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万马齐喑 (wàn mǎ qí yīn) - Diecimila cavalli, tutti ammutoliti

 万马齐喑
(wàn mǎ qí yīn)
Diecimila cavalli, tutti ammutoliti



Pechino, 1839.

Uno scossone, poi un grido soffocato. La ruota della carrozza era finita in una pozzanghera e aveva schizzato fango su un passante. L'uomo non protestò. Si limitò a guardarsi la veste sporca, poi abbassò la testa e riprese a camminare. Anche lui taceva. Il cocchiere non si fermò, non si voltò. Schioccò la frusta con più forza del necessario, come se la colpa fosse della strada, del tempo, di chiunque tranne che di noi due. I cavalli protestarono con un nitrito strozzato, la carrozza sobbalzò di nuovo, e io sobbalzai con lei.

Dentro la cabina, l'aria sapeva di polvere e di fumo. Il piccolo braciere di bronzo ai miei piedi non bastava a scaldare le ossa. Mi sedevo su una panca di legno, con cuscini consunti, e guardavo fuori dal finestrino a griglia. La Città Proibita si allontanava alle mie spalle. Anche lei taceva. Tutti tacevano, in questo impero che avevo imparato a disprezzare e ad amare con la stessa intensità.

Me ne andavo. Mi avevano gentilmente invitato a farlo, a dire il vero. Le mie poesie, i miei memoriali al trono, le mie critiche, sempre velate, sempre cortesi, ma pur sempre critiche, erano diventate scomode. E quando un uomo diventa scomodo nella Cina dei Qing, la strada è la sua unica compagna.

Attraversammo il quartiere degli altari sacrificali. Ordinai al cocchiere di fermarsi un momento per ammirare il grande altare del Cielo che si stagliava contro un tramonto color rame ossidato. Per un istante, la sua mole mi trasmise qualcosa di antico, un'eco di quando il Figlio del Cielo parlava con le forze che governano l'universo. Ma quell'eco era fioca. Soffocata. Come ogni altra voce, ormai.

Pensai ai giovani letterati che avevo incontrato nei caffè di Pechino. Pieni di talento, di idee. Ma zitti. Attenzione, non erano sciocchi: sapevano esattamente cosa stava succedendo. L'oppio britannico che drenava l'argento del tesoro imperiale. Le navi da guerra straniere che premevano sulle nostre coste. La corruzione dei mandarini. La rigidità della burocrazia. Sapevano tutto. E tacevano.

Così come tacevano i funzionari a corte. Così come taceva l'esercito. Così come taceva, in un silenzio assordante, l'intera Cina.

L'immagine mi colpì all'improvviso, con la violenza di un pugno nello stomaco. Mi chinai sul tavolinetto di legno, afferrai il pennello. L'inchiostro era quasi gelato, ma non mi importava. Scrissi:

九州生气恃风雷
jiǔzhōu shēngqì shì fēngléi
La vitalità della Cina dipende da tempesta e fulmine

Sì, la vita non torna da sola. Serve una forza violenta, primordiale, che squarci questo velo di morte apparente. Un temporale che rompa l'afa.

万马齐喑究可哀
wàn mǎ qí yīn jiū kě āii
Diecimila cavalli tutti ammutoliti, quali miseria

Diecimila cavalli. La Cina dovrebbe essere questo: una mandria di destrieri scalpitanti, pieni di fuoco. Invece, non un nitrito. Non uno zoccolo che batte. Solo un silenzio di tomba. E la cosa più straziante è che i cavalli ci sono. Sono vivi. Sono solo ammutoliti dalla paura, come dei miserabili.

我劝天公重抖擞
wǒ quàn tiāngōng zhòng dǒusǒu
Io esorto il Signore del Cielo a scuotersi di nuovo

Non è una preghiera umile. È quasi un ordine. Sveglia, Signore del Cielo. Guarda cosa è diventata la terra che dovresti proteggere. Scuotiti dal tuo torpore, come noi dovremmo scuoterci dal nostro.

不拘一格降人才
bù jū yī gé jiàng réncái.
E a mandare uomini di talento senza badare a schemi rigidi

Mandaci persone vere, con idee vere, non importa se non rientrano nei canoni. Mandaci qualcuno che rompa questo silenzio.

Posai il pennello. La carrozza riprese il suo percorso sobbalzando. Il cocchiere taceva ancora.

Non sapevo, in quel momento, che la tempesta che invocavo stava per arrivare. 

Di lì a pochi mesi infatti, i cannoni britannici avrebbero aperto la Prima Guerra dell'Oppio. La storia avrebbe squarciato il silenzio nel modo più violento possibile.

E io? Io sarei morto due anni dopo, nel 1841, senza vedere né la tempesta né le sue conseguenze. Ma quei quattro versi, scritti su un tavolinetto traballante mentre lasciavo la mia vita alle spalle, avrebbero viaggiato più lontano di me.


La civiltà e la sua ombra: una lettura Spengleriana

Ci sono epoche che generano vita. E ce ne sono altre che la conservano in formalina. Carissime lettrici e carissimi lettori, oggi concedetemi di basare la mia lettura dei fatti di questa storia chengyu da una prospettiva occidentale. La prospettiva di un filosofo il cui pensiero trovo particolarmente profondo e illuminante: Oswald Spengler. Filosofo per cui la linea di confine tra le due epoche sopra citate è la transizione graduale fra Cultura e Civiltà.

La Cultura è la primavera di un popolo. È il momento dell'Ur-Akt, l'atto primordiale con cui un'anima collettiva prende coscienza di sé e genera i suoi simboli: la cattedrale gotica, la tragedia greca, i Dialoghi di Confucio. È un'esplosione di creatività che non guarda al passato per nostalgia, ma per trarne il fuoco con cui accendere il futuro.

La Civiltà è il suo autunno e inverno. L'anima si spegne. Le forme si irrigidiscono. L'arte diventa decorazione, la filosofia diventa scetticismo, la religione diventa rituale vuoto. Non si crea più: si amministra. Non si esplora: si ripete.

La Cina del 1839, quella del protagonista di questa storia: Gong Zizhen (龚自珍 gōngzìzhēn) vedeva dal finestrino della sua carrozza, era esattamente questo: una Civiltà al tramonto, un Impero Mondiale che aveva esaurito la sua spinta creativa e si reggeva solo sulla potenza dell'inerzia. La cultura sinica, nata con Confucio e fiorita con gli Han, era diventata una macchina perfetta e senz'anima. Il sistema degli esami imperiali, nato per selezionare il talento, era diventato un meccanismo per produrre conformismo. La poesia era un esercizio di stile. La filosofia era commento dei classici.

In una fase del genere, la riscoperta del passato – il grande tema che abbiamo esplorato parlando di Confucio – cambia completamente di segno. Non è più l'atto fondativo di un eroe culturale che prende i semi di un'epoca mitica per piantare una nuova foresta. È il gesto di un collezionista che accumula oggetti morti in un museo. È nostalgia pura. È un gigantesco "come se".

Ma Gong Zizhen non è un collezionista. Non è un uomo della decadenza che si consola con le antichità. È qualcosa di più raro e pericoloso: è un uomo della decadenza che riconosce la decadenza e la denuncia. Non propone di restaurare il passato. Non invoca un ritorno ai Zhou o ai Tang. Invoca una tempesta. Un fulmine. Una forza primordiale che rompa il sarcofago di formalina in cui la Cina si è rinchiusa.

Per questo la sua poesia è ancora viva. Perché non è il lamento di un antiquario. È il grido di chi, in pieno inverno, sente che sotto la neve qualcosa potrebbe ancora germogliare. E chiama la primavera a colpi di tuono.


Il chengyu: significato e uso

Da questa profonda e infocata poesia di Gong Zizhen è nato il chengyu 万马齐喑 (wàn mǎ qí yīn). Letteralmente: diecimila cavalli, tutti ammutoliti.

Il significato è limpido e terribile: una situazione di stagnazione e conformismo in cui ogni voce è soffocata, ogni dissenso tace, ogni creatività è spenta dalla paura o dalla pressione sociale. Non è il silenzio della pace. È il silenzio della tomba.

L'immagine funziona proprio per il contrasto. I cavalli non sono animali silenziosi. Scalpitano, nitriscono, mordono il freno. Sono vitalità pura. Immaginare diecimila cavalli, tutti insieme, e non sentire un suono, è un'immagine contro natura. È la vita ridotta a un tableau vivant, a una natura morta.

Oggi si usa in ambito politico e sociale per denunciare un clima di censura e autocensura, dove nessuno osa parlare per paura di ritorsioni.

In ambito aziendale o istituzionale, descrive un'organizzazione in cui il capo ha schiacciato ogni spirito critico e regna un conformismo plumbeo.

In ambito culturale, può indicare un'epoca di stagnazione artistica, dove nessuno produce nulla di veramente nuovo e tutti ripetono formule stanche.

Non è un chengyu da conversazione da bar. Ha un tono solenne, letterario. Ma è perfettamente riconosciuto: ogni cinese colto sa da dove viene e cosa significa. E proprio per questo, quando appare in un discorso o in un articolo, porta con sé tutto il peso della sua origine. Non stai solo dicendo "c'è silenzio". Stai dicendo: "Questo silenzio è innaturale, è imposto, ed è il sintomo di una malattia profonda".


L'Occidente e i diecimila cavalli

Due secoli dopo la carrozza di Gong Zizhen, un altro inverno di civiltà è da tempo iniziato, un altro silenzio avvolge stavolta l'Occidente, proprio come predetto oltre un secolo fa da Oswald Spengler nel suo profetico "Il tramonto dell'occidente".

Non è il silenzio dell'assenza di informazione. Mai come oggi siamo sommersi da notizie, immagini, dati. Eppure, proprio questo diluvio può diventare una forma di silenzio: quando l'informazione è tanta, ma la narrazione è una sola.

I crimini inumani in corso a Gaza vengono documentati in tempo reale. I numeri sono pubblici. Le immagini sono pubbliche. Le testimonianze delle organizzazioni internazionali, i rapporti delle Nazioni Unite, le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia che parlano di genocidio e di crimini di guerra: tutto è pubblico. Non siamo nell'ombra. Siamo nella luce accecante di un faro.

Eppure, il silenzio c'è.

Non un silenzio totale, certo. Ci sono voci che gridano: attivisti, giornalisti indipendenti, accademici, cittadini che scendono in piazza. Ma il mainstream, la grande macchina della narrazione ufficiale, produce un suono diverso: un ronzio costante che non è voce, ma rumore di fondo.

Ed è qui che 万马齐喑 wàn mǎ qí yīn rivela la sua attualità più scomoda. Perché il silenzio dei cavalli non è necessariamente mutismo. Può essere anche il nitrito uniforme, la risposta automatica, la frase fatta. I cavalli possono anche emettere suoni. Ma se quei suoni sono tutti uguali, se ripetono la stessa nota, allora siamo ancora dentro l'immagine. Non è il silenzio dell'assenza di rumore. È il silenzio dell'assenza di voce.

Ma il chengyu di Gong Zizhen non è solo una diagnosi. È anche, nel suo contesto originale, un'invocazione. Il poeta non si limita a descrivere il silenzio: chiama la tempesta.

La domanda che ci lascia è scomoda: esiste ancora, in Occidente, la possibilità di una tempesta? O il sistema è così abile da assorbire ogni dissenso, trasformandolo in un prodotto di nicchia, in una sottocategoria di mercato, in un trend da social media che dura una settimana e poi scompare?

Forse la risposta è nella poesia stessa. Gong Zizhen non scriveva per i posteri. Scriveva per sé, su un tavolinetto traballante, mentre lasciava la capitale. Non sapeva se qualcuno lo avrebbe letto. Non sapeva se la tempesta sarebbe arrivata. Eppure scrisse.

I diecimila cavalli tacciono. Ma il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte, stia scrivendo, parlando, gridando, anche senza sapere se sarà ascoltato, significa che il silenzio non è totale. Un nitrito, flebile, si sente ancora. La domanda è se diventerà un coro, o se sarà inghiottito dalla notte.

Gong Zizhen morì nel 1841. La sua poesia no.


卖身葬父 Mài shēn zàng fù - Vendere se stesso per seppellire il padre

卖身葬父
Mài shēn zàng fù
Vendere se stesso per seppellire il padre


Mio padre era tutto ciò che avevo al mondo. 

Mia madre se n'era andata quando ero piccolo, e lui non si era mai risparmiato per me. Quando ero malato, vegliava su di me tutta la notte; quando avevo fame, lui mangiava meno per lasciare più cibo nel mio piatto.

Ricordo che da bambino lo seguivo nei campi. Lui arava e io, seduto su un carretto, lo guardavo. Mi insegnava il nome degli alberi e il verso degli uccelli.

Negli ultimi anni, le sue gambe non lo sorreggevano più. Allora ero io a portarlo con me, su quel carretto che un tempo portava me. Era diventato leggero come una piuma, e questo mi spezzava il cuore.

L'ho accudito fino all'ultimo istante. Ho vegliato il suo sonno, gli ho preparato zuppe calde, gli ho raccontato storie per farlo sorridere. Quando il suo respiro si è fatto sottile come un filo di seta, gli ho preso la mano e gliel'ho stretta forte. E quando quel respiro si è spento, ho sentito il mondo crollarmi addosso.


Ricordo il momento esatto in cui il suo respiro si è spento. Gli tenevo la mano stretta, e quando è diventata fredda, ho sentito il mondo crollarmi addosso.

Non avevo nemmeno i soldi per una degna sepoltura. La cosa più umiliante che potessi immaginare: l'uomo che mi aveva cresciuto con amore rischiava di essere sepolto in una fossa comune.

Ricordo che ho vagato per giorni, chiedendo aiuto ai vicini. Ma erano poveri quanto me. Di notte non dormivo: vedevo il volto di mio padre, i suoi occhi buoni, e sentivo il peso del mio fallimento.

Così presi una decisione, firmai il 卖身契 (Màishēnqì), il contratto con  cui vendetti me stesso per pagare il funerale. Non sarei più tornato a casa.

Ricordo che comprai la bara più bella che mi potei permettere. Scelsi un posto tranquillo, sotto un albero di gelso, dove mio padre amava riposare nei pomeriggi d'estate. Lo vestii con gli abiti nuovi e lo seppellì.

Piansi per ore, fin quando non fu il momento di partire.


Iniziai il viaggio verso la casa del padrone

Dopo il funerale, iniziai il mio cammino verso la casa del padrone. Ogni passo mi allontanava da casa, dalla tomba di mio padre, da tutto ciò che avevo conosciuto. Il peso del contratto era come un macigno sul petto: sapevo che stavo camminando verso la schiavitù, ma non c'era altra scelta.

Ricordo che camminavo sotto il sole cocente quando sentii una voce dolce chiamarmi. Pensavo a mio padre, alle sue mani callose, al suo sorriso stanco. Mi chiedevo se sarebbe stato fiero di me, se avrebbe capito la mia scelta, o se si sarebbe vergognato di avere un figlio che aveva venduto la propria libertà per quattro monete.

Ero così perso nei miei pensieri che quasi non la vidi. Una voce dolce mi chiamò: "Perché sei così triste?" mi chiese.

Mi voltai. Sotto un albero di gelso, c'era una donna bellissima. I suoi abiti sembravano tessuti con la seta delle nuvole al tramonto, e i suoi occhi brillavano come stelle cadute sulla terra. Non avevo mai visto una creatura così luminosa, eppure nei suoi occhi c'era una dolcezza che mi fece sciogliere il cuore.

«Ho seppellito mio padre, risposi, e la voce mi uscì roca. Ho venduto me stesso per dargli una degna sepoltura. Ora vado dal mio nuovo padrone, per servirlo finché il debito non sarà saldato. Ma il debito è grande, e so che non potrò mai tornare a casa.»

Lei mi ascoltò in silenzio. I suoi occhi si riempirono di compassione, e per un momento mi sembrò che il mondo intorno a noi si fosse fermato. Poi, con un sorriso luminoso come l'alba, mi disse:

«Lasciami diventare tua moglie. Verrò con te e ti aiuterò a saldare il debito. Poi potrai tornare a casa, libero.»

Rimasi senza parole. Come poteva una sconosciuta, una donna così bella e piena di grazia, offrirsi di condividere il mio destino? Le dissi che non avevo nulla da offrirle, che ero solo un povero contadino in catene. Ma lei scosse il capo e mi prese la mano.

«Ho visto il tuo cuore, Dong Yong. Un uomo che ama così profondamente suo padre è un uomo che vale la pena amare.»

Non capivo cosa stesse succedendo. Ero confuso, spaventato, ma anche profondamente commosso. Per la prima volta da quando mio padre era morto, sentivo un barlume di speranza. Presi la sua mano tra le mie, e insieme, continuammo il cammino.

Arrivammo dal padrone. Lui ci guardò con sospetto.


Trecento rotoli di seta fine in un mese.

«Trecento rotoli di seta fine in un mese. Se ci riuscirai, ti restituirò il contratto. Se no, il debito raddoppierà.»

Era impossibile. Trecento rotoli in un mese: nemmeno il più abile tessitore avrebbe potuto farcela. Era solo un modo come un altro per dire che sarei stato suo per sempre.

Mi sentii crollare. Ma la mia sposa mi strinse la mano e sussurrò: «Non preoccuparti. Fidati di me.»

Quella notte stessa, mentre il padrone dormiva, lei cominciò a tessere. Ricordo ancora il suono del telaio: era così armonioso che sembrava musica celeste. Le sue mani si muovevano veloci, i fili di seta danzavano come se avessero vita propria. Io la imploravo di riposarsi, ma lei scuoteva la testa e sorrideva: «Non preoccuparti per me, amore mio. Presto saremo liberi.»

Era vero. Giorno dopo giorno, i rotoli si accumulavano. Il padrone, incuriosito, veniva a controllare, ma trovava sempre più seta di quanto avesse ordinato. In un mese esatto, trecento rotoli erano pronti, più belli di qualsiasi tessuto avesse mai visto.

Il padrone, stupito e commosso, ci restituì il contratto.

Ero libero. Finalmente libero.


Tornammo a casa insieme, felici come due colombe. 

Sulla strada, ci fermammo sotto un albero di gelso, proprio dove ci eravamo incontrati. Il sole stava tramontando, e il cielo si tingeva di oro e rosso.

Fu allora che lei si fermò e mi prese le mani. I suoi occhi, che avevo sempre visto così luminosi, erano pieni di una tristezza infinita. Sentii un nodo alla gola.

«Mio amato Dong Yong disse, e la sua voce era dolce come una carezza è giunto il momento di dirti la verità.»

«Quale verità?» chiesi, e il mio cuore cominciò a battere forte.

«Io non sono una donna mortale. Sono la figlia dell'Imperatore del Cielo. Il Cielo ha visto la tua pietà filiale, ha visto il tuo cuore puro, e mi ha mandato per aiutarti. Ma ora il mio compito è compiuto, e devo tornare.»

Le lacrime mi offuscarono lo sguardo. Sentii il mondo crollare di nuovo.

«No!» gridai, stringendole le mani con tutte le mie forze. «Resta con me! Non posso perdere anche te! Ho già perso mio padre... non posso perdere anche te!»

Lei mi abbracciò forte, e sentii il suo corpo tremare.

«Il nostro amore è stato il più bel dono della mia vita eterna, ma il Cielo mi chiama. Non posso disobbedire.»

«Perché?» gridai, con la voce rotta dal pianto. «Perché devi andare via? Ti amo! Ti amo più della mia stessa vita!»

Lei sollevò una mano e mi accarezzò il volto. Le sue dita erano fresche come l'acqua di un ruscello.

«E io amo te, Dong Yong, disse. Ma il nostro amore non finisce qui. Ogni volta che guarderai il cielo, io sarò lì. Ogni volta che penserai a me, io sentirò il tuo cuore. Ricorda: hai un cuore buono. Il Cielo ti ha premiato, ma ora devi vivere. Devi onorare la memoria di tuo padre. Devi vivere la tua vita con onestà e amore, come lui ti ha insegnato.»

Un vento leggero si alzò. Le sue vesti di seta si gonfiarono come ali, e il suo corpo cominciò a brillare di una luce abbagliante. Io la strinsi forte, ma le sue mani scivolavano via come sabbia tra le dita.

«Non dimenticarmi!» gridai.

«Mai rispose, con un sorriso luminoso. Mai.»


La pietà filiale.

Con un ultimo abbraccio, il suo corpo si sollevò da terra, leggero come una piuma. Salì verso il cielo, sempre più in alto, fino a diventare un punto luminoso tra le nuvole. Poi, tutto taque.

Caddi in ginocchio sotto quell'albero di gelso. Le lacrime scorrevano libere, e per molto tempo non riuscii a parlare. Guardavo il cielo, cercando un segno di lei.

Poi, lentamente, mentre il sole tramontava, sentii una pace strana scendere nel mio cuore. Avevo perso mio padre. Avevo perso la donna che amavo. Ma avevo imparato che l'amore sincero può commuovere persino il Cielo.

Avevo capito che la vera pietà filiale non è solo un dovere: è un sentimento così puro che attraversa il tempo e lo spazio, raggiungendo i cuori di tutti, anche degli dei. E avevo imparato che l'amore, anche quando sembra finire, continua a vivere in chi resta.

Oggi, quando guardo il cielo al tramonto, so che loro sono lassù, insieme, a vegliare su di me. E io vivo la mia vita onestamente, come lui mi ha insegnato, portando nel cuore la promessa di un amore che non muore mai.


卖身葬父 e il senso della pietà filiale

Carissime lettrici e carissimi lettori,

la storia di Dong Yong che abbiamo appena raccontato è diventata nei secoli uno dei racconti più celebri del 《二十四孝》 (Èrshísì Xiào), la raccolta dei Ventiquattro Esempi di Pietà Filiale, ed ha dato origine al chengyu: 卖身葬父 (Mài shēn zàng fù) Vendere sé stessi per seppellire il padre.

Questo chengyu descrive un atto di estrema devozione filiale. Racchiude in sé il dramma di un figlio che, per mancanza di denaro, è disposto a sacrificare la propria libertà e a vendersi come schiavo pur di garantire al padre defunto una degna sepoltura. 

Oggi, questo chengyu viene usato per descrivere un atto di amore e devozione sconfinato verso i propri genitori, un amore che non conosce limiti e che antepone il dovere filiale a qualsiasi altra cosa, persino alla propria libertà.

La pietà filiale (xiào 孝), per Confucio, non è semplice obbedienza. È la radice di ogni virtù, il primo amore che impariamo, quello che ci insegna a essere umani. Chi ama e rispetta i propri genitori imparerà naturalmente ad amare e rispettare tutti gli altri.

Una vecchia poesia celebra così l'evento:

葬父贷孔兄,仙姬陌上逢。
Zàng fù dài kǒng xiōng, xiān jī mò shàng féng.
Per seppellire il padre chiese in prestito del denaro, incontrò una fanciulla divina lungo la strada.

织缣偿债主,孝感动苍穹。
Zhī jiān cháng zhài zhǔ, xiào gǎn dòng cāng qióng.
Tessendo la seta ripagò il creditore, la sua pietà filiale commosse il cielo.

La "ricompensa divina" non è una magia fine a sé stessa: è il riconoscimento, da parte del Cielo, di una virtù umana così pura e assoluta da essere degna di un miracolo. La pietà filiale è così potente da muovere persino gli dei.

Non tutti sono chiamati a gesti estremi come quello di Dong Yong. Ma la lezione che ci lascia è universale: la vera pietà filiale si manifesta ogni giorno, nei piccoli gesti di cura e di gratitudine verso chi ci ha dato la vita e diventa la base per coltivare un uomo virtuoso che ha cura della propria comunità.

马到成功 mǎdàochénggōng - All’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria

 马到成功
mǎdàochénggōng
All’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria



那老尉迟这一去,马到成功。
Nà lǎo Yùchí zhè yī qù, mǎ dào chénggōng.
Una volta che il vecchio Yuchi sarà partito, all’arrivo dei cavalli, arriverà la vittoria.

元·无名氏《小尉迟》第二折
Yuán · Wúmíngshì 《Xiǎo Yùchí》 dì èr zhé
Dinastia Yuan · autore anonimo: Il Giovane Yuchi, secondo atto 

 
Carissime lettrici e carissimi lettori,

Questa citazione, tratta da un’opera teatrale della dinastia Yuan, è la fonte originale del chengyu 马到成功 (mǎdàochénggōng – “all’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria”). 

Si tratta di un’espressione ampiamente utilizzata per descrivere un successo che arriva rapido e inarrestabile. Tuttavia nell’uso contemporaneo, si impiega anche per augurare a qualcuno un esito favorevole con la massima rapidità, spesso in occasione di eventi significativi come un esame, un nuovo lavoro o un progetto importante. 

Ecco perché ci è sembrato il chengyu perfetto per augurare a tutti un anno del cavallo ricco di successi e di nuovi traguardi.

Ma non vi rubo altro tempo e vi lascio a questa nuova storia, per svelare pian piano il senso profondo di questo nostro augurio per voi.

Il Giovane Yuchi

Ambientata durante la turbolenta transizione tra le dinastie Sui e Tang, quest’opera teatrale in quattro atti narra la drammatica vicenda di 尉迟敬德 (Yùchí Jìngdé), celebre generale dei Tang, e di suo figlio 尉迟保林 (Yùchí Bǎolín). Separati per vent’anni dal destino e dalla guerra.

La storia si apre due decenni prima degli eventi principali. All’epoca Yuchi Jingde era generale al servizio di 刘武周 (Liú Wǔzhōu), feroce signore della guerra delle tribù del nord. Quando il suo signore fu sconfitto in battaglia, Yuchi Jingde decise di abbandonarlo e di porsi al servizio dell’imperatore Tang, iniziando così la carriera che lo avrebbe reso leggendario. 

Nella fuga però, non poté portare con sé sul figlio: Yuchi Baolin, all'epoca un bambino di appena tre anni e fu costretto ad affidarlo a un servo fedele, un vecchio dal cuore gentile di nome 宇文庆 (Yǔwén Qìng), con la speranza di tornare un giorno a riprenderlo. 

Ma quel giorno non arrivò mai.

Il bambino e il vecchio servo caddero infatti, nelle mani di 刘季真 (Liú Jìzhēn), capo dei barbari e figlio di Liu Wuzhou. Questi, non avendo figli suoi decise di adottare il bambino e lo chiamò 刘无敌 (Liú Wúdí). 

Da quel momento chiunque avesse rivelato al giovane la verità sulle sue origini avrebbe pagato con la vita.

Gli anni passarono. Il bambino crebbe forte e valoroso, proprio come suo padre, ignaro della propria identità. La sua abilità nelle arti marziali divennero leggendaria tra le tribù del nord e un giorno Liu Jizhen lo convocò.

«Figliolo, i nostri nemici sono deboli e stanchi. Prendi l’esercito e sfida quel vecchio di Yuchi Jingde. Lui è anziano, tu sei giovane e nel pieno delle forze. Lo sconfiggerai facilmente, e poi marceremo su Chang’an per conquistare tutto.» 

Liu Wudi esultò: finalmente avrebbe mostrato al mondo il proprio valore.
Per difendersi dall’imminente attacco, Yuchi Jingde venne richiamato in servizio nonostante l’età avanzata. 

Ed è qui che, per la prima volta nell’opera e nella storia, risuona il chengyu 马到成功 (mǎ dào chéng gōng). Infatti, quando il generale accettò la sfida, i ministri Tang dichiarano con fiducia:

«那老尉迟这一去,马到成功»
Nà lǎo Yùchí zhè yī qù, mǎ dào chénggōng
Quel vecchio Yuchi, ovunque vada il successo è immediato.

Fiduciosi che l’esperienza e il valore del generale lo avrebbero condotto ad una rapida vittoria.

La notte prima della battaglia, il vecchio Yuwen Qing si avvicinò al giovane guerriero e dopo aver allontanato le guardie, gli rivelò la verità:

«Tu non sei figlio di Liu Jizhen. Tuo padre è proprio l’uomo che stai per affrontare. Ti chiamavi Yuchi Baolin. Vent’anni fa tuo padre ti affidò a me, sperando di tornare. Ho custodito questo segreto per tutto questo tempo, ma adesso è il momento che tu sappia la verità.»

E gli mostrò la frusta d’acciaio che il padre gli aveva lasciato.

Il giovane fu sconvolto da quella rivelazione, ma non ebbe però tempo di riflettere: l’alba portava con sé la battaglia.

Sul campo, i due guerrieri si affrontarono davanti agli eserciti schierati. Liu Wudi osservò l’uomo anziano, dalla barba grigia e la frusta in pugno, e riconobbe in lui i lineamenti che vedeva ogni mattina allo specchio. Combatté con prudenza, parando senza mai colpire davvero. Poi, fingendo difficoltà, si ritirò verso una collina lontana.

Yuchi Jingde lo inseguì d’istinto.

Quando furono soli, lontani da migliaia di occhi, il giovane scese da cavallo, si inginocchiò e porse la frusta.

Il vecchio generale riconobbe l’arma, la stessa su cui aveva inciso un segno vent’anni prima, sentì il cuore sciogliersi in un misto di gioia e dolore e in lacrime lo abbracciò. Aveva ritrovato il figlio perduto.

Ma il giovane non voleva tornare a mani vuote.

«Lasciatemi tornare tra i nemici», disse. «Catturerò Liu Jizhen e lo offrirò all’imperatore. Così avrò onorato il mio nome e il mio sangue.»

Ritornò all’accampamento, radunò i suoi uomini più fedeli e catturò l’uomo che lo aveva cresciuto nella menzogna. Condotto davanti ai ministri Tang, Liu Jizhen gridò rabbia e disprezzo, ma nessuno lo ascoltò: la sua sorte era segnata.

L’imperatore Taizong, riconoscendo la lealtà e il valore di entrambi, ricompensò padre e figlio. Yuchi Jingde ricevette terre e oro; Yuchi Baolin fu nominato generale, destinato a proseguire la gloria familiare. Anche il vecchio Yuwen Qing venne onorato e visse i suoi ultimi anni circondato dal rispetto e dall’affetto di quella famiglia che aveva contribuito a riunire.

Dopo tanti anni padre e figlio si erano finalmente riuniti.


Il Chengyu "马到成功" nell'Opera

Il chengyu "马到成功" (Mǎ dào chénggōng) significa letteralmente "all’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria" e viene utilizzato per descrivere un successo che arriva rapido e senza ostacoli.

Nell'opera, questo concetto si manifesta in due modi:

Nella speranza della corte Tang che il vecchio Yuchi, nonostante l'età, possa ottenere una vittoria rapida contro Liu Wudi, confidando nella sua esperienza e nella sua leggendaria abilità con la frusta.

Nell'ironia della situazione: ciò che nessuno sa è che il "successo immediato" non arriverà attraverso la sconfitta del nemico, ma attraverso il ricongiungimento familiare. Quando Yuchi Jingde e Liu Wudi si riconoscono, la vera vittoria non è militare ma umana: il cavallo è arrivato, e con lui è arrivato il successo del ricongiungimento del padre con il figlio.

"马到成功" è pertanto anche una bellissima frase di augurio. Non augura semplicemente la fortuna, ma un trionfo così meritato e naturale da sembrare scritto nel destino. Ed è l’augurio per voi carissime lettrici e carissimi lettori, per un felice e prospero anno del cavallo, che tutti i vostri progetti possano arrivare a compimento.

马到成功!

Federico Zinelli

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