno che ci ascolti davvero.

I social network, le piattaforme, i messaggi che lanciamo nel vuoto digitale, non sono forse il frutto di questo bisogno disperato? Non stiamo forse urlando nel cyberspazio nella speranza che qualcuno, da qualche parte, si accorga di noi?

Pensateci. Ogni post, ogni storia, ogni tweet è un piccolo segnale. Siamo come naufraghi su un'isola deserta che accendono un fuoco nella notte, sperando che una nave passi e veda quella luce. Siamo qualcuno in una landa desolata che emette un piccolo segnale, un "io esisto", e aspetta una risposta.

Ma la verità è che il deserto in cui ci troviamo non è vuoto. È affollato. Siamo miliardi di persone, tutti a gridare, tutti a chiedere attenzione, e proprio per questo nessuno presta più ascolto a nulla. La sovrabbondanza di voci ha reso il silenzio assordante e la mancanza di tempo lo ha reso strutturale.

Ecco perché la storia di Boya è così attuale. 

Boya aveva la sua musica, aveva il suo talento, ma non aveva nessuno che capisse il suo 志 (zhì), la sua intenzione profonda. Con Ziqi, trovò il suo 知音, la persona che non solo ascoltava le note, ma leggeva dentro la sua anima. Boya non era più solo in una landa desolata.

E noi, oggi, siamo tutti un po' Boya. Cerchiamo disperatamente il nostro Ziqi, ma non lo troviamo, perché nessuno ha più il tempo di fermarsi e guardare oltre il suono.

La vera solitudine allora forse non è non avere persone intorno. La vera solitudine è avere qualcuno che ti ascolta, ma non ti capisce. Avere mille amici su un social network, ma nessuno che sappia cosa si nasconde dietro un tuo silenzio. Avere qualcuno che ti dice "ti capisco", ma che non ha mai fatto lo sforzo di guardare dentro di te.

Arrivati a questo punto occorre fermarsi a riflettere e chiedersi come interrompere questo ciclo di sordità, questo caos assordante che impedisce ogni forma di comprensione. Come interrompere questa profonda solitudine? Forse la risposta è quella che dobbiamo essere noi a fare il primo passo e chiederci non "come faccio a trovare il mio 知音?", ma "sono io disposto a essere un 知音 per qualcun altro?".

E allora, carissime lettrici e carissimi lettori, prima ancora di augurarvi di trovare il vostro Ziqi, vi auguro di diventare voi per primi il Ziqi di qualcuno. Di fermarvi, di ascoltare davvero, di guardare oltre il suono, oltre il suo caos, oltre i suoi difetti. Perché in un mondo che ha dimenticato come si ascolta, essere un 知音 è il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere.

鹬蚌相争,渔翁得利 Yù bàng xiāng zhēng, yú wēng dé lì - Il beccaccino e l'ostrica litigano, il pescatore ne trae vantaggio

 鹬蚌相争,渔翁得利
Yù bàng xiāng zhēng, yú wēng dé lì
Il beccaccino e l'ostrica litigano,
il pescatore ne trae vantaggio


有一天,一只鹬鸟在河边散步。
Yǒu yī tiān, yī zhī yù niǎo zài hé biān sàn bù.
Un giorno, un beccaccino stava passeggiando lungo il fiume.

它看见一只蚌正张开两片壳,在阳光下晒着太阳,露出鲜嫩的蚌肉。
Tā kàn jiàn yī zhī bàng zhèng zhāng kāi liǎng piàn ké, zài yáng guāng xià shài zhe tài yáng, lù chū xiān nèn de bàng ròu.
Vide un'ostrica che apriva i due gusci per prendere il sole, mostrando la sua deliziosa e tenera polpa.

鹬鸟馋了,飞快地伸出长嘴,去啄蚌肉。
Yù niǎo chán le, fēi kuài de shēn chū cháng zuǐ, qù zhuó bàng ròu.
Il beccaccino ebbe gola e protese rapidamente il lungo becco per beccare la polpa dell'ostrica.

蚌大吃一惊,立刻把两片壳紧紧合上,死死地夹住了鹬鸟的长嘴。
Bàng dà chī yī jīng, lì kè bǎ liǎng piàn ké jǐn jǐn hé shàng, sǐ sǐ de jiā zhù le yù niǎo de cháng zuǐ.
L'ostrica si spaventò molto, chiuse subito  strettamente i due gusci, bloccando saldamente il lungo becco del beccaccino.

鹬鸟用力往外拔,拔不出来。蚌也用力夹,不肯松开。
Yù niǎo yòng lì wǎng wài bá, bá bù chū lái. Bàng yě yòng lì jiā, bù kěn sōng kāi.
Il beccaccino tirò con forza verso l'esterno, ma non riuscì a tirarlo fuori. Anche l'ostrica stringeva con forza, e non voleva mollare.

两个就这样僵持着,谁也不让谁。
Liǎng gè jiù zhè yàng jiāng chí zhe, shuí yě bù ràng shuí.
I due rimasero così in stallo, nessuno cedeva all'altro.

鹬鸟气呼呼地说:
Yù niǎo qì hū hū de shuō:
Il beccaccino disse arrabbiato:

「今天不下雨,明天不下雨,你就得干死!」
"Jīn tiān bù xià yǔ, míng tiān bù xià yǔ, nǐ jiù děi gān sǐ!"
"Se oggi non piove, e domani non piove, tu morirai di secchezza!"

蚌也不甘示弱,回嘴说:
Bàng yě bù gān shì ruò, huí zuǐ shuō:
Anche l'ostrica non volle essere da meno, e ribatté:

「我今天不放你,明天不放你,你就得饿死!」
"Wǒ jīn tiān bù fàng nǐ, míng tiān bù fàng nǐ, nǐ jiù děi è sǐ!"
"Se oggi non ti lascio andare, e domani non ti lascio andare, tu morirai di fame!"

它们你一句我一句,吵得不可开交。可是谁也不肯先松口。
Tā men nǐ yī jù wǒ yī jù, chǎo de bù kě kāi jiāo. Kě shì shuí yě bù kěn xiān sōng kǒu.
Loro, una frase tu e una frase io, litigavano senza tregua. Ma nessuno voleva essere il primo a mollare.

就在这时,一个渔翁从河边走过。
Jiù zài zhè shí, yī gè yú wēng cóng hé biān zǒu guò.
Proprio in quel momento, un pescatore passò lungo il fiume.

他看见鹬和蚌死死咬在一起,动弹不得,就笑呵呵地走过去,一手抓鹬,一手抓蚌,把它们一起带回了家。
Tā kàn jiàn yù hé bàng sǐ sǐ yǎo zài yī qǐ, dòng tan bù dé, jiù xiào hē hē de zǒu guò qù, yī shǒu zhuā yù, yī shǒu zhuā bàng, bǎ tā men yī qǐ dài huí le jiā.
Vide il beccaccino e l'ostrica bloccati insieme, incapaci di muoversi, e sorridendo andò verso di loro, afferrò il beccaccino con una mano e l'ostrica con l'altra, e li portò entrambi a casa.

鹬和蚌这才后悔莫及——可是已经太晚了。
Yù hé bàng zhè cái hòu huǐ mò jí — kě shì yǐ jīng tài wǎn le.
Solo allora il beccaccino e l'ostrica si pentirono amaramente — ma era già troppo tardi.

《战国策·燕策二》
"Zhàn Guó Cè · Yān Cè Èr".
"Strategie degli Stati Combattenti · Strategie di Yan, Parte Seconda".


Carissimi lettori,

il chengyu di oggi: 鹬蚌相争,渔翁得利 proviene dall'antico 《战国策·燕策二》 (Zhànguó Cè · Yān Cè Èr), un'opera storica compilata durante la dinastia Han Occidentale (西汉) da 刘向 (Liú Xiàng). Tuttavia, la storia in sé non è stata inventata da Liu Xiang: egli raccolse e ordinò materiali preesistenti, tra cui le cronache e i discorsi dei diplomatici del periodo degli Stati Combattenti (战国).

Chi ci segue, avrà già sentito parlare del Periodo degli Stati Combattenti (circa 475–221 a.C.),  un'epoca di frammentazione politica e guerra costante, in cui sette stati principali: Qin, Chu, Qi, Yan, Zhao, Wei e Han che si contendevano l'egemonia sull'antica Cina. In questo contesto, emerse una classe di diplomatici e strateghi, noti come 纵横家 (zònghéng jiā), "scuola del verticale e dell'orizzontale", esperti nell'arte della persuasione e dell'alleanza.

Uno dei più celebri esponenti di questa scuola fu 苏代 (Sū Dài), fratello minore del più famoso 苏秦 (Sū Qín). Proveniente da Luoyang, Su Dai servì diversi stati nel corso della sua carriera, ma fu soprattutto legato a Yan (燕国), per il quale operò come diplomatico e agente segreto.


L'evento storico: 赵且伐燕 (Zhao minaccia Yan)

L'episodio risale al 292 a.C. circa, durante il regno di 赵惠文王 (Re Huiwen di Zhao). Zhao, uno degli stati più potenti, stava preparando un attacco militare contro Yan, suo vicino settentrionale.

Su Dai, al servizio di Yan, si recò come ambasciatore alla corte di Zhao per dissuadere il re dall'intraprendere quella campagna militare. Invece di presentare argomenti diretti, cosa che avrebbe potuto offendere il sovrano, Su Dai scelse la via della persuasione indiretta: raccontò una storia.

La sua argomentazione era semplice ma brillante:

Se Zhao e Yan si fossero scontrati, entrambi si sarebbero indeboliti. Il vero vincitore non sarebbe stato né l'uno né l'altro, ma Qin, lo stato più forte e aggressivo, che avrebbe potuto approfittare della loro debolezza per espandersi.

La storia del beccaccino e dell'ostrica serviva esattamente a questo: mostrare al re di Zhao che il conflitto apparente nascondeva una terza forza, invisibile agli occhi di chi litiga. Il re di Zhao capì il messaggio e ritirò i piani di invasione.

Su Dai non cercò di "vincere" la discussione. Non disse "tu sei nel torto, io ho ragione". Non prese posizione tra le due forze in conflitto. Si limitò a mostrare al re una possibilità che egli non aveva visto: l'esistenza del pescatore.


Sulla terza forza nascosta e sulla sua origine

«Tra due litiganti, il terzo gode»: è forse questa la traduzione ideale per comprendere a fondo la frase 蚌鹬相争,渔翁得利 (Yù bàng xiāng zhēng, yú wēng dé lì), che non è soltanto un celebre modo di dire, ma una vera e propria perla di saggezza antica.

Rileggendo la storia del beccaccino e dell'ostrica, torna alla mente una dinamica frequente: quando ci si trova in una situazione di stallo, ciò che spezza l'impasse è quasi sempre un elemento inatteso, un fattore fino a quel momento celato agli occhi di tutti. Un attore esterno al conflitto che, alla fine, prende tutto.

Come diceva Gurdjeff: "Ogni fenomeno, per grande che sia, è necessariamente la manifestazione di tre forze; una o due forze  non possono produrre alcun fenomeno; e se noi osserviamo un arresto in qualche cosa o un'esitazione senza fine in questo punto, possiamo dire che in questo punto manca la terza forza.", "e questo può durare fino a che la terza forza non fa la sua apparizione."

Ma a questo punto sorge la domanda: se la prima e la seconda forza possono essere viste come due opposti in lotta, cos’è dunque questa terza forza?

Per tentare una risposta occorre risalire indietro nei secoli, fino al testo cardine del taoismo, il  道德经 (dàodéjīng). Nel capitolo 42 troviamo infatti, quella che è probabilmente la formulazione più vicina alla legge delle tre forze in tutta la filosofia cinese antica:

道生一,一生二,二生三,三生万物。
Dào shēng yī, yī shēng èr, èr shēng sān, sān shēng wàn wù.
Il Dào genera l'Uno. L'Uno genera il Due. Il Due genera il Tre. Il Tre genera tutte le cose.

È affascinante pensare che questo "Tre" sia proprio la terza forza: un principio che si sprigiona dalla dinamica del Due per dare origine a tutto il resto. In questa prospettiva, la terza forza non è semplicemente nascosta, ma viene generata. È come se lo scontro degli opposti richiamasse spontaneamente un terzo elemento per spezzare il cerchio della lotta; come se il pescatore fosse attirato sul posto proprio dalla contesa tra le due creature.

Tuttavia, c'è una sfumatura fondamentale da cogliere. In Gurdjieff la terza forza non è automatica: lo scontro tra due forze non garantisce che la terza si manifesti. Senza di essa, il conflitto può protrarsi all'infinito. Non si tratta di un meccanismo matematico, ma di una possibilità subordinata alle condizioni del contesto. Nel storia di oggi, il pescatore passa di lì e interviene, ma avrebbe anche potuto non farlo e in quel caso beccaccino e ostrica sarebbero morti entrambi senza alcuna risoluzione. La terza forza è dunque sempre possibile, ma mai necessaria.

Vi è infine un ultimo dettaglio sottile. Se il pescatore fosse un mero prodotto dello scontro, rappresenterebbe solo la somma degli opposti o una loro sintesi hegeliana. Per Gurdjieff, invece, la terza forza appartiene a un ordine differente: viene da un «altrove». Il pescatore non appartiene al mondo del beccaccino o dell'ostrica; è un essere umano, incarna un altro livello di realtà. È proprio questa sua assoluta alterità a renderlo terza forza.

Quando Laozi scrive che «il Due genera il Tre», il Tre non è un semplice due più uno. È una discontinuità, un salto qualitativo. Il Tre trascende sia l'Uno sia il Due, pur discendendone. La lotta degli opposti invoca la terza forza, ma non basta a spiegarla: la terza forza risponde alla chiamata, ma giunge da una dimensione a cui le prime due non possono appartenere.

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