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马到成功 mǎdàochénggōng - All’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria

 马到成功
mǎdàochénggōng
All’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria



那老尉迟这一去,马到成功。
Nà lǎo Yùchí zhè yī qù, mǎ dào chénggōng.
Una volta che il vecchio Yuchi sarà partito, all’arrivo dei cavalli, arriverà la vittoria.

元·无名氏《小尉迟》第二折
Yuán · Wúmíngshì 《Xiǎo Yùchí》 dì èr zhé
Dinastia Yuan · autore anonimo: Il Giovane Yuchi, secondo atto 

 
Carissime lettrici e carissimi lettori,

Questa citazione, tratta da un’opera teatrale della dinastia Yuan, è la fonte originale del chengyu 马到成功 (mǎdàochénggōng – “all’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria”). 

Si tratta di un’espressione ampiamente utilizzata per descrivere un successo che arriva rapido e inarrestabile. Tuttavia nell’uso contemporaneo, si impiega anche per augurare a qualcuno un esito favorevole con la massima rapidità, spesso in occasione di eventi significativi come un esame, un nuovo lavoro o un progetto importante. 

Ecco perché ci è sembrato il chengyu perfetto per augurare a tutti un anno del cavallo ricco di successi e di nuovi traguardi.

Ma non vi rubo altro tempo e vi lascio a questa nuova storia, per svelare pian piano il senso profondo di questo nostro augurio per voi.

Il Giovane Yuchi

Ambientata durante la turbolenta transizione tra le dinastie Sui e Tang, quest’opera teatrale in quattro atti narra la drammatica vicenda di 尉迟敬德 (Yùchí Jìngdé), celebre generale dei Tang, e di suo figlio 尉迟保林 (Yùchí Bǎolín). Separati per vent’anni dal destino e dalla guerra.

La storia si apre due decenni prima degli eventi principali. All’epoca Yuchi Jingde era generale al servizio di 刘武周 (Liú Wǔzhōu), feroce signore della guerra delle tribù del nord. Quando il suo signore fu sconfitto in battaglia, Yuchi Jingde decise di abbandonarlo e di porsi al servizio dell’imperatore Tang, iniziando così la carriera che lo avrebbe reso leggendario. 

Nella fuga però, non poté portare con sé sul figlio: Yuchi Baolin, all'epoca un bambino di appena tre anni e fu costretto ad affidarlo a un servo fedele, un vecchio dal cuore gentile di nome 宇文庆 (Yǔwén Qìng), con la speranza di tornare un giorno a riprenderlo. 

Ma quel giorno non arrivò mai.

Il bambino e il vecchio servo caddero infatti, nelle mani di 刘季真 (Liú Jìzhēn), capo dei barbari e figlio di Liu Wuzhou. Questi, non avendo figli suoi decise di adottare il bambino e lo chiamò 刘无敌 (Liú Wúdí). 

Da quel momento chiunque avesse rivelato al giovane la verità sulle sue origini avrebbe pagato con la vita.

Gli anni passarono. Il bambino crebbe forte e valoroso, proprio come suo padre, ignaro della propria identità. La sua abilità nelle arti marziali divennero leggendaria tra le tribù del nord e un giorno Liu Jizhen lo convocò.

«Figliolo, i nostri nemici sono deboli e stanchi. Prendi l’esercito e sfida quel vecchio di Yuchi Jingde. Lui è anziano, tu sei giovane e nel pieno delle forze. Lo sconfiggerai facilmente, e poi marceremo su Chang’an per conquistare tutto.» 

Liu Wudi esultò: finalmente avrebbe mostrato al mondo il proprio valore.
Per difendersi dall’imminente attacco, Yuchi Jingde venne richiamato in servizio nonostante l’età avanzata. 

Ed è qui che, per la prima volta nell’opera e nella storia, risuona il chengyu 马到成功 (mǎ dào chéng gōng). Infatti, quando il generale accettò la sfida, i ministri Tang dichiarano con fiducia:

«那老尉迟这一去,马到成功»
Nà lǎo Yùchí zhè yī qù, mǎ dào chénggōng
Quel vecchio Yuchi, ovunque vada il successo è immediato.

Fiduciosi che l’esperienza e il valore del generale lo avrebbero condotto ad una rapida vittoria.

La notte prima della battaglia, il vecchio Yuwen Qing si avvicinò al giovane guerriero e dopo aver allontanato le guardie, gli rivelò la verità:

«Tu non sei figlio di Liu Jizhen. Tuo padre è proprio l’uomo che stai per affrontare. Ti chiamavi Yuchi Baolin. Vent’anni fa tuo padre ti affidò a me, sperando di tornare. Ho custodito questo segreto per tutto questo tempo, ma adesso è il momento che tu sappia la verità.»

E gli mostrò la frusta d’acciaio che il padre gli aveva lasciato.

Il giovane fu sconvolto da quella rivelazione, ma non ebbe però tempo di riflettere: l’alba portava con sé la battaglia.

Sul campo, i due guerrieri si affrontarono davanti agli eserciti schierati. Liu Wudi osservò l’uomo anziano, dalla barba grigia e la frusta in pugno, e riconobbe in lui i lineamenti che vedeva ogni mattina allo specchio. Combatté con prudenza, parando senza mai colpire davvero. Poi, fingendo difficoltà, si ritirò verso una collina lontana.

Yuchi Jingde lo inseguì d’istinto.

Quando furono soli, lontani da migliaia di occhi, il giovane scese da cavallo, si inginocchiò e porse la frusta.

Il vecchio generale riconobbe l’arma, la stessa su cui aveva inciso un segno vent’anni prima, sentì il cuore sciogliersi in un misto di gioia e dolore e in lacrime lo abbracciò. Aveva ritrovato il figlio perduto.

Ma il giovane non voleva tornare a mani vuote.

«Lasciatemi tornare tra i nemici», disse. «Catturerò Liu Jizhen e lo offrirò all’imperatore. Così avrò onorato il mio nome e il mio sangue.»

Ritornò all’accampamento, radunò i suoi uomini più fedeli e catturò l’uomo che lo aveva cresciuto nella menzogna. Condotto davanti ai ministri Tang, Liu Jizhen gridò rabbia e disprezzo, ma nessuno lo ascoltò: la sua sorte era segnata.

L’imperatore Taizong, riconoscendo la lealtà e il valore di entrambi, ricompensò padre e figlio. Yuchi Jingde ricevette terre e oro; Yuchi Baolin fu nominato generale, destinato a proseguire la gloria familiare. Anche il vecchio Yuwen Qing venne onorato e visse i suoi ultimi anni circondato dal rispetto e dall’affetto di quella famiglia che aveva contribuito a riunire.

Dopo tanti anni padre e figlio si erano finalmente riuniti.


Il Chengyu "马到成功" nell'Opera

Il chengyu "马到成功" (Mǎ dào chénggōng) significa letteralmente "all’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria" e viene utilizzato per descrivere un successo che arriva rapido e senza ostacoli.

Nell'opera, questo concetto si manifesta in due modi:

Nella speranza della corte Tang che il vecchio Yuchi, nonostante l'età, possa ottenere una vittoria rapida contro Liu Wudi, confidando nella sua esperienza e nella sua leggendaria abilità con la frusta.

Nell'ironia della situazione: ciò che nessuno sa è che il "successo immediato" non arriverà attraverso la sconfitta del nemico, ma attraverso il ricongiungimento familiare. Quando Yuchi Jingde e Liu Wudi si riconoscono, la vera vittoria non è militare ma umana: il cavallo è arrivato, e con lui è arrivato il successo del ricongiungimento del padre con il figlio.

"马到成功" è pertanto anche una bellissima frase di augurio. Non augura semplicemente la fortuna, ma un trionfo così meritato e naturale da sembrare scritto nel destino. Ed è l’augurio per voi carissime lettrici e carissimi lettori, per un felice e prospero anno del cavallo, che tutti i vostri progetti possano arrivare a compimento.

马到成功!

Federico Zinelli

克己复礼 kè jǐ fù lǐ - Controllare se stessi osservando il rituale

克己复礼
kè jǐ fù lǐ
Controllare se stessi osservando il rituale



Carissime lettrici e carissimi lettori,

oggi, con questo nuovo chengyu, vorrei parlarvi di due concetti che sono alla base del Confucianesimo: 仁 (rén – senso dell’umanità) e 礼 (禮 lǐ – rituale)

Il significato profondo di questi due concetti è espresso in modo particolarmente chiaro da Anne Cheng, in un libro che vi consiglio vivamente se, come me, siete appassionati di storia e cultura cinese: Storia del pensiero cinese, che potete trovare anche qui sotto.

Storia del pensiero cinese. Dalle origini allo «Studio del mistero»

“Ren che si potrebbe tradurre, in mancanza di meglio, come “qualità umana” o “senso dell’umanità”, è ciò che costituisce fin da principio l’uomo come essere morale nella rete delle sue relazioni con gli altri, la cui armoniosa complessità è ad immagine dell’universo stesso. 

“Confucio opera riguardo a li uno slittamento semantico, passando dal significato sacrificale e religioso del termine all’idea di un atteggiamento interiorizzato proprio di ciascuno, rappresentato dalla consapevolezza e dal rispetto degli altri, che garantisce l’armonia delle relazioni umane, sociali o politiche che siano.”

- da: Storia del pensiero cinese di Anne Cheng

Nel chengyu 克己复礼, apparso per la prima volta nei Dialoghi di Confucio, si coglie uno dei cardini del Confucianesimo: il nesso inscindibile tra questi due aspetti. 

Da un lato l’aspetto interiore, 克己 (kè jǐ – l’autodisciplina, il dominio di sé); dall’altro l’aspetto esteriore, 复礼 (fù lǐ – il ritorno alle forme rituali). Virtù interiore e forma esteriore non sono separabili: si sostengono a vicenda.


La prima apparizione del chengyu 克己复礼

L’idioma 克己复礼 compare per la prima volta nei Dialoghi di Confucio, testo fondamentale del Confucianesimo, in particolare nel Libro XII, all’interno di un dialogo tra Confucio e il suo discepolo più importante in materia di virtù: 颜回 (yán huí).


颜渊问仁。子曰:“克己复礼为仁。一日克己复礼,天下归仁焉。为仁由己,而由人乎哉?”

Yan Yuan (Yan Hui) chiese della Benevolenza (仁, rén).

Il Maestro disse: 

«Dominare sé stessi e ritornare al rituale (li): questo è la Benevolenza.

Se anche solo per un giorno tu riuscissi a dominare te stesso e a ritornare al rituale, tutto ciò che è sotto il Cielo si volgerebbe alla Benevolenza.

La pratica della Benevolenza dipende forse dagli altri? Dipende solo da sé stessi.» 

Yan Hui chiede quindi indicazioni più concrete, e Confucio risponde con una delle citazioni più celebri dell’intera opera:


颜渊曰:“请问其目。”子曰:“非礼勿视,非礼勿听,非礼勿言,非礼勿动。”

Yan Hui disse: «Oserei chiedere i precetti particolari?»

Il Maestro disse:

«Non guardare ciò che è contrario al rituale; non ascoltare ciò che è contrario al rituale; non parlare di ciò che è contrario al rituale; non muoverti in modo contrario al rituale.» 

Yan Hui era celebrato come il discepolo più virtuoso e più amato da Confucio. Morì giovane, e Confucio ne pianse la perdita con un dolore inconsolabile. Era l’esempio vivente di colui che, pur abitando in una capanna, nutrendosi di una semplice ciotola di riso e di un mestolo d’acqua, non permetteva mai che la sua gioia interiore venisse scalfita. Yan Hui incarnava pienamente il dominio di sé (克己).


Il contesto della storia di oggi

La storia che abbiamo raccontato oggi si svolge durante il cosiddetto “Assedio tra Chen e Cai” (陈蔡之厄, Chén Cài zhī è), un episodio riportato nello《史记》 (Shiji, Memorie di uno storico) di Sima Qian.

Nella biografia di Confucio, questa crisi rappresenta un momento di straordinaria importanza, che ne consolidò definitivamente l’immagine di maestro incrollabile.

Durante i suoi viaggi tra gli stati feudali del V secolo a.C., alla ricerca di un sovrano disposto ad ascoltare i suoi insegnamenti sul buon governo, Confucio e i suoi discepoli vennero improvvisamente circondati e isolati in una zona di confine.

Le ragioni dell’assedio restano incerte. Forse i governanti locali temevano che Confucio, raggiungendo lo stato di Chu, potesse diventare una minaccia politica; forse diffidavano semplicemente della sua crescente influenza. Qualunque fosse la causa, l’esito fu drammatico: il gruppo rimase bloccato per sette giorni, senza cibo e senza vie di fuga.

Fu proprio in questa condizione estrema che Confucio diede prova concreta dei suoi insegnamenti. Mentre alcuni discepoli vacillavano, egli continuava a insegnare, a studiare e a suonare la cetra, trasformando la crisi in una lezione vivente. Interrogato su come un uomo virtuoso potesse cadere in una simile miseria, rispose distinguendo nettamente tra sventura esteriore e integrità interiore: la povertà può colpire chiunque, ma solo chi rinuncia ai propri principi tradisce davvero sé stesso.

Più che un semplice episodio di resistenza, la Crisi di Chen e Cai divenne un simbolo duraturo. Dimostrò che l'autorità morale di Confucio non dipendeva dal successo politico, ma dalla coerenza assoluta, anche di fronte al fallimento e all'isolamento. 

Liberato infine grazie all’intervento dello stato di Chu, Confucio uscì da quell’esperienza non come un vinto, ma come il grande uomo che era: un maestro che aveva saputo mostrare, con l’esempio, cosa significhi davvero “controllare sé stessi, osservando il rituale”.


La storia chengyu di oggi

«Maestro.

Il vento sferza i campi tra Chen e Cai. Siamo circondati, isolati, e la fame ci stringe da ormai sette giorni. La disperazione mi ha spinto a strisciare oltre le linee nemiche. Non so per quale favore del destino, forse gli spiriti degli antenati vegliano ancora su di noi, ma sono riuscito a raggiungere un villaggio e a barattare il mio mantello per un piccolo sacco di riso.

Tornato qui, l’ho cucinato per dividerlo con tutti.

La cottura era ormai terminata quando un po’ di fuliggine è caduta nella pentola. Mi sono allontanato un istante per cercare dei rami con cui rimuoverla e, al mio ritorno, ho visto chiaramente Yan Hui, il migliore tra noi, il più vicino al cuore del maestro, accovacciato accanto al fuoco, mentre la pentola di terracotta ribolliva ancora.

Con un gesto rapido, quasi furtivo, Yan Hui ha allungato la mano, ha afferrato una manciata di riso fumante dal bordo della pentola e se l’è portata alla bocca.

Ha rubato il nostro cibo. Prima che fosse servito. Prima che il maestro ne avesse preso la prima porzione.»

Mi chino davanti al maestro, ma la rabbia continua a incendiarmi il petto.

Quell’uomo, tanto lodato per la sua incrollabile virtù, colui che il maestro definisce capace di non ripetere mai due volte un errore, si macchia di un’azione così vile proprio nella nostra ora più buia. Il disprezzo mi brucia più della fame.

Il maestro alza lo sguardo. I suoi occhi, stanchi ma limpidi, sembrano vedermi attraverso. Poi scuote lentamente il capo, con un lieve sorriso.

«Zigong, ho fiducia in Yan Hui. Anche se i tuoi occhi hanno visto una cosa, il mio cuore non crede che sia così. Forse c’è una spiegazione che ci sfugge. Lascia che lo chiami, con tatto.»

Che spiegazione può esserci? penso. Ho visto chiaramente ciò che ha fatto.

Il maestro chiama Yan Hui e io mi ritraggo nell’ombra, con il cuore aggrovigliato tra risentimento e il desiderio di vedere umiliato il mio rivale.

«Yan Hui,» dice il maestro con voce calma, «questa notte ho sognato i miei antenati. Forse è un segno. Prepara una ciotola di quel riso appena cotto, voglio offrirla in loro memoria.»

Il volto di Yan Hui impallidisce. Si inginocchia immediatamente, la fronte quasi a terra.

«Maestro, perdonatemi! Non potete farlo!» La sua voce trema, colma di vergogna e sgomento. «Mentre il riso cuoceva, un frammento di carbone e cenere dal muro è caduto nella pentola, e lo ha sporcato. Gettare via il cibo, in un momento come questo, sarebbe stato un peccato contro il Cielo che ce lo ha concesso. Così… ho mangiato la parte che si è sporcata. Il resto è pulito, ma il cibo che ho toccato con le mani è impuro per un’offerta sacra. Sarebbe un’offesa agli antenati!»

All’improvviso, le voci nella mia mente tacciono. La cenere. Lui non aveva rubato per avidità. Aveva agito per parsimonia, per rispetto del dono del cibo, per purezza del rito. Ho visto l’azione, ma sono rimasto cieco all’intenzione.

Il maestro annuisce, senza sorpresa, con una dolcezza profonda negli occhi. Poi sorride e dice: «Allora mangeremo insieme quel riso. Va’ a prenderlo».

Yan Hui si allontana, rasserenato. Il maestro si volta lentamente verso l’ombra in cui mi nascondo. I suoi occhi incontrano i miei. Non c’è rimprovero, né trionfo: solo una pacata comprensione. E in essa, una grande lezione.

Ho fallito nel dominare me stesso. La mia rabbia, il mio giudizio precipitoso, il mio orgoglio ferito avevano preso il sopravvento. Non avevo controllato le mie emozioni.

«Mio caro Zigong,» dice il maestro, «ricorda che 克己复礼 è il dominio di sé, di chi rifiuta la via facile del sospetto; è il ritorno al rito più alto, quello della fraternità e della giustizia. 

La vera virtù non sta nel non commettere errori, ma nell’agire con un’intenzione pura, anche a costo di essere fraintesi. E la vera saggezza non sta nel vedere tutto, ma nel sospendere il giudizio, nel dominare il proprio impulso a condannare, e nel cercare la verità seguendo la via corretta, il “rito” interiore della ragione e della compassione. Questo è il cuore di “克己复礼”. Non è un freno, ma la liberazione dalla prigione dei propri pregiudizi.”


兔死狗烹 tù sǐ gǒu pēng - Uccisa la lepre, si cucina il cane

兔死狗烹
tù sǐ gǒu pēng
Uccisa la lepre, si cucina il cane


Carissime lettrici e carissimi lettori

la storia di oggi è tratta dal celebre chengyu 兔死狗烹 (tù sǐ gǒu pēng – “uccisa la lepre, si cucina il cane”), un’interessante metafora che esprime il comportamento ingrato di chi condanna o allontana i propri benefattori una volta raggiunto il successo.

Questo chengyu ha un’origine storica molto antica e lo troviamo in due riferimenti principali. Il primo a utilizzarlo fu Han Feizi, nella sua opera omonima 《韓非子》 (hánfēizǐ), che ne definisce l’origine concettuale e letteraria. Il secondo riferimento, tutt’altro che secondario perché racconta la vicenda che lo ha reso così celebre, si trova nello 史记 (shǐjì – Memorie storiche) di Sima Qian.

Torneremo sul racconto storico di Sima Qian in un altro articolo, oggi invece volgiamo lo sguardo ad Han Feizi, poiché la fine di questo grande fautore del Legismo cinese è forse la storia chengyu più emblematica per questo idioma.


Il Legismo e la sua inevitabile rovina

Il Legismo fu un’ideologia crudele, prodotto di centinaia di anni di guerre e lotte per il potere. Questo modo di pensare, profondamente dispotico, ripudiava i principi confuciani di umanità, pietà filiale e moralità, privilegiando invece una legge inflessibile e uguale per tutti, un controllo oppressivo sull’individuo, l’egoismo come motore della società e il disprezzo per i riti e per il passato.

Il Legismo era, per progettazione e per intenzione, una filosofia spietata. Tuttavia, non si trattava di una spietatezza fine a sé stessa, bensì di un metodo razionale volto al raggiungimento di un obiettivo supremo: l’ordine e la potenza dello Stato. Il Legismo rifiutava la morale tradizionale confuciana non perché fosse “cattiva”, ma perché la riteneva inefficace in un mondo dominato dal caos e dalla guerra.

Nel periodo degli stati combattenti, il Legismo si presentava come l’unica dottrina capace di offrire una soluzione realistica alla sopravvivenza. Uno Stato confuciano, fondato su valori di mitezza e sul ritorno ai riti antichi, sarebbe stato facilmente divorato da uno Stato in cui vigeva il Legismo, organizzato come una vera e propria macchina da guerra. La “spietatezza” diventava quindi una necessità per non essere sopraffatti.

Fu proprio grazie a questa spietatezza che Qin, lo Stato che più radicalmente seguiva il Legismo dei Regni Combattenti, riuscì a unificare la Cina, segnando la vittoria di questa ideologia e l’inizio di un periodo oscuro, durante il quale confucianesimo e taoismo vennero banditi.

Ma, come testimonia anche la storia occidentale, ogni Stato distopico ha vita breve. Un sistema fondato sul terrore totale rende tutti paranoici: i ministri complottano per sopravvivere, il sovrano si trasforma in un recluso sospettoso di chiunque. L’efficienza si tramuta così in paralisi.

La caduta dell’Impero Qin (221–206 a.C.) rappresentò un drammatico caso di studio dei limiti del pensiero dispotico tipico del Legismo. Non fu soltanto la fine di una dinastia, ma il collasso di un esperimento totalitario che segnò anche la fine di questa dispotica ideologia.


Introduzione alla storia di oggi

Care lettrici e cari lettori, quanto segue è necessario per comprendere la storia di oggi: il racconto della fine di Han Feizi, ironicamente travolto dalle stesse logiche spietate che aveva difeso per tutta la vita. Fu infatti il Legismo da lui promosso a garantirgli fama e prestigio, fino a conquistare la stima del sovrano dello Stato di Qin, colui che sarebbe diventato il leggendario 秦始皇帝 (Qínshǐhuáng dì), il primo imperatore, unificatore della Cina.

Intorno al 234 a.C., con lo Stato di Qin ormai incontenibile e pronto a invadere Han, Han Fei fu inviato a Qin come ambasciatore, forse nel tentativo estremo di salvare il suo Stato natale facendo leva sulla sua straordinaria dialettica. Il re di Qin fu entusiasta di incontrarlo, essendo un fervente sostenitore delle idee di Han Feizi.

Tuttavia, tra i ministri di corte dello Stato di Qin vi era Li Si, ex compagno di studi di Han Fei. Questi, temendo che il genio superiore di Han Fei potesse oscurarlo e sottrargli il favore del sovrano, e volendo eliminare ogni minaccia al proprio potere, gli mosse questa denuncia:

“Han Fei è un principe dello Stato di Han. La sua lealtà sarà sempre rivolta a Han, non a Qin. Questa è la natura umana. Se lo rimandi indietro, diventerà un pericolo. È meglio applicare la legge e giustiziarlo, prevenendo così future minacce.” 

Il re, forse esitante ma convinto dalla ragion di Stato, ordinò l’arresto di Han Fei. Ed è proprio nella sua cella che prende forma la storia di oggi…


La fine di Han Fei

Il freddo del terreno risale le mie ginocchia. Non è un gelo esterno, ma il freddo dell’assenza: assenza di luce, di movimento, di voce. Qui, nel silenzio, solo con il mio respiro, il tempo si è solidificato, è divenuto compatto come la terra di queste pareti.

Come il freddo, anche la sete è arrivata lentamente. All’inizio era solo una secchezza lieve, un fastidio facile da ignorare, un pensiero marginale. Dopo molte ore, la saliva ha cominciato a mancare, la lingua a ispessirsi, ogni parola a diventare sempre più faticosa.

È più di un giorno ormai che non bevo una singola goccia d’acqua, e questa sete ora stringe la mia gola, rende la bocca ruvida, trasforma ogni respiro in un promemoria.

Volgo lo sguardo. Davanti a me riposano strisce vuote di bambù e il coltello da incisione. Per anni ho intagliato il concetto di un sistema perfetto, impersonale, che funzionasse come un meccanismo, immune alle passioni degli uomini, immune da ogni forma di debolezza.

Il sistema ha identificato un componente difettoso. Sono io. E Li Si, tu mio vecchio compagno di studi, hai applicato alla perfezione il principio che insegnavo: 狡兔死,走狗烹 (jiǎo tù sǐ, zǒu gǒu pēng). Quando le lepri sono morte e non serve più cacciare, il cane, per quanto si sia dimostrato utile e fedele, deve essere sacrificato.

La mia mente vacilla. Non riesco a tenerla ferma. Scivola sempre là, verso quella incontenibile necessità di bere. È forse questa l’intenzione di Li Si? Non potendo, o non volendo ancora, emettere una condanna a morte formale… condannarmi a morire di sete?

Un cigolio mi desta da quei cupi pensieri.

La porta scivola appena ed entra un giovane servitore preceduto dalla sua ombra. Il suo volto è una maschera di cera, levigata, con occhi neri e profondi che non fissano i miei ma un punto sconosciuto alla mia destra. 

Non c’è rabbia, non c’è odio nella sua espressione. È la pura, semplice esecuzione di una funzione. Perfetto.

Solo dopo scorgo, nelle sue mani, un vassoio di lacca nera. Su di esso c’è una coppa di bronzo, liscia e senza ornamenti.

Non dice una parola. Depone il vassoio sul mio rozzo tavolo, poi arretra e se ne va. 

La necessità ha il sopravvento: la mano è più rapida della mente. Porto la coppa alle labbra prima ancora di potermi interrogare sul suo contenuto.

Il sapore è metallico. Come leccare il sangue su una vecchia spada. Poi, una punta di dolciastro marcio, come frutta fermentata nel fondo di una cantina. Infine, un’onda di calore acida che brucia la lingua e scende, lasciando una scia di cenere e rame in bocca. 

La mia mente realizza che è troppo tardi.

Il mio cuore impazzisce. È l’istinto più antico, più potente di qualsiasi ragione. È la legge della natura che ora rivendica con ferocia il suo diritto su di me. 

Ripenso all’eunuco, alla coppa, al prigioniero che adempie al suo destino. E mentre mi accascio a terra, vedo la perfezione di tutto questo. Il culmine della mia dottrina. 

Il giudizio è stato emesso, il sistema lo esegue. Senza pietà, senza esitazione, senza coinvolgimento emotivo. È la forza pura dello Stato, della decisione che si attua. 

Lo stomaco, all’inizio solo un nodo, si trasforma in una fioritura di fuoco. Un dolore pieno e lacerante si espande come una morsa, fino a riempirmi l’addome e salire verso il petto. Il respiro si fa corto, affilato. La mia vista si restringe. Le pareti della cella si chiudono su di me.


Conclusioni

Li Si portò a termine la sua operazione con precisione chirurgica. L'avvelenamento avvenne prima che l'imperatore potesse rimangiarsi l'ordine di arresto. Così, Han Fei fu inghiottito dal meccanismo di potere che lui stesso aveva disegnato. La sua morte non fu solo la fine di un uomo, ma il primo, perfetto annuncio del destino dell'impero Qin: un'entità costruita su una dottrina così spietata da non poter che divorare, in sequenza, i suoi artefici, i suoi funzionari e infine se stessa.

Autore: Federico Zinelli

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