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万马齐喑 (wàn mǎ qí yīn) - Diecimila cavalli, tutti ammutoliti

 万马齐喑
(wàn mǎ qí yīn)
Diecimila cavalli, tutti ammutoliti



Pechino, 1839.

Uno scossone, poi un grido soffocato. La ruota della carrozza era finita in una pozzanghera e aveva schizzato fango su un passante. L'uomo non protestò. Si limitò a guardarsi la veste sporca, poi abbassò la testa e riprese a camminare. Anche lui taceva. Il cocchiere non si fermò, non si voltò. Schioccò la frusta con più forza del necessario, come se la colpa fosse della strada, del tempo, di chiunque tranne che di noi due. I cavalli protestarono con un nitrito strozzato, la carrozza sobbalzò di nuovo, e io sobbalzai con lei.

Dentro la cabina, l'aria sapeva di polvere e di fumo. Il piccolo braciere di bronzo ai miei piedi non bastava a scaldare le ossa. Mi sedevo su una panca di legno, con cuscini consunti, e guardavo fuori dal finestrino a griglia. La Città Proibita si allontanava alle mie spalle. Anche lei taceva. Tutti tacevano, in questo impero che avevo imparato a disprezzare e ad amare con la stessa intensità.

Me ne andavo. Mi avevano gentilmente invitato a farlo, a dire il vero. Le mie poesie, i miei memoriali al trono, le mie critiche, sempre velate, sempre cortesi, ma pur sempre critiche, erano diventate scomode. E quando un uomo diventa scomodo nella Cina dei Qing, la strada è la sua unica compagna.

Attraversammo il quartiere degli altari sacrificali. Ordinai al cocchiere di fermarsi un momento per ammirare il grande altare del Cielo che si stagliava contro un tramonto color rame ossidato. Per un istante, la sua mole mi trasmise qualcosa di antico, un'eco di quando il Figlio del Cielo parlava con le forze che governano l'universo. Ma quell'eco era fioca. Soffocata. Come ogni altra voce, ormai.

Pensai ai giovani letterati che avevo incontrato nei caffè di Pechino. Pieni di talento, di idee. Ma zitti. Attenzione, non erano sciocchi: sapevano esattamente cosa stava succedendo. L'oppio britannico che drenava l'argento del tesoro imperiale. Le navi da guerra straniere che premevano sulle nostre coste. La corruzione dei mandarini. La rigidità della burocrazia. Sapevano tutto. E tacevano.

Così come tacevano i funzionari a corte. Così come taceva l'esercito. Così come taceva, in un silenzio assordante, l'intera Cina.

L'immagine mi colpì all'improvviso, con la violenza di un pugno nello stomaco. Mi chinai sul tavolinetto di legno, afferrai il pennello. L'inchiostro era quasi gelato, ma non mi importava. Scrissi:

九州生气恃风雷
jiǔzhōu shēngqì shì fēngléi
La vitalità della Cina dipende da tempesta e fulmine

Sì, la vita non torna da sola. Serve una forza violenta, primordiale, che squarci questo velo di morte apparente. Un temporale che rompa l'afa.

万马齐喑究可哀
wàn mǎ qí yīn jiū kě āii
Diecimila cavalli tutti ammutoliti, quali miseria

Diecimila cavalli. La Cina dovrebbe essere questo: una mandria di destrieri scalpitanti, pieni di fuoco. Invece, non un nitrito. Non uno zoccolo che batte. Solo un silenzio di tomba. E la cosa più straziante è che i cavalli ci sono. Sono vivi. Sono solo ammutoliti dalla paura, come dei miserabili.

我劝天公重抖擞
wǒ quàn tiāngōng zhòng dǒusǒu
Io esorto il Signore del Cielo a scuotersi di nuovo

Non è una preghiera umile. È quasi un ordine. Sveglia, Signore del Cielo. Guarda cosa è diventata la terra che dovresti proteggere. Scuotiti dal tuo torpore, come noi dovremmo scuoterci dal nostro.

不拘一格降人才
bù jū yī gé jiàng réncái.
E a mandare uomini di talento senza badare a schemi rigidi

Mandaci persone vere, con idee vere, non importa se non rientrano nei canoni. Mandaci qualcuno che rompa questo silenzio.

Posai il pennello. La carrozza riprese il suo percorso sobbalzando. Il cocchiere taceva ancora.

Non sapevo, in quel momento, che la tempesta che invocavo stava per arrivare. 

Di lì a pochi mesi infatti, i cannoni britannici avrebbero aperto la Prima Guerra dell'Oppio. La storia avrebbe squarciato il silenzio nel modo più violento possibile.

E io? Io sarei morto due anni dopo, nel 1841, senza vedere né la tempesta né le sue conseguenze. Ma quei quattro versi, scritti su un tavolinetto traballante mentre lasciavo la mia vita alle spalle, avrebbero viaggiato più lontano di me.


La civiltà e la sua ombra: una lettura Spengleriana

Ci sono epoche che generano vita. E ce ne sono altre che la conservano in formalina. Carissime lettrici e carissimi lettori, oggi concedetemi di basare la mia lettura dei fatti di questa storia chengyu da una prospettiva occidentale. La prospettiva di un filosofo il cui pensiero trovo particolarmente profondo e illuminante: Oswald Spengler. Filosofo per cui la linea di confine tra le due epoche sopra citate è la transizione graduale fra Cultura e Civiltà.

La Cultura è la primavera di un popolo. È il momento dell'Ur-Akt, l'atto primordiale con cui un'anima collettiva prende coscienza di sé e genera i suoi simboli: la cattedrale gotica, la tragedia greca, i Dialoghi di Confucio. È un'esplosione di creatività che non guarda al passato per nostalgia, ma per trarne il fuoco con cui accendere il futuro.

La Civiltà è il suo autunno e inverno. L'anima si spegne. Le forme si irrigidiscono. L'arte diventa decorazione, la filosofia diventa scetticismo, la religione diventa rituale vuoto. Non si crea più: si amministra. Non si esplora: si ripete.

La Cina del 1839, quella del protagonista di questa storia: Gong Zizhen (龚自珍 gōngzìzhēn) vedeva dal finestrino della sua carrozza, era esattamente questo: una Civiltà al tramonto, un Impero Mondiale che aveva esaurito la sua spinta creativa e si reggeva solo sulla potenza dell'inerzia. La cultura sinica, nata con Confucio e fiorita con gli Han, era diventata una macchina perfetta e senz'anima. Il sistema degli esami imperiali, nato per selezionare il talento, era diventato un meccanismo per produrre conformismo. La poesia era un esercizio di stile. La filosofia era commento dei classici.

In una fase del genere, la riscoperta del passato – il grande tema che abbiamo esplorato parlando di Confucio – cambia completamente di segno. Non è più l'atto fondativo di un eroe culturale che prende i semi di un'epoca mitica per piantare una nuova foresta. È il gesto di un collezionista che accumula oggetti morti in un museo. È nostalgia pura. È un gigantesco "come se".

Ma Gong Zizhen non è un collezionista. Non è un uomo della decadenza che si consola con le antichità. È qualcosa di più raro e pericoloso: è un uomo della decadenza che riconosce la decadenza e la denuncia. Non propone di restaurare il passato. Non invoca un ritorno ai Zhou o ai Tang. Invoca una tempesta. Un fulmine. Una forza primordiale che rompa il sarcofago di formalina in cui la Cina si è rinchiusa.

Per questo la sua poesia è ancora viva. Perché non è il lamento di un antiquario. È il grido di chi, in pieno inverno, sente che sotto la neve qualcosa potrebbe ancora germogliare. E chiama la primavera a colpi di tuono.


Il chengyu: significato e uso

Da questa profonda e infocata poesia di Gong Zizhen è nato il chengyu 万马齐喑 (wàn mǎ qí yīn). Letteralmente: diecimila cavalli, tutti ammutoliti.

Il significato è limpido e terribile: una situazione di stagnazione e conformismo in cui ogni voce è soffocata, ogni dissenso tace, ogni creatività è spenta dalla paura o dalla pressione sociale. Non è il silenzio della pace. È il silenzio della tomba.

L'immagine funziona proprio per il contrasto. I cavalli non sono animali silenziosi. Scalpitano, nitriscono, mordono il freno. Sono vitalità pura. Immaginare diecimila cavalli, tutti insieme, e non sentire un suono, è un'immagine contro natura. È la vita ridotta a un tableau vivant, a una natura morta.

Oggi si usa in ambito politico e sociale per denunciare un clima di censura e autocensura, dove nessuno osa parlare per paura di ritorsioni.

In ambito aziendale o istituzionale, descrive un'organizzazione in cui il capo ha schiacciato ogni spirito critico e regna un conformismo plumbeo.

In ambito culturale, può indicare un'epoca di stagnazione artistica, dove nessuno produce nulla di veramente nuovo e tutti ripetono formule stanche.

Non è un chengyu da conversazione da bar. Ha un tono solenne, letterario. Ma è perfettamente riconosciuto: ogni cinese colto sa da dove viene e cosa significa. E proprio per questo, quando appare in un discorso o in un articolo, porta con sé tutto il peso della sua origine. Non stai solo dicendo "c'è silenzio". Stai dicendo: "Questo silenzio è innaturale, è imposto, ed è il sintomo di una malattia profonda".


L'Occidente e i diecimila cavalli

Due secoli dopo la carrozza di Gong Zizhen, un altro inverno di civiltà è da tempo iniziato, un altro silenzio avvolge stavolta l'Occidente, proprio come predetto oltre un secolo fa da Oswald Spengler nel suo profetico "Il tramonto dell'occidente".

Non è il silenzio dell'assenza di informazione. Mai come oggi siamo sommersi da notizie, immagini, dati. Eppure, proprio questo diluvio può diventare una forma di silenzio: quando l'informazione è tanta, ma la narrazione è una sola.

I crimini inumani in corso a Gaza vengono documentati in tempo reale. I numeri sono pubblici. Le immagini sono pubbliche. Le testimonianze delle organizzazioni internazionali, i rapporti delle Nazioni Unite, le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia che parlano di genocidio e di crimini di guerra: tutto è pubblico. Non siamo nell'ombra. Siamo nella luce accecante di un faro.

Eppure, il silenzio c'è.

Non un silenzio totale, certo. Ci sono voci che gridano: attivisti, giornalisti indipendenti, accademici, cittadini che scendono in piazza. Ma il mainstream, la grande macchina della narrazione ufficiale, produce un suono diverso: un ronzio costante che non è voce, ma rumore di fondo.

Ed è qui che 万马齐喑 wàn mǎ qí yīn rivela la sua attualità più scomoda. Perché il silenzio dei cavalli non è necessariamente mutismo. Può essere anche il nitrito uniforme, la risposta automatica, la frase fatta. I cavalli possono anche emettere suoni. Ma se quei suoni sono tutti uguali, se ripetono la stessa nota, allora siamo ancora dentro l'immagine. Non è il silenzio dell'assenza di rumore. È il silenzio dell'assenza di voce.

Ma il chengyu di Gong Zizhen non è solo una diagnosi. È anche, nel suo contesto originale, un'invocazione. Il poeta non si limita a descrivere il silenzio: chiama la tempesta.

La domanda che ci lascia è scomoda: esiste ancora, in Occidente, la possibilità di una tempesta? O il sistema è così abile da assorbire ogni dissenso, trasformandolo in un prodotto di nicchia, in una sottocategoria di mercato, in un trend da social media che dura una settimana e poi scompare?

Forse la risposta è nella poesia stessa. Gong Zizhen non scriveva per i posteri. Scriveva per sé, su un tavolinetto traballante, mentre lasciava la capitale. Non sapeva se qualcuno lo avrebbe letto. Non sapeva se la tempesta sarebbe arrivata. Eppure scrisse.

I diecimila cavalli tacciono. Ma il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte, stia scrivendo, parlando, gridando, anche senza sapere se sarà ascoltato, significa che il silenzio non è totale. Un nitrito, flebile, si sente ancora. La domanda è se diventerà un coro, o se sarà inghiottito dalla notte.

Gong Zizhen morì nel 1841. La sua poesia no.


卖身葬父 Mài shēn zàng fù - Vendere se stesso per seppellire il padre

卖身葬父
Mài shēn zàng fù
Vendere se stesso per seppellire il padre


Mio padre era tutto ciò che avevo al mondo. 

Mia madre se n'era andata quando ero piccolo, e lui non si era mai risparmiato per me. Quando ero malato, vegliava su di me tutta la notte; quando avevo fame, lui mangiava meno per lasciare più cibo nel mio piatto.

Ricordo che da bambino lo seguivo nei campi. Lui arava e io, seduto su un carretto, lo guardavo. Mi insegnava il nome degli alberi e il verso degli uccelli.

Negli ultimi anni, le sue gambe non lo sorreggevano più. Allora ero io a portarlo con me, su quel carretto che un tempo portava me. Era diventato leggero come una piuma, e questo mi spezzava il cuore.

L'ho accudito fino all'ultimo istante. Ho vegliato il suo sonno, gli ho preparato zuppe calde, gli ho raccontato storie per farlo sorridere. Quando il suo respiro si è fatto sottile come un filo di seta, gli ho preso la mano e gliel'ho stretta forte. E quando quel respiro si è spento, ho sentito il mondo crollarmi addosso.


Ricordo il momento esatto in cui il suo respiro si è spento. Gli tenevo la mano stretta, e quando è diventata fredda, ho sentito il mondo crollarmi addosso.

Non avevo nemmeno i soldi per una degna sepoltura. La cosa più umiliante che potessi immaginare: l'uomo che mi aveva cresciuto con amore rischiava di essere sepolto in una fossa comune.

Ricordo che ho vagato per giorni, chiedendo aiuto ai vicini. Ma erano poveri quanto me. Di notte non dormivo: vedevo il volto di mio padre, i suoi occhi buoni, e sentivo il peso del mio fallimento.

Così presi una decisione, firmai il 卖身契 (Màishēnqì), il contratto con  cui vendetti me stesso per pagare il funerale. Non sarei più tornato a casa.

Ricordo che comprai la bara più bella che mi potei permettere. Scelsi un posto tranquillo, sotto un albero di gelso, dove mio padre amava riposare nei pomeriggi d'estate. Lo vestii con gli abiti nuovi e lo seppellì.

Piansi per ore, fin quando non fu il momento di partire.


Iniziai il viaggio verso la casa del padrone

Dopo il funerale, iniziai il mio cammino verso la casa del padrone. Ogni passo mi allontanava da casa, dalla tomba di mio padre, da tutto ciò che avevo conosciuto. Il peso del contratto era come un macigno sul petto: sapevo che stavo camminando verso la schiavitù, ma non c'era altra scelta.

Ricordo che camminavo sotto il sole cocente quando sentii una voce dolce chiamarmi. Pensavo a mio padre, alle sue mani callose, al suo sorriso stanco. Mi chiedevo se sarebbe stato fiero di me, se avrebbe capito la mia scelta, o se si sarebbe vergognato di avere un figlio che aveva venduto la propria libertà per quattro monete.

Ero così perso nei miei pensieri che quasi non la vidi. Una voce dolce mi chiamò: "Perché sei così triste?" mi chiese.

Mi voltai. Sotto un albero di gelso, c'era una donna bellissima. I suoi abiti sembravano tessuti con la seta delle nuvole al tramonto, e i suoi occhi brillavano come stelle cadute sulla terra. Non avevo mai visto una creatura così luminosa, eppure nei suoi occhi c'era una dolcezza che mi fece sciogliere il cuore.

«Ho seppellito mio padre, risposi, e la voce mi uscì roca. Ho venduto me stesso per dargli una degna sepoltura. Ora vado dal mio nuovo padrone, per servirlo finché il debito non sarà saldato. Ma il debito è grande, e so che non potrò mai tornare a casa.»

Lei mi ascoltò in silenzio. I suoi occhi si riempirono di compassione, e per un momento mi sembrò che il mondo intorno a noi si fosse fermato. Poi, con un sorriso luminoso come l'alba, mi disse:

«Lasciami diventare tua moglie. Verrò con te e ti aiuterò a saldare il debito. Poi potrai tornare a casa, libero.»

Rimasi senza parole. Come poteva una sconosciuta, una donna così bella e piena di grazia, offrirsi di condividere il mio destino? Le dissi che non avevo nulla da offrirle, che ero solo un povero contadino in catene. Ma lei scosse il capo e mi prese la mano.

«Ho visto il tuo cuore, Dong Yong. Un uomo che ama così profondamente suo padre è un uomo che vale la pena amare.»

Non capivo cosa stesse succedendo. Ero confuso, spaventato, ma anche profondamente commosso. Per la prima volta da quando mio padre era morto, sentivo un barlume di speranza. Presi la sua mano tra le mie, e insieme, continuammo il cammino.

Arrivammo dal padrone. Lui ci guardò con sospetto.


Trecento rotoli di seta fine in un mese.

«Trecento rotoli di seta fine in un mese. Se ci riuscirai, ti restituirò il contratto. Se no, il debito raddoppierà.»

Era impossibile. Trecento rotoli in un mese: nemmeno il più abile tessitore avrebbe potuto farcela. Era solo un modo come un altro per dire che sarei stato suo per sempre.

Mi sentii crollare. Ma la mia sposa mi strinse la mano e sussurrò: «Non preoccuparti. Fidati di me.»

Quella notte stessa, mentre il padrone dormiva, lei cominciò a tessere. Ricordo ancora il suono del telaio: era così armonioso che sembrava musica celeste. Le sue mani si muovevano veloci, i fili di seta danzavano come se avessero vita propria. Io la imploravo di riposarsi, ma lei scuoteva la testa e sorrideva: «Non preoccuparti per me, amore mio. Presto saremo liberi.»

Era vero. Giorno dopo giorno, i rotoli si accumulavano. Il padrone, incuriosito, veniva a controllare, ma trovava sempre più seta di quanto avesse ordinato. In un mese esatto, trecento rotoli erano pronti, più belli di qualsiasi tessuto avesse mai visto.

Il padrone, stupito e commosso, ci restituì il contratto.

Ero libero. Finalmente libero.


Tornammo a casa insieme, felici come due colombe. 

Sulla strada, ci fermammo sotto un albero di gelso, proprio dove ci eravamo incontrati. Il sole stava tramontando, e il cielo si tingeva di oro e rosso.

Fu allora che lei si fermò e mi prese le mani. I suoi occhi, che avevo sempre visto così luminosi, erano pieni di una tristezza infinita. Sentii un nodo alla gola.

«Mio amato Dong Yong disse, e la sua voce era dolce come una carezza è giunto il momento di dirti la verità.»

«Quale verità?» chiesi, e il mio cuore cominciò a battere forte.

«Io non sono una donna mortale. Sono la figlia dell'Imperatore del Cielo. Il Cielo ha visto la tua pietà filiale, ha visto il tuo cuore puro, e mi ha mandato per aiutarti. Ma ora il mio compito è compiuto, e devo tornare.»

Le lacrime mi offuscarono lo sguardo. Sentii il mondo crollare di nuovo.

«No!» gridai, stringendole le mani con tutte le mie forze. «Resta con me! Non posso perdere anche te! Ho già perso mio padre... non posso perdere anche te!»

Lei mi abbracciò forte, e sentii il suo corpo tremare.

«Il nostro amore è stato il più bel dono della mia vita eterna, ma il Cielo mi chiama. Non posso disobbedire.»

«Perché?» gridai, con la voce rotta dal pianto. «Perché devi andare via? Ti amo! Ti amo più della mia stessa vita!»

Lei sollevò una mano e mi accarezzò il volto. Le sue dita erano fresche come l'acqua di un ruscello.

«E io amo te, Dong Yong, disse. Ma il nostro amore non finisce qui. Ogni volta che guarderai il cielo, io sarò lì. Ogni volta che penserai a me, io sentirò il tuo cuore. Ricorda: hai un cuore buono. Il Cielo ti ha premiato, ma ora devi vivere. Devi onorare la memoria di tuo padre. Devi vivere la tua vita con onestà e amore, come lui ti ha insegnato.»

Un vento leggero si alzò. Le sue vesti di seta si gonfiarono come ali, e il suo corpo cominciò a brillare di una luce abbagliante. Io la strinsi forte, ma le sue mani scivolavano via come sabbia tra le dita.

«Non dimenticarmi!» gridai.

«Mai rispose, con un sorriso luminoso. Mai.»


La pietà filiale.

Con un ultimo abbraccio, il suo corpo si sollevò da terra, leggero come una piuma. Salì verso il cielo, sempre più in alto, fino a diventare un punto luminoso tra le nuvole. Poi, tutto taque.

Caddi in ginocchio sotto quell'albero di gelso. Le lacrime scorrevano libere, e per molto tempo non riuscii a parlare. Guardavo il cielo, cercando un segno di lei.

Poi, lentamente, mentre il sole tramontava, sentii una pace strana scendere nel mio cuore. Avevo perso mio padre. Avevo perso la donna che amavo. Ma avevo imparato che l'amore sincero può commuovere persino il Cielo.

Avevo capito che la vera pietà filiale non è solo un dovere: è un sentimento così puro che attraversa il tempo e lo spazio, raggiungendo i cuori di tutti, anche degli dei. E avevo imparato che l'amore, anche quando sembra finire, continua a vivere in chi resta.

Oggi, quando guardo il cielo al tramonto, so che loro sono lassù, insieme, a vegliare su di me. E io vivo la mia vita onestamente, come lui mi ha insegnato, portando nel cuore la promessa di un amore che non muore mai.


卖身葬父 e il senso della pietà filiale

Carissime lettrici e carissimi lettori,

la storia di Dong Yong che abbiamo appena raccontato è diventata nei secoli uno dei racconti più celebri del 《二十四孝》 (Èrshísì Xiào), la raccolta dei Ventiquattro Esempi di Pietà Filiale, ed ha dato origine al chengyu: 卖身葬父 (Mài shēn zàng fù) Vendere sé stessi per seppellire il padre.

Questo chengyu descrive un atto di estrema devozione filiale. Racchiude in sé il dramma di un figlio che, per mancanza di denaro, è disposto a sacrificare la propria libertà e a vendersi come schiavo pur di garantire al padre defunto una degna sepoltura. 

Oggi, questo chengyu viene usato per descrivere un atto di amore e devozione sconfinato verso i propri genitori, un amore che non conosce limiti e che antepone il dovere filiale a qualsiasi altra cosa, persino alla propria libertà.

La pietà filiale (xiào 孝), per Confucio, non è semplice obbedienza. È la radice di ogni virtù, il primo amore che impariamo, quello che ci insegna a essere umani. Chi ama e rispetta i propri genitori imparerà naturalmente ad amare e rispettare tutti gli altri.

Una vecchia poesia celebra così l'evento:

葬父贷孔兄,仙姬陌上逢。
Zàng fù dài kǒng xiōng, xiān jī mò shàng féng.
Per seppellire il padre chiese in prestito del denaro, incontrò una fanciulla divina lungo la strada.

织缣偿债主,孝感动苍穹。
Zhī jiān cháng zhài zhǔ, xiào gǎn dòng cāng qióng.
Tessendo la seta ripagò il creditore, la sua pietà filiale commosse il cielo.

La "ricompensa divina" non è una magia fine a sé stessa: è il riconoscimento, da parte del Cielo, di una virtù umana così pura e assoluta da essere degna di un miracolo. La pietà filiale è così potente da muovere persino gli dei.

Non tutti sono chiamati a gesti estremi come quello di Dong Yong. Ma la lezione che ci lascia è universale: la vera pietà filiale si manifesta ogni giorno, nei piccoli gesti di cura e di gratitudine verso chi ci ha dato la vita e diventa la base per coltivare un uomo virtuoso che ha cura della propria comunità.

马到成功 mǎdàochénggōng - All’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria

 马到成功
mǎdàochénggōng
All’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria



那老尉迟这一去,马到成功。
Nà lǎo Yùchí zhè yī qù, mǎ dào chénggōng.
Una volta che il vecchio Yuchi sarà partito, all’arrivo dei cavalli, arriverà la vittoria.

元·无名氏《小尉迟》第二折
Yuán · Wúmíngshì 《Xiǎo Yùchí》 dì èr zhé
Dinastia Yuan · autore anonimo: Il Giovane Yuchi, secondo atto 

 
Carissime lettrici e carissimi lettori,

Questa citazione, tratta da un’opera teatrale della dinastia Yuan, è la fonte originale del chengyu 马到成功 (mǎdàochénggōng – “all’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria”). 

Si tratta di un’espressione ampiamente utilizzata per descrivere un successo che arriva rapido e inarrestabile. Tuttavia nell’uso contemporaneo, si impiega anche per augurare a qualcuno un esito favorevole con la massima rapidità, spesso in occasione di eventi significativi come un esame, un nuovo lavoro o un progetto importante. 

Ecco perché ci è sembrato il chengyu perfetto per augurare a tutti un anno del cavallo ricco di successi e di nuovi traguardi.

Ma non vi rubo altro tempo e vi lascio a questa nuova storia, per svelare pian piano il senso profondo di questo nostro augurio per voi.

Il Giovane Yuchi

Ambientata durante la turbolenta transizione tra le dinastie Sui e Tang, quest’opera teatrale in quattro atti narra la drammatica vicenda di 尉迟敬德 (Yùchí Jìngdé), celebre generale dei Tang, e di suo figlio 尉迟保林 (Yùchí Bǎolín). Separati per vent’anni dal destino e dalla guerra.

La storia si apre due decenni prima degli eventi principali. All’epoca Yuchi Jingde era generale al servizio di 刘武周 (Liú Wǔzhōu), feroce signore della guerra delle tribù del nord. Quando il suo signore fu sconfitto in battaglia, Yuchi Jingde decise di abbandonarlo e di porsi al servizio dell’imperatore Tang, iniziando così la carriera che lo avrebbe reso leggendario. 

Nella fuga però, non poté portare con sé sul figlio: Yuchi Baolin, all'epoca un bambino di appena tre anni e fu costretto ad affidarlo a un servo fedele, un vecchio dal cuore gentile di nome 宇文庆 (Yǔwén Qìng), con la speranza di tornare un giorno a riprenderlo. 

Ma quel giorno non arrivò mai.

Il bambino e il vecchio servo caddero infatti, nelle mani di 刘季真 (Liú Jìzhēn), capo dei barbari e figlio di Liu Wuzhou. Questi, non avendo figli suoi decise di adottare il bambino e lo chiamò 刘无敌 (Liú Wúdí). 

Da quel momento chiunque avesse rivelato al giovane la verità sulle sue origini avrebbe pagato con la vita.

Gli anni passarono. Il bambino crebbe forte e valoroso, proprio come suo padre, ignaro della propria identità. La sua abilità nelle arti marziali divennero leggendaria tra le tribù del nord e un giorno Liu Jizhen lo convocò.

«Figliolo, i nostri nemici sono deboli e stanchi. Prendi l’esercito e sfida quel vecchio di Yuchi Jingde. Lui è anziano, tu sei giovane e nel pieno delle forze. Lo sconfiggerai facilmente, e poi marceremo su Chang’an per conquistare tutto.» 

Liu Wudi esultò: finalmente avrebbe mostrato al mondo il proprio valore.
Per difendersi dall’imminente attacco, Yuchi Jingde venne richiamato in servizio nonostante l’età avanzata. 

Ed è qui che, per la prima volta nell’opera e nella storia, risuona il chengyu 马到成功 (mǎ dào chéng gōng). Infatti, quando il generale accettò la sfida, i ministri Tang dichiarano con fiducia:

«那老尉迟这一去,马到成功»
Nà lǎo Yùchí zhè yī qù, mǎ dào chénggōng
Quel vecchio Yuchi, ovunque vada il successo è immediato.

Fiduciosi che l’esperienza e il valore del generale lo avrebbero condotto ad una rapida vittoria.

La notte prima della battaglia, il vecchio Yuwen Qing si avvicinò al giovane guerriero e dopo aver allontanato le guardie, gli rivelò la verità:

«Tu non sei figlio di Liu Jizhen. Tuo padre è proprio l’uomo che stai per affrontare. Ti chiamavi Yuchi Baolin. Vent’anni fa tuo padre ti affidò a me, sperando di tornare. Ho custodito questo segreto per tutto questo tempo, ma adesso è il momento che tu sappia la verità.»

E gli mostrò la frusta d’acciaio che il padre gli aveva lasciato.

Il giovane fu sconvolto da quella rivelazione, ma non ebbe però tempo di riflettere: l’alba portava con sé la battaglia.

Sul campo, i due guerrieri si affrontarono davanti agli eserciti schierati. Liu Wudi osservò l’uomo anziano, dalla barba grigia e la frusta in pugno, e riconobbe in lui i lineamenti che vedeva ogni mattina allo specchio. Combatté con prudenza, parando senza mai colpire davvero. Poi, fingendo difficoltà, si ritirò verso una collina lontana.

Yuchi Jingde lo inseguì d’istinto.

Quando furono soli, lontani da migliaia di occhi, il giovane scese da cavallo, si inginocchiò e porse la frusta.

Il vecchio generale riconobbe l’arma, la stessa su cui aveva inciso un segno vent’anni prima, sentì il cuore sciogliersi in un misto di gioia e dolore e in lacrime lo abbracciò. Aveva ritrovato il figlio perduto.

Ma il giovane non voleva tornare a mani vuote.

«Lasciatemi tornare tra i nemici», disse. «Catturerò Liu Jizhen e lo offrirò all’imperatore. Così avrò onorato il mio nome e il mio sangue.»

Ritornò all’accampamento, radunò i suoi uomini più fedeli e catturò l’uomo che lo aveva cresciuto nella menzogna. Condotto davanti ai ministri Tang, Liu Jizhen gridò rabbia e disprezzo, ma nessuno lo ascoltò: la sua sorte era segnata.

L’imperatore Taizong, riconoscendo la lealtà e il valore di entrambi, ricompensò padre e figlio. Yuchi Jingde ricevette terre e oro; Yuchi Baolin fu nominato generale, destinato a proseguire la gloria familiare. Anche il vecchio Yuwen Qing venne onorato e visse i suoi ultimi anni circondato dal rispetto e dall’affetto di quella famiglia che aveva contribuito a riunire.

Dopo tanti anni padre e figlio si erano finalmente riuniti.


Il Chengyu "马到成功" nell'Opera

Il chengyu "马到成功" (Mǎ dào chénggōng) significa letteralmente "all’arrivo dei cavalli, arriva la vittoria" e viene utilizzato per descrivere un successo che arriva rapido e senza ostacoli.

Nell'opera, questo concetto si manifesta in due modi:

Nella speranza della corte Tang che il vecchio Yuchi, nonostante l'età, possa ottenere una vittoria rapida contro Liu Wudi, confidando nella sua esperienza e nella sua leggendaria abilità con la frusta.

Nell'ironia della situazione: ciò che nessuno sa è che il "successo immediato" non arriverà attraverso la sconfitta del nemico, ma attraverso il ricongiungimento familiare. Quando Yuchi Jingde e Liu Wudi si riconoscono, la vera vittoria non è militare ma umana: il cavallo è arrivato, e con lui è arrivato il successo del ricongiungimento del padre con il figlio.

"马到成功" è pertanto anche una bellissima frase di augurio. Non augura semplicemente la fortuna, ma un trionfo così meritato e naturale da sembrare scritto nel destino. Ed è l’augurio per voi carissime lettrici e carissimi lettori, per un felice e prospero anno del cavallo, che tutti i vostri progetti possano arrivare a compimento.

马到成功!

Federico Zinelli

克己复礼 kè jǐ fù lǐ - Controllare se stessi osservando il rituale

克己复礼
kè jǐ fù lǐ
Controllare se stessi osservando il rituale



Carissime lettrici e carissimi lettori,

oggi, con questo nuovo chengyu, vorrei parlarvi di due concetti che sono alla base del Confucianesimo: 仁 (rén – senso dell’umanità) e 礼 (禮 lǐ – rituale)

Il significato profondo di questi due concetti è espresso in modo particolarmente chiaro da Anne Cheng, in un libro che vi consiglio vivamente se, come me, siete appassionati di storia e cultura cinese: Storia del pensiero cinese, che potete trovare anche qui sotto.

Storia del pensiero cinese. Dalle origini allo «Studio del mistero»

“Ren che si potrebbe tradurre, in mancanza di meglio, come “qualità umana” o “senso dell’umanità”, è ciò che costituisce fin da principio l’uomo come essere morale nella rete delle sue relazioni con gli altri, la cui armoniosa complessità è ad immagine dell’universo stesso. 

“Confucio opera riguardo a li uno slittamento semantico, passando dal significato sacrificale e religioso del termine all’idea di un atteggiamento interiorizzato proprio di ciascuno, rappresentato dalla consapevolezza e dal rispetto degli altri, che garantisce l’armonia delle relazioni umane, sociali o politiche che siano.”

- da: Storia del pensiero cinese di Anne Cheng

Nel chengyu 克己复礼, apparso per la prima volta nei Dialoghi di Confucio, si coglie uno dei cardini del Confucianesimo: il nesso inscindibile tra questi due aspetti. 

Da un lato l’aspetto interiore, 克己 (kè jǐ – l’autodisciplina, il dominio di sé); dall’altro l’aspetto esteriore, 复礼 (fù lǐ – il ritorno alle forme rituali). Virtù interiore e forma esteriore non sono separabili: si sostengono a vicenda.


La prima apparizione del chengyu 克己复礼

L’idioma 克己复礼 compare per la prima volta nei Dialoghi di Confucio, testo fondamentale del Confucianesimo, in particolare nel Libro XII, all’interno di un dialogo tra Confucio e il suo discepolo più importante in materia di virtù: 颜回 (yán huí).


颜渊问仁。子曰:“克己复礼为仁。一日克己复礼,天下归仁焉。为仁由己,而由人乎哉?”

Yan Yuan (Yan Hui) chiese della Benevolenza (仁, rén).

Il Maestro disse: 

«Dominare sé stessi e ritornare al rituale (li): questo è la Benevolenza.

Se anche solo per un giorno tu riuscissi a dominare te stesso e a ritornare al rituale, tutto ciò che è sotto il Cielo si volgerebbe alla Benevolenza.

La pratica della Benevolenza dipende forse dagli altri? Dipende solo da sé stessi.» 

Yan Hui chiede quindi indicazioni più concrete, e Confucio risponde con una delle citazioni più celebri dell’intera opera:


颜渊曰:“请问其目。”子曰:“非礼勿视,非礼勿听,非礼勿言,非礼勿动。”

Yan Hui disse: «Oserei chiedere i precetti particolari?»

Il Maestro disse:

«Non guardare ciò che è contrario al rituale; non ascoltare ciò che è contrario al rituale; non parlare di ciò che è contrario al rituale; non muoverti in modo contrario al rituale.» 

Yan Hui era celebrato come il discepolo più virtuoso e più amato da Confucio. Morì giovane, e Confucio ne pianse la perdita con un dolore inconsolabile. Era l’esempio vivente di colui che, pur abitando in una capanna, nutrendosi di una semplice ciotola di riso e di un mestolo d’acqua, non permetteva mai che la sua gioia interiore venisse scalfita. Yan Hui incarnava pienamente il dominio di sé (克己).


Il contesto della storia di oggi

La storia che abbiamo raccontato oggi si svolge durante il cosiddetto “Assedio tra Chen e Cai” (陈蔡之厄, Chén Cài zhī è), un episodio riportato nello《史记》 (Shiji, Memorie di uno storico) di Sima Qian.

Nella biografia di Confucio, questa crisi rappresenta un momento di straordinaria importanza, che ne consolidò definitivamente l’immagine di maestro incrollabile.

Durante i suoi viaggi tra gli stati feudali del V secolo a.C., alla ricerca di un sovrano disposto ad ascoltare i suoi insegnamenti sul buon governo, Confucio e i suoi discepoli vennero improvvisamente circondati e isolati in una zona di confine.

Le ragioni dell’assedio restano incerte. Forse i governanti locali temevano che Confucio, raggiungendo lo stato di Chu, potesse diventare una minaccia politica; forse diffidavano semplicemente della sua crescente influenza. Qualunque fosse la causa, l’esito fu drammatico: il gruppo rimase bloccato per sette giorni, senza cibo e senza vie di fuga.

Fu proprio in questa condizione estrema che Confucio diede prova concreta dei suoi insegnamenti. Mentre alcuni discepoli vacillavano, egli continuava a insegnare, a studiare e a suonare la cetra, trasformando la crisi in una lezione vivente. Interrogato su come un uomo virtuoso potesse cadere in una simile miseria, rispose distinguendo nettamente tra sventura esteriore e integrità interiore: la povertà può colpire chiunque, ma solo chi rinuncia ai propri principi tradisce davvero sé stesso.

Più che un semplice episodio di resistenza, la Crisi di Chen e Cai divenne un simbolo duraturo. Dimostrò che l'autorità morale di Confucio non dipendeva dal successo politico, ma dalla coerenza assoluta, anche di fronte al fallimento e all'isolamento. 

Liberato infine grazie all’intervento dello stato di Chu, Confucio uscì da quell’esperienza non come un vinto, ma come il grande uomo che era: un maestro che aveva saputo mostrare, con l’esempio, cosa significhi davvero “controllare sé stessi, osservando il rituale”.


La storia chengyu di oggi

«Maestro.

Il vento sferza i campi tra Chen e Cai. Siamo circondati, isolati, e la fame ci stringe da ormai sette giorni. La disperazione mi ha spinto a strisciare oltre le linee nemiche. Non so per quale favore del destino, forse gli spiriti degli antenati vegliano ancora su di noi, ma sono riuscito a raggiungere un villaggio e a barattare il mio mantello per un piccolo sacco di riso.

Tornato qui, l’ho cucinato per dividerlo con tutti.

La cottura era ormai terminata quando un po’ di fuliggine è caduta nella pentola. Mi sono allontanato un istante per cercare dei rami con cui rimuoverla e, al mio ritorno, ho visto chiaramente Yan Hui, il migliore tra noi, il più vicino al cuore del maestro, accovacciato accanto al fuoco, mentre la pentola di terracotta ribolliva ancora.

Con un gesto rapido, quasi furtivo, Yan Hui ha allungato la mano, ha afferrato una manciata di riso fumante dal bordo della pentola e se l’è portata alla bocca.

Ha rubato il nostro cibo. Prima che fosse servito. Prima che il maestro ne avesse preso la prima porzione.»

Mi chino davanti al maestro, ma la rabbia continua a incendiarmi il petto.

Quell’uomo, tanto lodato per la sua incrollabile virtù, colui che il maestro definisce capace di non ripetere mai due volte un errore, si macchia di un’azione così vile proprio nella nostra ora più buia. Il disprezzo mi brucia più della fame.

Il maestro alza lo sguardo. I suoi occhi, stanchi ma limpidi, sembrano vedermi attraverso. Poi scuote lentamente il capo, con un lieve sorriso.

«Zigong, ho fiducia in Yan Hui. Anche se i tuoi occhi hanno visto una cosa, il mio cuore non crede che sia così. Forse c’è una spiegazione che ci sfugge. Lascia che lo chiami, con tatto.»

Che spiegazione può esserci? penso. Ho visto chiaramente ciò che ha fatto.

Il maestro chiama Yan Hui e io mi ritraggo nell’ombra, con il cuore aggrovigliato tra risentimento e il desiderio di vedere umiliato il mio rivale.

«Yan Hui,» dice il maestro con voce calma, «questa notte ho sognato i miei antenati. Forse è un segno. Prepara una ciotola di quel riso appena cotto, voglio offrirla in loro memoria.»

Il volto di Yan Hui impallidisce. Si inginocchia immediatamente, la fronte quasi a terra.

«Maestro, perdonatemi! Non potete farlo!» La sua voce trema, colma di vergogna e sgomento. «Mentre il riso cuoceva, un frammento di carbone e cenere dal muro è caduto nella pentola, e lo ha sporcato. Gettare via il cibo, in un momento come questo, sarebbe stato un peccato contro il Cielo che ce lo ha concesso. Così… ho mangiato la parte che si è sporcata. Il resto è pulito, ma il cibo che ho toccato con le mani è impuro per un’offerta sacra. Sarebbe un’offesa agli antenati!»

All’improvviso, le voci nella mia mente tacciono. La cenere. Lui non aveva rubato per avidità. Aveva agito per parsimonia, per rispetto del dono del cibo, per purezza del rito. Ho visto l’azione, ma sono rimasto cieco all’intenzione.

Il maestro annuisce, senza sorpresa, con una dolcezza profonda negli occhi. Poi sorride e dice: «Allora mangeremo insieme quel riso. Va’ a prenderlo».

Yan Hui si allontana, rasserenato. Il maestro si volta lentamente verso l’ombra in cui mi nascondo. I suoi occhi incontrano i miei. Non c’è rimprovero, né trionfo: solo una pacata comprensione. E in essa, una grande lezione.

Ho fallito nel dominare me stesso. La mia rabbia, il mio giudizio precipitoso, il mio orgoglio ferito avevano preso il sopravvento. Non avevo controllato le mie emozioni.

«Mio caro Zigong,» dice il maestro, «ricorda che 克己复礼 è il dominio di sé, di chi rifiuta la via facile del sospetto; è il ritorno al rito più alto, quello della fraternità e della giustizia. 

La vera virtù non sta nel non commettere errori, ma nell’agire con un’intenzione pura, anche a costo di essere fraintesi. E la vera saggezza non sta nel vedere tutto, ma nel sospendere il giudizio, nel dominare il proprio impulso a condannare, e nel cercare la verità seguendo la via corretta, il “rito” interiore della ragione e della compassione. Questo è il cuore di “克己复礼”. Non è un freno, ma la liberazione dalla prigione dei propri pregiudizi.”


兔死狗烹 tù sǐ gǒu pēng - Uccisa la lepre, si cucina il cane

兔死狗烹
tù sǐ gǒu pēng
Uccisa la lepre, si cucina il cane


Carissime lettrici e carissimi lettori

la storia di oggi è tratta dal celebre chengyu 兔死狗烹 (tù sǐ gǒu pēng – “uccisa la lepre, si cucina il cane”), un’interessante metafora che esprime il comportamento ingrato di chi condanna o allontana i propri benefattori una volta raggiunto il successo.

Questo chengyu ha un’origine storica molto antica e lo troviamo in due riferimenti principali. Il primo a utilizzarlo fu Han Feizi, nella sua opera omonima 《韓非子》 (hánfēizǐ), che ne definisce l’origine concettuale e letteraria. Il secondo riferimento, tutt’altro che secondario perché racconta la vicenda che lo ha reso così celebre, si trova nello 史记 (shǐjì – Memorie storiche) di Sima Qian.

Torneremo sul racconto storico di Sima Qian in un altro articolo, oggi invece volgiamo lo sguardo ad Han Feizi, poiché la fine di questo grande fautore del Legismo cinese è forse la storia chengyu più emblematica per questo idioma.


Il Legismo e la sua inevitabile rovina

Il Legismo fu un’ideologia crudele, prodotto di centinaia di anni di guerre e lotte per il potere. Questo modo di pensare, profondamente dispotico, ripudiava i principi confuciani di umanità, pietà filiale e moralità, privilegiando invece una legge inflessibile e uguale per tutti, un controllo oppressivo sull’individuo, l’egoismo come motore della società e il disprezzo per i riti e per il passato.

Il Legismo era, per progettazione e per intenzione, una filosofia spietata. Tuttavia, non si trattava di una spietatezza fine a sé stessa, bensì di un metodo razionale volto al raggiungimento di un obiettivo supremo: l’ordine e la potenza dello Stato. Il Legismo rifiutava la morale tradizionale confuciana non perché fosse “cattiva”, ma perché la riteneva inefficace in un mondo dominato dal caos e dalla guerra.

Nel periodo degli stati combattenti, il Legismo si presentava come l’unica dottrina capace di offrire una soluzione realistica alla sopravvivenza. Uno Stato confuciano, fondato su valori di mitezza e sul ritorno ai riti antichi, sarebbe stato facilmente divorato da uno Stato in cui vigeva il Legismo, organizzato come una vera e propria macchina da guerra. La “spietatezza” diventava quindi una necessità per non essere sopraffatti.

Fu proprio grazie a questa spietatezza che Qin, lo Stato che più radicalmente seguiva il Legismo dei Regni Combattenti, riuscì a unificare la Cina, segnando la vittoria di questa ideologia e l’inizio di un periodo oscuro, durante il quale confucianesimo e taoismo vennero banditi.

Ma, come testimonia anche la storia occidentale, ogni Stato distopico ha vita breve. Un sistema fondato sul terrore totale rende tutti paranoici: i ministri complottano per sopravvivere, il sovrano si trasforma in un recluso sospettoso di chiunque. L’efficienza si tramuta così in paralisi.

La caduta dell’Impero Qin (221–206 a.C.) rappresentò un drammatico caso di studio dei limiti del pensiero dispotico tipico del Legismo. Non fu soltanto la fine di una dinastia, ma il collasso di un esperimento totalitario che segnò anche la fine di questa dispotica ideologia.


Introduzione alla storia di oggi

Care lettrici e cari lettori, quanto segue è necessario per comprendere la storia di oggi: il racconto della fine di Han Feizi, ironicamente travolto dalle stesse logiche spietate che aveva difeso per tutta la vita. Fu infatti il Legismo da lui promosso a garantirgli fama e prestigio, fino a conquistare la stima del sovrano dello Stato di Qin, colui che sarebbe diventato il leggendario 秦始皇帝 (Qínshǐhuáng dì), il primo imperatore, unificatore della Cina.

Intorno al 234 a.C., con lo Stato di Qin ormai incontenibile e pronto a invadere Han, Han Fei fu inviato a Qin come ambasciatore, forse nel tentativo estremo di salvare il suo Stato natale facendo leva sulla sua straordinaria dialettica. Il re di Qin fu entusiasta di incontrarlo, essendo un fervente sostenitore delle idee di Han Feizi.

Tuttavia, tra i ministri di corte dello Stato di Qin vi era Li Si, ex compagno di studi di Han Fei. Questi, temendo che il genio superiore di Han Fei potesse oscurarlo e sottrargli il favore del sovrano, e volendo eliminare ogni minaccia al proprio potere, gli mosse questa denuncia:

“Han Fei è un principe dello Stato di Han. La sua lealtà sarà sempre rivolta a Han, non a Qin. Questa è la natura umana. Se lo rimandi indietro, diventerà un pericolo. È meglio applicare la legge e giustiziarlo, prevenendo così future minacce.” 

Il re, forse esitante ma convinto dalla ragion di Stato, ordinò l’arresto di Han Fei. Ed è proprio nella sua cella che prende forma la storia di oggi…


La fine di Han Fei

Il freddo del terreno risale le mie ginocchia. Non è un gelo esterno, ma il freddo dell’assenza: assenza di luce, di movimento, di voce. Qui, nel silenzio, solo con il mio respiro, il tempo si è solidificato, è divenuto compatto come la terra di queste pareti.

Come il freddo, anche la sete è arrivata lentamente. All’inizio era solo una secchezza lieve, un fastidio facile da ignorare, un pensiero marginale. Dopo molte ore, la saliva ha cominciato a mancare, la lingua a ispessirsi, ogni parola a diventare sempre più faticosa.

È più di un giorno ormai che non bevo una singola goccia d’acqua, e questa sete ora stringe la mia gola, rende la bocca ruvida, trasforma ogni respiro in un promemoria.

Volgo lo sguardo. Davanti a me riposano strisce vuote di bambù e il coltello da incisione. Per anni ho intagliato il concetto di un sistema perfetto, impersonale, che funzionasse come un meccanismo, immune alle passioni degli uomini, immune da ogni forma di debolezza.

Il sistema ha identificato un componente difettoso. Sono io. E Li Si, tu mio vecchio compagno di studi, hai applicato alla perfezione il principio che insegnavo: 狡兔死,走狗烹 (jiǎo tù sǐ, zǒu gǒu pēng). Quando le lepri sono morte e non serve più cacciare, il cane, per quanto si sia dimostrato utile e fedele, deve essere sacrificato.

La mia mente vacilla. Non riesco a tenerla ferma. Scivola sempre là, verso quella incontenibile necessità di bere. È forse questa l’intenzione di Li Si? Non potendo, o non volendo ancora, emettere una condanna a morte formale… condannarmi a morire di sete?

Un cigolio mi desta da quei cupi pensieri.

La porta scivola appena ed entra un giovane servitore preceduto dalla sua ombra. Il suo volto è una maschera di cera, levigata, con occhi neri e profondi che non fissano i miei ma un punto sconosciuto alla mia destra. 

Non c’è rabbia, non c’è odio nella sua espressione. È la pura, semplice esecuzione di una funzione. Perfetto.

Solo dopo scorgo, nelle sue mani, un vassoio di lacca nera. Su di esso c’è una coppa di bronzo, liscia e senza ornamenti.

Non dice una parola. Depone il vassoio sul mio rozzo tavolo, poi arretra e se ne va. 

La necessità ha il sopravvento: la mano è più rapida della mente. Porto la coppa alle labbra prima ancora di potermi interrogare sul suo contenuto.

Il sapore è metallico. Come leccare il sangue su una vecchia spada. Poi, una punta di dolciastro marcio, come frutta fermentata nel fondo di una cantina. Infine, un’onda di calore acida che brucia la lingua e scende, lasciando una scia di cenere e rame in bocca. 

La mia mente realizza che è troppo tardi.

Il mio cuore impazzisce. È l’istinto più antico, più potente di qualsiasi ragione. È la legge della natura che ora rivendica con ferocia il suo diritto su di me. 

Ripenso all’eunuco, alla coppa, al prigioniero che adempie al suo destino. E mentre mi accascio a terra, vedo la perfezione di tutto questo. Il culmine della mia dottrina. 

Il giudizio è stato emesso, il sistema lo esegue. Senza pietà, senza esitazione, senza coinvolgimento emotivo. È la forza pura dello Stato, della decisione che si attua. 

Lo stomaco, all’inizio solo un nodo, si trasforma in una fioritura di fuoco. Un dolore pieno e lacerante si espande come una morsa, fino a riempirmi l’addome e salire verso il petto. Il respiro si fa corto, affilato. La mia vista si restringe. Le pareti della cella si chiudono su di me.


Conclusioni

Li Si portò a termine la sua operazione con precisione chirurgica. L'avvelenamento avvenne prima che l'imperatore potesse rimangiarsi l'ordine di arresto. Così, Han Fei fu inghiottito dal meccanismo di potere che lui stesso aveva disegnato. La sua morte non fu solo la fine di un uomo, ma il primo, perfetto annuncio del destino dell'impero Qin: un'entità costruita su una dottrina così spietata da non poter che divorare, in sequenza, i suoi artefici, i suoi funzionari e infine se stessa.

Autore: Federico Zinelli

滥竽充数 làn yú chōng shù - Fare numero con uno yu scadente

 滥竽充数
làn yú chōng shù
Fare numero con uno yu scadente



Carissime lettrici e carissimi lettori,

oggi la nostra RuiWen ci parlerà di un chengyu molto interessante, la cui storia proviene da 《韩非子》(hánfēizǐ), celebre opera del III secolo a.C.: una raccolta di 55 capitoli compilata dopo la morte dell’omonimo filosofo (Hánfēizǐ) e testo cardine del Legalismo.

Il legalismo cinese era l’ideologia secondo cui solo un sistema di leggi ferree, impersonali e rigorose poteva garantire ordine e potere allo Stato. Secondo Hánfēizǐ, le filosofie confuciane o daoiste, basate rispettivamente sulla virtù interiore e sull’armonia naturale, erano inefficaci e irrealistiche per salvare uno Stato. L’uomo, nella sua visione, era egoista per natura; per questo erano necessarie leggi severe, tecniche di controllo e un potere forte per mantenere l’ordine. 

Il protagonista della storia di oggi rispecchia fedelmente questa visione dell’uomo come fondamentalmente egoista e opportunista: è infatti un impostore che trae vantaggio dalle circostanze favorevoli che gli si presentano, senza alcuna considerazione per la virtù o la correttezza.

Vi lascio a questa nuova storia chengyu, riportandovi in basso l’articolo in lingua cinese scritto da RuiWen.


Il Re, l’Ensemble e l’Imbroglione

Tanto tempo fa, nello Stato di Qi (齐国 qí guó), uno dei principali paesi del Periodo degli Stati Combattenti (战国时代 zhànguó shídài, 475–221 a.C.), regnava un sovrano che nutriva una grande passione per la musica. In particolare, amava ascoltare imponenti ensemble di musicisti che suonavano insieme lo yu, uno strumento a fiato dal suono armonioso e solenne. Il re si compiaceva di queste esecuzioni collettive e ricompensava generosamente tutti coloro che prendevano parte alle esibizioni di corte.

Un giorno, un uomo di nome 南郭 (Nánguō), che non sapeva affatto suonare lo yu, osservò che tutte le esibizioni per il sovrano avvenivano in gruppo e che nessun musicista veniva mai ascoltato singolarmente. Fu allora che ebbe un’idea molto astuta.

Si presentò a corte dichiarando di essere un musicista di yu e si unì all’ensemble. Sebbene non avesse alcuna conoscenza musicale, durante le esibizioni teneva lo strumento tra le mani fingendo di suonare insieme agli altri. Confuso nella massa, nessuno si accorgeva della sua incapacità e, in questo modo, continuò a ingannare tutti, ricevendo un compenso che non meritava.

Il tempo passò e, dopo diversi anni, il vecchio sovrano morì. Al suo posto salì al trono un nuovo re.

Anche il nuovo sovrano apprezzava la musica, ma aveva gusti diversi: amava ascoltare il suono autentico di ogni singolo musicista. Decise quindi che, da quel momento in poi, ciascun musicista avrebbe dovuto suonare lo yu da solo, uno alla volta, davanti a lui.

Quando Nanguo venne a conoscenza di questa nuova disposizione, fu preso dal panico. Sapeva bene di non possedere alcuna abilità musicale e capì che non era più il caso di restare a corte. Così fece i bagagli e fuggì in segreto, allontanandosi senza farsi notare.

Da questa storia naque il chengyu 滥竽充数 (làn yú chōng shù), che letteralmente si traduce con “fare numero con un yu scadente” e significa fingere di essere competenti, nascondersi nel gruppo per ottenere vantaggi senza possedere le abilità reali.


竽: Sapete cosa è lo yu?

Lo yu è uno strumento a fiato originario dell’antica Cina, utilizzato già durante le dinastie Shang e Zhou (circa 1600–256 a.C.). Appartiene alla categoria degli strumenti ad ancia e, per forma, ricorda un flauto. Il suo suono è morbido e armonioso, caratteristica che lo rende particolarmente adatto alle esecuzioni d’insieme.

Nell’antica Cina lo yu veniva spesso impiegato nelle orchestre di corte e utilizzato in contesti rituali o durante i banchetti. Era tipicamente suonato in ensemble, poiché le esibizioni soliste raramente mettevano in risalto in modo evidente le abilità tecniche del singolo esecutore.



Testo in cinese di RuiWen

“滥竽充数”出自《韩非子·内储说上》,记载了南郭先生假装吹竽的故事。

原文段落:齐宣王使人吹竽,必三百人。

南郭处士请为王吹竽,宣王说之,廪食以数百人。宣王死,湣王立,好一一听之,处士逃。


简化故事:从前,齐国的国王喜欢听很多人一起吹竽。

有一个人叫南郭先生,他其实不会吹竽,但看到大家是一起演奏,就混进了队伍里,假装在吹,也能拿到工钱。

后来,新国王上位了,他要求一个一个吹竽。

南郭先生知道自己不会吹,马上就会被发现,只好偷偷地跑走了。


竽:是一种源于中国古代(商周时期,大约公元前1600年—公元前256年)的吹奏乐器,属于簧管类,形状像管子。声音圆润、和谐,适合合奏。中国古代常在宫廷乐队中演奏,也用于祭祀和宴会。演奏时多为合奏,单独演奏较难突出技巧。


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