克己复礼kè jǐ fù lǐControllare se stessi osservando il rituale
Carissime lettrici e carissimi lettori,
oggi, con questo nuovo chengyu, vorrei parlarvi di due concetti che sono alla base del Confucianesimo: 仁 (rén – senso dell’umanità) e 礼 (禮 lǐ – rituale).
Il significato profondo di questi due concetti è espresso in modo particolarmente chiaro da Anne Cheng, in un libro che vi consiglio vivamente se, come me, siete appassionati di storia e cultura cinese: Storia del pensiero cinese, che potete trovare anche qui sotto.
“Ren che si potrebbe tradurre, in mancanza di meglio, come “qualità umana” o “senso dell’umanità”, è ciò che costituisce fin da principio l’uomo come essere morale nella rete delle sue relazioni con gli altri, la cui armoniosa complessità è ad immagine dell’universo stesso.
“Confucio opera riguardo a li uno slittamento semantico, passando dal significato sacrificale e religioso del termine all’idea di un atteggiamento interiorizzato proprio di ciascuno, rappresentato dalla consapevolezza e dal rispetto degli altri, che garantisce l’armonia delle relazioni umane, sociali o politiche che siano.”
- da: Storia del pensiero cinese di Anne Cheng
Nel chengyu 克己复礼, apparso per la prima volta nei Dialoghi di Confucio, si coglie uno dei cardini del Confucianesimo: il nesso inscindibile tra questi due aspetti.
Da un lato l’aspetto interiore, 克己 (kè jǐ – l’autodisciplina, il dominio di sé); dall’altro l’aspetto esteriore, 复礼 (fù lǐ – il ritorno alle forme rituali). Virtù interiore e forma esteriore non sono separabili: si sostengono a vicenda.
La prima apparizione del chengyu 克己复礼
L’idioma 克己复礼 compare per la prima volta nei Dialoghi di Confucio, testo fondamentale del Confucianesimo, in particolare nel Libro XII, all’interno di un dialogo tra Confucio e il suo discepolo più importante in materia di virtù: 颜回 (yán huí).
颜渊问仁。子曰:“克己复礼为仁。一日克己复礼,天下归仁焉。为仁由己,而由人乎哉?”
Yan Yuan (Yan Hui) chiese della Benevolenza (仁, rén).
Il Maestro disse:
«Dominare sé stessi e ritornare al rituale (li): questo è la Benevolenza.
Se anche solo per un giorno tu riuscissi a dominare te stesso e a ritornare al rituale, tutto ciò che è sotto il Cielo si volgerebbe alla Benevolenza.
La pratica della Benevolenza dipende forse dagli altri? Dipende solo da sé stessi.»
Yan Hui chiede quindi indicazioni più concrete, e Confucio risponde con una delle citazioni più celebri dell’intera opera:
颜渊曰:“请问其目。”子曰:“非礼勿视,非礼勿听,非礼勿言,非礼勿动。”
Yan Hui disse: «Oserei chiedere i precetti particolari?»
Il Maestro disse:
«Non guardare ciò che è contrario al rituale; non ascoltare ciò che è contrario al rituale; non parlare di ciò che è contrario al rituale; non muoverti in modo contrario al rituale.»
Yan Hui era celebrato come il discepolo più virtuoso e più amato da Confucio. Morì giovane, e Confucio ne pianse la perdita con un dolore inconsolabile. Era l’esempio vivente di colui che, pur abitando in una capanna, nutrendosi di una semplice ciotola di riso e di un mestolo d’acqua, non permetteva mai che la sua gioia interiore venisse scalfita. Yan Hui incarnava pienamente il dominio di sé (克己).
Il contesto della storia di oggi
La storia che abbiamo raccontato oggi si svolge durante il cosiddetto “Assedio tra Chen e Cai” (陈蔡之厄, Chén Cài zhī è), un episodio riportato nello《史记》 (Shiji, Memorie di uno storico) di Sima Qian.
Nella biografia di Confucio, questa crisi rappresenta un momento di straordinaria importanza, che ne consolidò definitivamente l’immagine di maestro incrollabile.
Durante i suoi viaggi tra gli stati feudali del V secolo a.C., alla ricerca di un sovrano disposto ad ascoltare i suoi insegnamenti sul buon governo, Confucio e i suoi discepoli vennero improvvisamente circondati e isolati in una zona di confine.
Le ragioni dell’assedio restano incerte. Forse i governanti locali temevano che Confucio, raggiungendo lo stato di Chu, potesse diventare una minaccia politica; forse diffidavano semplicemente della sua crescente influenza. Qualunque fosse la causa, l’esito fu drammatico: il gruppo rimase bloccato per sette giorni, senza cibo e senza vie di fuga.
Fu proprio in questa condizione estrema che Confucio diede prova concreta dei suoi insegnamenti. Mentre alcuni discepoli vacillavano, egli continuava a insegnare, a studiare e a suonare la cetra, trasformando la crisi in una lezione vivente. Interrogato su come un uomo virtuoso potesse cadere in una simile miseria, rispose distinguendo nettamente tra sventura esteriore e integrità interiore: la povertà può colpire chiunque, ma solo chi rinuncia ai propri principi tradisce davvero sé stesso.
Più che un semplice episodio di resistenza, la Crisi di Chen e Cai divenne un simbolo duraturo. Dimostrò che l'autorità morale di Confucio non dipendeva dal successo politico, ma dalla coerenza assoluta, anche di fronte al fallimento e all'isolamento.
Liberato infine grazie all’intervento dello stato di Chu, Confucio uscì da quell’esperienza non come un vinto, ma come il grande uomo che era: un maestro che aveva saputo mostrare, con l’esempio, cosa significhi davvero “controllare sé stessi, osservando il rituale”.
La storia chengyu di oggi
«Maestro.
Il vento sferza i campi tra Chen e Cai. Siamo circondati, isolati, e la fame ci stringe da ormai sette giorni. La disperazione mi ha spinto a strisciare oltre le linee nemiche. Non so per quale favore del destino, forse gli spiriti degli antenati vegliano ancora su di noi, ma sono riuscito a raggiungere un villaggio e a barattare il mio mantello per un piccolo sacco di riso.
Tornato qui, l’ho cucinato per dividerlo con tutti.
La cottura era ormai terminata quando un po’ di fuliggine è caduta nella pentola. Mi sono allontanato un istante per cercare dei rami con cui rimuoverla e, al mio ritorno, ho visto chiaramente Yan Hui, il migliore tra noi, il più vicino al cuore del maestro, accovacciato accanto al fuoco, mentre la pentola di terracotta ribolliva ancora.
Con un gesto rapido, quasi furtivo, Yan Hui ha allungato la mano, ha afferrato una manciata di riso fumante dal bordo della pentola e se l’è portata alla bocca.
Ha rubato il nostro cibo. Prima che fosse servito. Prima che il maestro ne avesse preso la prima porzione.»
Mi chino davanti al maestro, ma la rabbia continua a incendiarmi il petto.
Quell’uomo, tanto lodato per la sua incrollabile virtù, colui che il maestro definisce capace di non ripetere mai due volte un errore, si macchia di un’azione così vile proprio nella nostra ora più buia. Il disprezzo mi brucia più della fame.
Il maestro alza lo sguardo. I suoi occhi, stanchi ma limpidi, sembrano vedermi attraverso. Poi scuote lentamente il capo, con un lieve sorriso.
«Zigong, ho fiducia in Yan Hui. Anche se i tuoi occhi hanno visto una cosa, il mio cuore non crede che sia così. Forse c’è una spiegazione che ci sfugge. Lascia che lo chiami, con tatto.»
Che spiegazione può esserci? penso. Ho visto chiaramente ciò che ha fatto.
Il maestro chiama Yan Hui e io mi ritraggo nell’ombra, con il cuore aggrovigliato tra risentimento e il desiderio di vedere umiliato il mio rivale.
«Yan Hui,» dice il maestro con voce calma, «questa notte ho sognato i miei antenati. Forse è un segno. Prepara una ciotola di quel riso appena cotto, voglio offrirla in loro memoria.»
Il volto di Yan Hui impallidisce. Si inginocchia immediatamente, la fronte quasi a terra.
«Maestro, perdonatemi! Non potete farlo!» La sua voce trema, colma di vergogna e sgomento. «Mentre il riso cuoceva, un frammento di carbone e cenere dal muro è caduto nella pentola, e lo ha sporcato. Gettare via il cibo, in un momento come questo, sarebbe stato un peccato contro il Cielo che ce lo ha concesso. Così… ho mangiato la parte che si è sporcata. Il resto è pulito, ma il cibo che ho toccato con le mani è impuro per un’offerta sacra. Sarebbe un’offesa agli antenati!»
All’improvviso, le voci nella mia mente tacciono. La cenere. Lui non aveva rubato per avidità. Aveva agito per parsimonia, per rispetto del dono del cibo, per purezza del rito. Ho visto l’azione, ma sono rimasto cieco all’intenzione.
Il maestro annuisce, senza sorpresa, con una dolcezza profonda negli occhi. Poi sorride e dice: «Allora mangeremo insieme quel riso. Va’ a prenderlo».
Yan Hui si allontana, rasserenato. Il maestro si volta lentamente verso l’ombra in cui mi nascondo. I suoi occhi incontrano i miei. Non c’è rimprovero, né trionfo: solo una pacata comprensione. E in essa, una grande lezione.
Ho fallito nel dominare me stesso. La mia rabbia, il mio giudizio precipitoso, il mio orgoglio ferito avevano preso il sopravvento. Non avevo controllato le mie emozioni.
«Mio caro Zigong,» dice il maestro, «ricorda che 克己复礼 è il dominio di sé, di chi rifiuta la via facile del sospetto; è il ritorno al rito più alto, quello della fraternità e della giustizia.
La vera virtù non sta nel non commettere errori, ma nell’agire con un’intenzione pura, anche a costo di essere fraintesi. E la vera saggezza non sta nel vedere tutto, ma nel sospendere il giudizio, nel dominare il proprio impulso a condannare, e nel cercare la verità seguendo la via corretta, il “rito” interiore della ragione e della compassione. Questo è il cuore di “克己复礼”. Non è un freno, ma la liberazione dalla prigione dei propri pregiudizi.”


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