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虚怀若谷 xū huái ruò gǔ - Un cuore vuoto come una valle

虚怀若谷
xū huái ruò gǔ
Un cuore vuoto come una valle

虚怀若谷 xū huái ruò gǔ Un cuore vuoto come una valle


Carissime lettrici e carissimi lettori,

oggi vorrei parlarvi di un chengyu particolarmente interessante, oltre che denso di significato: 虚怀若谷 (xū huái ruò gǔ – un cuore/mente vuoto come una valle).

Ad una prima letterale traduzione, questa nuova espressione idiomatica parrebbe avere una connotazione negativa. Un cuore vuoto, una mente vuota non fanno un po’ pensare alla freddezza del distacco o a qualcuno che non ha niente e nessuno nel proprio cuore? Cosa può esprimere, cosa può dare un cuore vuoto?

A una prima traduzione letterale, questa espressione idiomatica parrebbe avere una connotazione negativa. Un cuore vuoto, una mente vuota non evocano forse freddezza, distacco, o l’immagine di qualcuno che non ha nulla e nessuno nel proprio cuore? Che cosa può esprimere, che cosa può offrire un cuore vuoto? 

Eppure, il chengyu di oggi ha un significato profondamente positivo. Può essere usato come complimento rivolto a una persona importante in un contesto formale: non una frase da impiegare con leggerezza tra amici, ma un’espressione di grande stima, capace di esaltare nell’altro qualità come apertura mentale, capacità di accogliere, umiltà.

In effetti, se ci fermiamo a riflettere, nelle nostre vite frenetiche, colme di impegni, hobby e attività, il concetto di “vuoto” sembra quasi non avere diritto di esistere. Il vuoto diventa tempo improduttivo, uno spazio in cui rischiamo persino di sentirci in colpa. Viene allora spontaneo chiedersi da dove nasca una differenza così marcata: perché il vuoto appare tanto apprezzato in Cina quanto rifuggito in Occidente?

Si potrebbero scrivere pagine e pagine su questo tema, spaziando dalla filosofia alla psicologia, fino ad arrivare persino alla fisica quantistica. Forse, però, la risposta più semplice risiede nel valore che il concetto di vuoto ha sempre avuto nella cultura classica cinese, a partire da un testo di cui abbiamo già parlato molte volte: il 道德经 (dàodé jīng).

Il vuoto, l’inattività, l’attesa possono infatti essere momenti preziosi: occasioni per la contemplazione e la comprensione del mondo e della nostra vita, ma anche spazi fertili per la creatività. Proprio da lì possono nascere idee nuove, capaci di migliorare la nostra esistenza, il nostro lavoro, il nostro modo di stare al mondo.


Il Dàodé jīng e il vuoto

道冲,而用之或不盈。渊兮似万物之宗。
Dào chōng, ér yòng zhī huò bù yíng. Yuān xī sì wànwù zhī zōng.
Il Dao è un flusso vuoto eppure, usandolo, non si riempie mai. Profondo, è come il progenitore di tutte le cose.

(Dàodé jīng, Cap. 4) - https://ctext.org/dao-de-jing#n11674

Già dal capitolo 4 del Dàodé jīng emerge con chiarezza un’intima relazione fra il vuoto e il Dào. Il Dào, principio primo, viene descritto come un flusso vuoto e inesauribile; ed è proprio la sua natura “vuota” a renderlo la matrice indefinibile di tutte le cose.

Il vuoto è assenza di materia, di pensieri, di idee e di preconcetti. È come uno stato primordiale dell’esistenza, libero da qualunque forma attraverso cui il mondo si manifesta: un elemento che, pur privo di tutto, racchiude la possibilità di diventare ogni cosa.

Ma lo stesso capitolo 4 mette anche in evidenza un aspetto fondamentale: il vuoto è illimitato, usarlo non lo consuma, attingervi non lo esaurisce. È come dire che, per quanto le nostre vite possano essere frenetiche e la realtà colma di stimoli, oggetti e informazioni di ogni tipo, esiste sempre un potenziale infinito di vuoto da cui possiamo attingere.

Un altro interessante capitolo del Dàodé jīng afferma:

三十辐,共一毂,当其无,有车之用。埏埴以为器,当其无,有器之用。凿户牖以为室,当其无,有室之用。故有之以为利,无之以为用。
sānshí fú, gòng yī gǔ, dāng qí wú, yǒu chē zhī yòng. Shān zhí yǐwéi qì, dāng qí wú, yǒu qì zhī yòng. Záo hùyǒu yǐwéi shì, dāng qí wú, yǒu shì zhī yòng. Gù yǒu zhī yǐwéi lì, wú zhī yǐwéi yòng.
Trenta raggi convergono in un mozzo; è nel vuoto di esso che risiede l'utilità del carro. Si modella l'argilla per fare un vaso; è nel suo vuoto che risiede l'utilità del vaso. Si ritagliano porte e finestre per fare una stanza; è nel loro vuoto che risiede l'utilità della stanza. Pertanto, ciò che è [materia] fornisce il beneficio, ma è ciò che non è [il vuoto] che ne fornisce l'utilità.

(Dàodé jīng, Cap. 11)

Il vuoto può essere inteso come qualcosa di impercettibile e illimitato, ma anche, come nel caso del vuoto nel vaso o nel mozzo, come una condizione ben precisa e concretamente utile. In questo senso, esso assume una forma definita e, allo stesso tempo, resta un principio astratto: privo di sostanza, ma essenziale.

Il vuoto diventa così uno spazio attivo e necessario, che permette a ogni cosa di esistere e di svilupparsi. Non solo: è la condizione primaria affinché qualcosa possa essere davvero utile e, quindi, avere valore.

Ma non è solo un’utilità materiale, il vuoto assume anche una necessità psicologica affinché l’essere umano abbia una vita fruttuosa con i propri simili. 

Una mente “vuota”, quieta e aperta, è in grado di contemplare la realtà in modo profondo, libera dai vincoli del tempo e dalle urgenze dell’io. È il vuoto che consente di accogliere il Dào; al contrario, una mente colma e agitata non lascia spazio a nulla che non sia già presente.

致虚极,守静笃。万物并作,吾以观复。
Zhì xū jí, shǒu jìng dǔ. Wànwù bìng zuò, wú yǐ guān fù.
Raggiungi l'estremo del vuoto, mantieni salda la quiete. Mentre le diecimila creature sorgono insieme, io contemplo il loro ritorno [alla radice].

Per il Dàodé jīng, il vuoto non è assenza sterile, ma un principio attivo di potenzialità, ricettività e generazione non impositiva. È la qualità essenziale dello strumento che funziona, della mente saggia, del leader autenticamente efficace e del Dào stesso.

Il vero potere e la vera pace risiedono dunque nella capacità di creare, custodire e abitare il vuoto.


Origine del chengyu虚怀若谷

Nel capitolo 41 del Dàodé jīng, da cui trae origine il chengyu di oggi, il Dào assume una connotazione ulteriore: quella della negazione di ciò che appare manifestamente pieno e perfetto. Qui il vuoto prende forma come negazione del pieno, dando vita a una serie di ossimori che attraversano e caratterizzano l’intero testo.

In questo capitolo, Laozi spiega come il Dào si manifesti in modo opposto alle apparenze mondane: ciò che è supremo appare umile, ciò che è completo sembra mancante, ciò che è perfetto si presenta come imperfetto. Ed è proprio da questa visione che prende origine la storia aneddotica legata al chengyu, che troverete narrata alla fine del capitolo.

上士闻道,勤而行之;
shàng shì wén dào, qín ér xíng zhī;
Quando l'uomo superiore ode il Dao, lo pratica con diligenza;

中士闻道,若存若亡;
zhōng shì wén dào, ruò cún ruò wáng;
Quando l'uomo mediocre ode il Dao, lo conserva ora e ora lo perde;

下士闻道,大笑之。不笑不足以为道。
xià shì wén dào, dà xiào zhī. bù xiào bù zú yǐ wéi dào.
Quando l'uomo inferiore ode il Dao, ne scoppia in grandi risate. Se non ne ridesse, non sarebbe il Dao.

故建言有之:
gù jiàn yán yǒu zhī:
Perciò nei detti antichi si trova:

明道若昧;进道若退;夷道若纇;
Míngdào ruò mèi; jìn dào ruò tuì; yí dào ruò lèi;
La Via chiara sembra oscura; la Via che avanza sembra retrocedere; la Via piana sembra irregolare.

上德若谷;太白若辱;广德若不足;建德若偷;
shàng dé ruògǔ; tàibái ruò rǔ; guǎng dé ruò bùzú; jiàn dé ruò tōu;
La virtù suprema è come una valle; il bianco perfetto sembra contaminato; la virtù ampia sembra insufficiente, la virtù solida sembra fragile.

质真若渝;大方无隅;大器晚成;大音希声;大象无形;道隐无名。
zhì zhēn ruò yú; dàfāng wú yú; dàqìwǎnchéng; dà yīn xī shēng; dà xiàng wúxíng; dào yǐn wúmíng. Dào yǐn wú míng.
La genuinità assoluta sembra volubile; ll quadrato grande non ha angoli; il vaso più grande si realizza in più tempo; il suono più grande è impercettibile; l'immagine più grande è senza forma. Il Dao è nascosto e senza nome.

夫唯道,善贷且成。
fū wéi dào, shàn dài qiě chéng.
Ma solo il Dao, sa prestare il suo essere e portare a compimento.

(Dàodé jīng, Cap. 41)

La frase che ha dato origine al chengyu 虚怀若谷 è riportata in grassetto, ma l’indagine non è ancora completa: manca un tassello fondamentale. Abbiamo infatti chiarito il legame profondo fra il Dào, la saggezza e il vuoto, ma non abbiamo ancora messo a fuoco la relazione fra il vuoto e la valle.

Per chiudere il cerchio è necessario richiamare anche il capitolo 28 del Dàodé jīng, che, nel descrivere le caratteristiche degli antichi saggi, afferma:

敦兮其若朴,旷兮其若谷。
Dūn xī qí ruò pǔ, kuàng xī qí ruò gǔ.
Sincero, come il legno grezzo; spazioso, come una valle.

(Dàodé jīng, Cap. 28)

L’attributo “旷” (kuàng) significa “vasto”, “aperto”. Il saggio possiede una mente, o un animo, ampio e aperto come una valle, libero da ristrettezze interiori e da pregiudizi. Qui “谷” (valle) rappresenta dunque la capacità di contenere e accogliere uno stato di quieta apertura mentale: un ricettacolo per la saggezza umana, che diventa a sua volta sinonimo di quel vuoto tanto elogiato nell’opera.

Ecco allora che questi due capitoli, letti insieme, tracciano una delle caratteristiche più importanti del vero saggio: umiltà e ricettività. Il saggio è colui il cui cuore/mente, è vuoto come una valle.

Nel corso dei secoli, anche grazie alle analisi e ai commentari, il chengyu è nato dalla fusione armonica di questi concetti. Da allora, in cinese si usa dire 虚怀若谷 (xū huái ruò gǔ – un cuore/mente vuoto come una valle) per descrivere una persona dotata di grande apertura mentale, profonda ricettività e autentica umiltà.


Storia chengyu di 虚怀若谷

Stavo viaggiando verso ovest, diretto a 徐州 (Xúzhōu). L’aria era tagliente e immobile, così fredda da rendere il respiro visibile. La strada, indurita dal gelo notturno, alternava tratti fangosi a chiazze di brina che scricchiolavano sotto i passi. I campi ai lati erano spogli, la terra riposava sotto un velo grigiastro e gli alberi, nudi, si stagliavano contro un cielo basso e pallido. In quel paesaggio trattenuto e silenzioso, ogni voce era un’eco lontana, come un richiamo dal passato; ogni incontro appariva rarefatto e silenzioso, come incrociare il fantasma di un altro mondo.

Fu fuori dalle mura della città, mentre il vento invernale scivolava lungo le pietre, che incontrai 老子 (Lǎozǐ), diretto verso 秦国 (qín guó, lo stato di Qin).

Mi presentai con rigido contegno, come se il freddo avesse irrigidito non solo il corpo ma anche lo spirito. Convinto della mia cultura e del mio stato sociale, parlai e mi mossi con arroganza.

Laozi mi osservò con attenzione. Nel suo volto non riconobbi più lo sguardo gentile e affettuoso dell’uomo che avevo conosciuto da piccolo: vi era la stessa quiete severa dell’inverno. Quando parlò, le sue parole furono più pungenti dell’aria gelida:

«阳子居 (yáng zǐ jū), un tempo credevo tu potessi diventare una persona di valore, ma ora vedo che sei impossibile da istruire.»

Quelle parole mi penetrarono nel cuore, come vento gelido sotto le vesti.

Non riuscii a liberarmi subito del peso di quel rimprovero.

Il giorno successivo rientrai alla locanda. Il crepuscolo calava presto e il freddo si faceva più intenso. Lasciai le scarpe fuori dalla porta, ancora rigide per il gelo, e avanzai verso Laozi.

«Poco fa desideravo consultarvi, Maestro,» dissi con deferenza, «ma poiché dovevate mettervi in viaggio e non avevate tempo, non ho osato disturbarvi. Ora che avete un momento, vi prego di indicarmi i miei errori.»

Laozi rispose: «Il tuo atteggiamento è arrogante, la tua espressione solenne e spocchiosa; ogni tuo gesto è artificioso e nei tuoi occhi non c’è nulla. Chi mai vorrebbe esserti amico? Chi mai vorrebbe essere tuo compagno?»

Poi prese una piccola ciotola scheggiata, vi versò del tè e continuò: «Yang Ziju, dovresti capire che le cose più pure sembrano sempre un po’ sporche, e chi possiede la virtù più nobile considera sé stesso tutt’altro che perfetto.»

Quindi mi porse la ciotola e disse: «Perciò nei detti antichi si trova:

明道若昧;
Míng dào ruò mèi;
La Via chiara sembra oscura;

进道若退;
jìn dào ruò tuì;
la Via che avanza sembra retrocedere;

夷道若纇;
yí dào ruò lèi;
la Via piana sembra irregolare;

上德若谷;
shàng dé ruò gǔ;
la virtù suprema è come una valle.

L’uomo di suprema virtù ha il cuore vuoto e accogliente come una valle. Solo riconoscendo le proprie carenze si può comprendere in cosa si è davvero capaci; se nei tuoi occhi vedi solo le tue capacità, in realtà non comprendi nulla.»

All’inizio rimasi perplesso. Un uomo di virtù e conoscenza: così avevo sempre creduto di essere. Possibile che il mio cuore si fosse indurito a tal punto da allontanarmi così tanto dall’insegnamento? Bevvi il tè a piccoli sorsi, come se cercassi una risposta in ogni goccia.

Laozi si alzò e mi salutò con semplicità.

Da quel momento, gli insegnamenti del Maestro mi fecero comprendere la vera via per essere una persona retta.

In precedenza, durante il viaggio verso Xuzhou, gli ospiti della locanda mi accoglievano e congedavano con deferenza. Quando alloggiavo, il proprietario mi preparava il posto a sedere, la proprietaria mi portava l’asciugamano e tutti mi cedevano il passo. Sebbene rispettoso, quel clima era sgradevole per tutti. I rapporti erano freddi come quell’inverno.

Dopo l’insegnamento di Laozi, cambiai profondamente e tornai a percorrere quella strada con un animo diverso. Le conversazioni divennero semplici e sincere; tutti mi parlavano in modo informale, ma con rispetto e affetto. I gesti erano spontanei e tutto avveniva in modo naturale.

Da quel giorno compresi che l’umiltà è il principio nascosto di ogni vera trasformazione e che il cuore del saggio è vuoto e accogliente come una valle.

以柔克刚 yǐ róu kè gāng Vincere la durezza attraverso la morbidezza

以柔克刚
yǐ róu kè gāng
Vincere la durezza attraverso la morbidezza


Carissime lettrici e carissimi lettori,

oggi affrontiamo l’analisi di un chengyu con un significato molto profondo: 以柔克刚 (yǐ róu kè gāng) – "vincere la durezza attraverso la morbidezza". Un concetto semplice nella forma, ma rivoluzionario nell'applicazione, che sfida l’idea che la vittoria possa solo avvenire attraverso la forza e il potere.

Questo principio nasce dal cuore del pensiero taoista, precisamente dal 道德经 (Dào dé jīng), opera composto probabilmente intorno al IV secolo a.C. e attribuita a 老子 (lǎozǐ), figura leggendaria di cui tutti hanno sentito parlare e comunemente conosciuta per essere il padre del Taoismo.

Per chi volesse acquistare il Dào dé jīng vi consigliamo questa versione in italiano:

Daodejing. Il canone della via e della virtù. 


Dào dé jīng una breve introduzione

Sebbene piuttosto breve, circa 5.000 caratteri, il Dào dé jīng non è tuttavia un testo di facile comprensione.

Volendo analizzare più da vicino quest’opera nel suo complesso, possiamo fare riferimento a una tradizionale divisione dei suoi contenuti in due sezioni principali:

  • 上篇 (shàng piān) – Il Libro del Dào (道经, dào jīng), che comprende i capitoli 1–37 e si concentra principalmente sulla “Via” (il Dào) universale e sulla dimensione metafisica.
  • 下篇 (xià piān) – Il Libro del Dé (德经, dé jīng), che comprende i capitoli 38–81 e si concentra soprattutto sulla “Virtù / Potenza” (Dé) e sull’applicazione del Dào nella vita quotidiana e nel governo.

Parallelamente a questa divisione (Dào/Dé), risalente al secondo secolo dopo cristo, possiamo pensare al Dào dé jīng come a un mosaico filosofico: al suo interno troviamo tessere raggruppate per colore e soggetto (metafisica, etica, politica). Non esiste un percorso lineare; la lettura salta da una tessera all’altra, da un tema all’altro, e ogni verso si rivela in modo inatteso. Sul piano pratico, questo meccanismo stimola continuamente il lettore, spingendolo a cercare connessioni tra i diversi temi; allo stesso tempo, favorisce un progressivo ampliamento dello sguardo, orientandolo verso quella visione d’insieme che tende al Dào stesso.

Questa mancanza di sistematicità non è dunque un difetto, ma è perfettamente coerente con il suo insegnamento centrale: una filosofia che pervade così profondamente ciò che ci circonda da non poter essere ingabbiata in un sistema rigido, ma che va intuita attraverso immagini, paradossi e frammenti di saggezza.

Il testo del Dào dé jīng contiene infatti una varietà di argomenti che spaziano da:

  • Metafisica e la natura del Dào: la sua natura ineffabile, eterna e generatrice e il suo rapporto con il non-essere (无 wú) e l'essere (有 yǒu).
  • Etica e Condotta del Saggio: le qualità che deve possedere come umiltà, semplicità, non-contendere (不争 bù zhēng), flessibilità mentale, vuoto interiore, spontaneità. Come ci si comporta nel mondo avendo compreso il Dào.
  • Governo e Politica: il concetto di "governare mediante il non-agire" (无为而治 wúwéi ér zhì). Critica delle leggi oppressive, della guerra, delle tasse eccessive. L'ideale di un governante umile che lascia che il popolo segua la sua natura.
  • Epistemologia e i limiti del linguaggio e della conoscenza discorsiva: il valore del silenzio, della conoscenza intuitiva e dell'azione senza sforzo. La critica alla saggezza convenzionale e allo studio pedante.
  • Metafore e Immagini paraboliche di cui il testo è ricchissimo: immagini potenti che diventano chiavi di lettura universali come il principio che troviamo espresso nel chengyu di oggi.


La vittoria del supremamente molle sul supremamente rigido

Il concetto espresso dal chengyu di oggi lo ritroviamo nel capitolo 43 del Dào dé jīng. Qui di seguito troverete il capitolo estratto da: https://ctext.org/ tradotto e discusso.

天下之至柔,驰骋天下之至坚。
tiānxià zhī zhì róu, chíchěng tiānxià zhī zhì jiān.
La cosa più morbida del mondo supera quella più dura del mondo.

至柔 (zhì róu) è il "supremamente molle/flessibile" (es. acqua, vento, spirito). 至坚 (zhì jiān) è il "supremamente duro/inflessibile" (es. roccia, armatura, volontà rigida). 驰骋 (chíchěng galoppare) evoca l'immagine di qualcosa che domina, attraversa o supera con facilità e maestria. 

无有入无间,吾是以知无为之有益。
wú yǒu rù wú jiàn, wú shì yǐ zhī wúwéi zhī yǒuyì.
Il "Non-avere" (无有 wú yǒu) penetra nel "non-spazio" (无间 wú jiàn).

无有 non è il semplice "non avere", ma ciò che è incorporeo, intangibile, vuoto (come il vento, il pensiero, lo spazio). 无间 significa "senza fessure", ciò che è compatto e impenetrabile. Il paradosso è che solo ciò che è vuoto e senza forma può entrare in ciò che è compatto e impenetrabile.

不言之教,无为之益,天下希及之。
bù yán zhī jiào, wúwéi zhī yì, tiānxià xī jí zhī.
Per questo il saggio sa (吾是以知 wú shì yǐ zhī) che il non-agire (无为 wúwéi) porta al beneficio (有益 yǒuyì).

L'osservazione delle leggi naturali (la morbidezza che vince) porta alla conclusione che: 无为 (wúwéi), l'agire senza forzatura, in armonia con il flusso naturale, è la via più efficace per avere un beneficio o un vantaggio.

Questa paradossale legge del Taoismo ci dice che la vera forza non risiede nella resistenza, ma nell'adattabilità, una visione profonda del mondo che mostra quanto la logica della prevaricazione attraverso la forza e la violenza sia infondo destinata a fallire poiché la gentilezza a lungo andare sottometterà sempre la forza.


Dal principio taoista all’utilizzo pratico del chengyu

Sebbene il Dào dé jīng contenga l’origine filosofica di questo chengyu, il suo uso lo troviamo più tardi in alcuni interessanti utilizzi pratici.

诸葛亮 (zhūgé liàng), leggendario stratega del III secolo d.C. parla di "controllare" o "dominare" (制 zhì) la forza con la debolezza, scrivendo "以弱制强" (yǐ ruò zhì qiáng) - "usare la debolezza per controllare la forza". 

Più tardi nei registri di controllo delle acque risalenti alla dinastia Qing, troviamo l'espressione "以柔制刚", che viene usata per descrivere l’abitudine di utilizzare materiali flessibili per costruire gli argini in quanto più efficaci e duraturi di strutture rigide che possono facilmente crollare.

Un concetto comune anche per le arti marziali dove spesso si ricorre alla tecnica di controllare la forza dell'avversario e usarla a proprio vantaggio.

Nell'uso linguistico quotidiano, il verbo più forte e diretto 克 (kè) ha soppiantato 制" (zhì) mantenendo il senso di strategia, ma perdendo parte della sfumatura di "controllo abile" a favore di un'idea più generica di "vittoria".

Così nella storia questo principio si è andato adattando e plasmando a varie situazioni da quella ingegneristica, militare alla vita di tutti i giorni. 


La storia di oggi scritta da Rui Wen

Vi lascio cari amici alla storia di oggi scritta dalla nostra Rui Wen, con testo in cinese, pinyin e traduzione in italiano.

小明班里有个同学叫小强,说话声音很大,做事也很冲动,一有不顺心就爱发脾气。很多同学都不太愿意和他一起玩。

Nella classe di Xiǎomíng c'era un compagno di nome Xiǎoqiáng, che parlava a voce molto alta, agiva in modo impulsivo e si arrabbiava facilmente. Molti compagni non erano troppo disposti a giocare con lui.

有一天,小强在体育课上不小心撞到了小明,还大声指责小明挡路。小明没有生气,也没有和他争吵,而是平静地说:“没关系,你跑得快,我下次会注意的。”

Un giorno, durante l'ora di educazione fisica, Xiǎoqiáng urtò accidentalmente Xiǎomíng e lo rimproverò ad alta voce, accusandolo di avergli tagliato la strada. Xiǎomíng non si arrabbiò né iniziò a litigare. Con calma disse: "Non fa niente. Tu corri veloce, io la prossima volta starò più attento."

小强听了,反而愣住了,脸一下子红了。他低下头,小声说:“对不起,是我太急了。”

Sentendo queste parole, Xiǎoqiáng rimase invece di stucco e arrossì all'improvviso. Abbassò la testa e mormorò: "Mi dispiace, è che sono stato troppo impulsivo."

从那以后,小强不再对小明发脾气,还慢慢学会控制自己的情绪,和同学们相处得越来越好。

Da quel giorno in poi, Xiǎoqiáng non si arrabbiò più con Xiǎomíng, e imparò gradualmente a controllare le proprie emozioni, andando sempre più d'accordo con i compagni di classe.


捕风捉影 bǔ fēng zhuō yǐng Catturare il vento, afferrare l'ombra

 捕风捉影
bǔ fēng zhuō yǐng
Catturare il vento, afferrare l'ombra





Carissimi lettori,

oggi vorrei parlarvi del chengyu 捕风捉影 (bǔ fēng zhuō yǐng). Questo idioma cinese compare per la prima volta nell’《汉书》 (hàn shū – Libro degli Han), l’opera monumentale dello storico 班固 (bān gù), completata nel I secolo d.C.

Appare in un celebre passaggio in cui Ban Gu critica duramente i metodi con cui l’imperatore Wu della dinastia Han dissipava le risorse dell’impero nella ricerca dell’immortalità:

听其言,洋洋满耳,
tīng qí yán, yángyáng mǎn ěr, 
Le loro parole riempiono le orecchie di grandiosità, 

若将可遇; 
ruò jiāng kě yù; 
e sembra quasi che si possano realizzare;

求之,荡荡如系风捕景,
qiú zhī, dàng dàng rú xì fēng bǔ jǐng, 
ma cercarle è vano come legare il vento e catturare le ombre, 

终不可得。
zhōng bùkě dé.
alla fine è impossibile ottenere qualcosa.

L’imperatore Wu degli Han (汉武帝, hàn wǔdì, regno 141–87 a.C.) fu uno dei sovrani più potenti e influenti della Cina antica. Espanse notevolmente i confini imperiali e rafforzò la centralizzazione del potere, ma più avanti negli anni cadde ossessionato dall’idea di sconfiggere la morte. Sperperò immense ricchezze finanziando sciamani, alchimisti e spedizioni alla ricerca di elisir miracolosi, in una corsa disperata che Ban Gu condanna come un vano tentativo di “catturare il vento”.

Il significato originale del chengyu era quindi una condanna razionale della superstizione e della ricerca dell'impossibile. Oggi, 捕风捉影 (evoluzione nel tempo dell’espressione 系风捕景) descrive qualsiasi tentativo di agire o accusare qualcuno basandosi su indizi vaghi, prove inconsistenti o semplici voci, come anche di tentare di conoscere o afferrare ciò che è intrinsecamente sfuggente, illusorio o impossibile da possedere.

Eppure, l’essenza di questa critica trova un’eco tragica e sorprendentemente perfetta in una vicenda avvenuta oltre un secolo dopo l’imperatore Wu, che ha come protagonista l’allora imperatore 汉成帝 (Hàn Chéngdì), negli anni in cui la dinastia Han stava avviandosi verso il suo lento e inesorabile declino.


Libreria di chengyugushi italiano


L’ultima notte di Han Chengdi

La notte è profonda e silenziosa. Han Chengdi vaga solitario tra i padiglioni del palazzo. In quel momento non è più l'Imperatore, ma un uomo sperso e tormentato dai fantasmi del passato. 

La voce di 赵合德 (zhào hédé, Zhao Hede) lo chiama, invitandolo a rientrare. In quell’istante, egli comprende di non essere mai stato davvero libero: libero di amare ed essere amato sinceramente, libero di scegliere il proprio destino, libero di avere un figlio. E tuttavia, ciò da cui non era mai riuscito a liberarsi erano le sue stesse ardenti passioni.

Non vi è errore più grande, per un uomo, che lasciarsi dominare dalle proprie passioni, permettere loro di renderlo sordo e cieco. 

Così era stato per lui, per troppo tempo. Cieco alla corruzione che si era diffusa nell’impero come una pestilenza. Cieco alla sete di potere delle bellissime sorelle Zhao, determinate a essere le sole a generare il futuro imperatore. Cieco alle morti inspiegabili dei propri figli, strappati alla vita appena nati.

Forse giunse un momento, alcuni anni prima, in cui anche le passioni più violente persero la loro presa sulla sua mente. Fu il giorno in cui la dama 曹宫 (cáo gōng, dama Cao) entrò nella sua vita.

Era giovane, estranea ai mali del mondo, alla brama di potere e alle invidie di corte. Pura, come lui non era mai stato. Il loro fu un amore breve ma intenso, e lei gli donò un figlio. Un figlio di cui udì il pianto una sola volta, prima che anche quello gli venisse sottratto. Poco dopo, anche la dama Cao fu imprigionata e costretta al suicidio. Una vita vissuta sotto il dominio delle passioni lo aveva reso troppo debole per opporsi.

Quando tutto fu perduto, l’immagine della dama Cao e l’eco del pianto del figlio si scolpirono per sempre nella sua memoria.

Da allora, cercò un erede con rinnovata ossessione. Consultò maghi e alchimisti, sperperò ricchezze in qualsiasi pratica potesse dargli un'altra possibilità. Un figlio che fosse non solo l'erede al trono, ma il segno che il Cielo lo avesse perdonato. Ma non ci fu alcun nuovo erede.

Da allora, la ricerca di un erede riprese con rinnovata e cieca ossessione. Consultò maghi e alchimisti, dissipò ricchezze in ogni rituale che promettesse una seconda possibilità: un figlio che non fosse solo l’erede al trono, ma il segno che il Cielo avesse perdonato la sua ignavia. Ma non ci furono eredi per lui.

Zhao Hede lo chiamò ancora. Nel suo tono non c’era più desiderio né dolcezza, solo stizza e impazienza.

Egli tornò da lei, tornò ad annegare il dolore in quelle passioni che lo avevano reso cieco. E proprio quella notte, nel 7 a.C., Han Chengdi morì.


La Storia: il dramma di Corte e la Crisi Dinastica

La tragica vicenda della dama Cao non fu un episodio isolato, ma il simbolo più eloquente della crisi che logorò gli ultimi anni di regno di Han Chengdi.

Dopo la nascita del figlio delle Dama Cao, la potente concubina Zhao Hede ne ordinò l'eliminazione. La Dama Cao fu rinchiusa e costretta al suicidio, mentre la balia e i servi a conoscenza del fatto furono messi a morte per cancellare ogni traccia.

L'imperatore, dipendente dalle concubine Zhao (le sorelle: 赵合德Zhào Hédé e 赵飞燕Zhào Fēiyàn) e dalla loro influenza, non intervenne.

Questo episodio, insieme alla morte prematura di altri figli avuti da altre concubine, lasciò l'imperatore senza un erede sopravvissuto.

La sua successiva e disperata ricerca di un figlio, consultando maghi e sperperando ricchezze in rituali, divenne una vana ossessione parallela a quella del suo antenato per l'immortalità.

Ma se l’imperatore Wu cercava di afferrare l’ombra della vita eterna, Han Chengdi inseguiva l’ombra di una discendenza che gli sfuggiva, schiacciato dal potere delle Zhao.

La morte improvvisa di Han Chengdi nel 7 a.C. lasciò il trono vacante. Il potere passò a un nipote bambino, l'Imperatore Ai, e la reggenza si consolidò saldamente nelle mani della famiglia di sua madre, i Wang. Questa instabilità creò le condizioni perfette perché, pochi anni dopo, Wang Mang potesse infine usurpare il trono (9 d.C.), ponendo fine alla dinastia Han Occidentale. La storia personale di Han Chengdi, la sua incapacità di garantire un erede e il suo governo debole, fu dunque un anello cruciale nella catena di eventi che portò al crollo della dinastia.


Nomi dei personaggi

Imperatore Cheng degli Han: 汉成帝 (Hàn Chéngdì)

Zhao Hede (la favorita imperiale): 赵合德 (Zhào Hédé)

Zhao Feiyan (sorella di Hede, Imperatrice): 赵飞燕 (Zhào Fēiyàn)

Dama Cao (concubina di rango inferiore): 曹宫 (Cáo Gōng)

Ban Gu (lo storico): 班固 (Bān Gù)

Imperatore Wu degli Han: 汉武帝 (Hàn Wǔdì)

Wang Mang (l'usurpatore): 王莽 (Wáng Mǎng)


隔岸观火 gé àn guān huǒ - Osservare il fuoco dalla riva opposta

隔岸观火
gé àn guān huǒ
Osservare il fuoco dalla riva opposta


Carissimi lettori, 

oggi parliamo di un chengyu molto interessante e significativo che risale al periodo (五代十国, Wǔ Dài Shí Guó - Cinque Dinastie e dei Dieci Regni), un'epoca di conflitti e instabilità che ha seguito la caduta della dinastia Tang.

In questo periodo fiorì una figura molto peculiare: il monaco poeta (诗僧, shī sēng)

I monaci poeti erano uomini davvero interessanti, da un lato coltivavano la ricerca interiore e la spiritualità, dall’altro usavano la poesia per trasmettere le loro intuizioni spirituali, descrivere i loro stati di coscienza elevati o semplicemente celebrare la bellezza di una vita distaccata dal mondo alla ricerca del proprio cammino interiore.

I monaci poeti erano già presenti in Cina da molti secoli, ma durante la caduta della dinastia Tang, in un mondo sempre più incerto, la via del monaco rappresentò un rifugio dai dolori del mondo e i monasteri divennero oasi di cultura e di pace, dove i monaci potevano praticare la spiritualità e la letteratura. 

È proprio in questo contesto che nasce il chengyu 隔岸观火 (gé àn guān huǒ), "osservare il fuoco dalla riva opposta" che deriva da una breve poesia che il monaco poeta: 乾康 (Qián kāng) scrisse per farsi ricevere da 齐己 (Qí Jǐ), un celebre monaco poeta dell’epoca, una delle figure più influenti e rispettate del suo tempo.


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Andando a visitare Qí Jǐ

Quanta pace tra questi alti picchi, quanto silenzio lungo questo ripido sentiero.

Mi volto e vedo un panorama tinto di rosso. Forse sono i fuochi della città, forse è il colore del tramonto, forse l’alba di una nuova guerra all’orizzonte.

Ho viaggiato a lungo e ovunque ho visto lo stesso, desolante spettacolo: l’impero, un tempo unito e potente, è ora un puzzle di regni in guerra. I generali si tradiscono l’un l’altro, i campi bruciano e la gente soffre. Il mondo sembra diventato un grande incendio in cui ognuno cerca di arraffare le ultime braci di ciò che fu.

Mi chiedo: come fanno a non essere stanchi di tutto questo?

Cammino assorto nei miei pensieri finché un monastero non si rivela davanti a me: sono arrivato.

Le mura, le cui pietre scure sono consumate dalla pioggia e dal tempo, sembrano assorbire la luce del giorno. I tetti di tegole smaltate brillano come rugiada e si incurvano verso il cielo come le spalle di un vecchio saggio. Due enormi leoni guardiani fiancheggiano il portale principale.

Un luogo maestoso, solido, radicato nella montagna: un baluardo fatto di quiete e pace, ma anche di potere e ricchezza, un argine monolitico contro il fluire turbolento del mondo.

All’ingresso, un giovane monaco con le mani nascoste nelle ampie maniche, mi chiede con voce educata la ragione della mia visita. Intuendo la mia estraneità, e senza attendere una risposta completa, mi invita con un cenno cortese in una stanza laterale per il tè.

L’aria profuma di sandalo e incenso. La stanza è piccola ma finemente arredata: colonne di legno di nanmu, lucide come specchi, sorreggono un soffitto dipinto con draghi e fenici; pesanti tende separano gli spazi e mantengono il calore; su un piccolo tavolo in legno, intagliato con grande maestria, è disposto un servizio da tè di porcellana bianca e azzurra, così raffinato che esito a sfiorarlo. 

Il giovane monaco mi porge una ciotola colma del prezioso infuso; il suo gesto è un perfetto studio di grazia distaccata. I suoi occhi compiono un rapido inventario della mia persona: il saio logoro e rattoppato, le unghie rotte, le scarpe di paglia sfilacciate. Mi riserba la stessa cortesia che si usa a corte, un'arma di esclusione vestita di seta.

Il giovane posa la ciotola e si offre di annunciarmi a 齐己 (Qíjǐ). Lo interrompo con gentilezza e chiedo soltanto un foglio di carta, un pennello e un po’ d’inchiostro. 

Stendo il foglio sulla superficie ruvida del tavolo e scrivo questi pochi versi: l’unico lasciapassare che possiedo...


《投谒齐己》tóu yè qí jǐ - Andando a Visitare Qi Ji

隔岸红尘忙似火,
gé àn hóngchén máng sì huǒ
Di là dalla riva, il mondo di polvere rossa brilla come fuoco.

当轩青嶂冷如冰。
dāng xuān qīng zhàng lěng rú bīng
Qui, davanti al padiglione, la barriera di verdi pendii è fredda come ghiaccio.

烹茶童子休相问,
pēng chá tóng zǐ xiū xiāng wèn
Fanciullo che prepari il tè, smetti di interrogarmi,

报道门前是衲僧。
Bào dào mén qián shì nà sēng
annuncia solo che alla porta c'è un monaco col saio rattoppato.


Distacco Spirituale o indifferenza?

Questo breve e splendido componimento celebra il distacco spirituale. Il rifiuto di un mondo ormai in decadenza (la polvere rossa che brilla come fuoco) per cercare la via dello spirito (la barriera di verdi pendii fredda come ghiaccio). 

In questo senso, "osservare il fuoco dalla riva opposta" è un atto di saggezza e di autopreservazione spirituale. È il comportamento di colui che cerca il distacco da un mondo illusorio e sempre più travolto dalla barbarie.

Tuttavia, sebbene il chengyu di oggi derivi da questa poesia, il suo significato si discosta dal senso del componimento ed è proprio qui che nasce l'ambiguità storica del chengyu 隔岸观火 (gé àn guān huǒ).

Perché cosa succede se quel "fuoco" non è solo il tumulto della società, ma è un'ingiustizia che brucia i deboli? Se quella "riva opposta" non è un rifugio spirituale, ma il comodo balcone di chi potrebbe aiutare ma non lo fa?

In tal senso un ritiro spirituale può rappresentare un atto di egoismo, di attaccamento verso sé stessi.

Nel linguaggio moderno, 隔岸观火 (gé àn guān huǒ) ha abbracciato proprio questo secondo significato, capovolgendo completamente la sua connotazione iniziale. Oggi questo idioma non descrive il ritiro spirituale di un monaco, ma l'atteggiamento egoista di chi, potendo assistere qualcuno in difficoltà, sceglie invece di stare a guardare, indifferente e al sicuro.

Certo non credo che questa visione potesse passare inosservata a persone dedite alla contemplazione del mondo e la spiritualità. In particolare colpisce l’ultima parola 衲僧 (nà sēng – monaco con il saio rattoppato) della poesia di Qián kāng, in cui l’autore da certamente importanza all’umiltà e alla rinuncia delle ricchezze del mondo in ogni sua forma sia quella civile che monastica. Ed è forse proprio quella la parola più importante del poema poiché lo stesso Qí jǐ era conosciuto come una persona estremamente umile che non bramava affatto la ricchezza.

In conclusione, la storia di questo chengyu ci racconta come il confine tra ascesi e indifferenza, tra ricerca interiore e fuga dalle responsabilità, è sottilissimo. La stessa azione, il distacco, può essere un viaggio verso la luce o una ritirata nell'ombra dell'orgoglio e dell’egoismo. Sta a noi, ogni volta, decidere da quale riva stiamo osservando, e se quel fuoco che brucia lontano ci chiama, in qualche modo, a non restare semplicemente a guardare.


秋水伊人 qiūshuǐ Yīrén Colei/colui a cui penso fra le acque d’autunno

秋水伊人 qiūshuǐ Yīrén Colei/colui a cui penso fra le acque d’autunno

秋水伊人
qiūshuǐ Yīrén
Lei fra le acque d'autunno

Carissimi lettori, oggi voglio parlarvi di un’antica tecnica poetica che risale allo 诗经 shījīng, il celebre Libro delle Odi, un capolavoro le cui composizioni più antiche risalgono a circa tremila anni fa e che ormai chi ci segue dovrebbe conoscere.

Questa tecnica si chiama: 複沓 (fùtà – ripetuto e sovrapposto), è una tecnica poetica nota come "ripetizione con variazione", caratterizzata dalla ripetizione di un verso, con variazioni minime ma significative.

Per chi fosse interessato ad averne una copia, ecco dove acquistarlo: Il Libro delle Odi


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Perché la tecnica Fùtà è così potente?

Questa tecnica infonde al componimento poetico una forza straordinaria, perché sfrutta due elementi opposti: la ripetizione e il cambiamento. 

Immaginiamoci di essere in una stanza dove alle pareti sono appese una serie di tele, ognuna raffigurante lo stesso canneto all’alba. 

Ad un primo sguardo le immagini sembrano identiche. Però, osservando con più attenzione tra le canne emerge un volto che prima non c’era. Nella tela successiva il volto si fa più nitido, infine nell’ultima tela il volto è scomparso. 

Il canneto passa in secondo piano, ma il volto diventa l’elemento dominante del nostro pensiero. L’esperienza assume una quarta dimensione: il tempo che scorre, si intensifica e infine scompare. Il volto non è che un semplice dettaglio ma rimane impresso nella mente di chi lo ha visto.

La tecnica della 複沓 (fùtà) è quindi molto più di un espediente poetico antico. È un pattern cognitivo profondamente radicato nella cultura cinese e nell’essere umano in generale, che sfrutta il modo in cui la nostra mente processa le informazioni: troviamo conforto e prevedibilità nella ripetizione, ma siamo stimolati e coinvolti dalla variazione. Quasi una lotta continua fra l'ordine e il caos.

Questa tecnica è presente ovunque proprio perché fa parte del nostro meccanismo mentale. 

In Occidente prende la forma dell'anafora: la ripetizione di una parola o frase all’inizio di versi o frasi successive; o della ripetizione incrementale tipica della ballata popolare britannica e germanica.

In Cina, questo stile si è mantenuto nel tempo passando nella poesia delle dinastie successive, fino alla musica e alla comunicazione dei giorni nostri. La tecnica della Fùtà sfrutta il nostro modo di percepire la realtà e di conseguenza diventa una potente alleata della nostra creatività.


《蒹葭》 (jiān jiā – le canne)

La poesia di oggi sfrutta proprio la ripetizione incrementale per infondere malinconia e significato all’incessante ricerca di un ideale. La ripetizione con variazione non solo crea un ritmo ipnotico, ma anche un senso di ricerca incessante e fallita. Ogni tentativo si scontra con la realtà mutevole e illusoria dell'oggetto del desiderio, che si sposta e trasforma proprio come un riflesso nell'acqua. 

Il poeta descrive un paesaggio autunnale, freddo e avvolto dalla brina, mentre cerca invano di raggiungere la persona amata, che appare sempre evanescente e inarrivabile.

È da questo gioco di vicinanza apparente e irraggiungibilità sostanziale che nasce il chengyu 秋水伊人 che significa letteralmente "Lei fra le acque d’autunno" ed esprime un profondo senso di nostalgia: il desiderio struggente per una persona amata lontana o irraggiungibile, ma anche per un ideale o una meta tanto anelata quanto impossibile da ottenere.

Ho diviso la poesia in questa tabella così che possiate apprezzare meglio la tecnica del Fùtà. Le tre strofe sono riportate nelle 3 diverse colonne con relativi pinyin e traduzione, nell'ultima colonna invece sono riportate le differenze fra i versi corrispondenti.

Buona lettura.

Verso Prima Strofa Seconda Strofa Terza Strofa Analisi della Variazione
1 蒹葭苍苍
Jiān jiā cāng cāng

Canne rigogliose e verdi
蒹葭凄凄
Jiān jiā qī qī

Canne lussureggianti e umide

蒹葭采采
Jiān jiā cǎi cǎi

Canne rigogliose e folte


L'attesa
Tre frasi che descrivono lo stesso canneto con sfumature diverse, suggerendo il passare del tempo. Forse una lunga attesa.

2 白露为霜
Báilù wéi shuāng

La bianca rugiada è diventata brina
白露未晞
Báilù wèi xī


La bianca rugiada non si è ancora asciugata
白露未已
Báilù wèi yǐ


La bianca rugiada non è ancora finita
Il tempo passa, ma l'attesa è vana.
Mostra una progressione temporale e di persistenza. Il freddo della brina (1°) lascia il posto all'umidità persistente (2° e 3°).
3 所谓伊人
Suǒ wèi yī rén

Colei di cui parlo

所谓伊人
Suǒ wèi yī rén

Colei di cui parlo


所谓伊人
Suǒ wèi yī rén

Colei di cui parlo


Desiderio immutabile
Qui è l'assenza di variazione che descrive l'intensità del desiderio per quella persona. Un sentimento così forte che rimane immutabile nel tempo.
4 在水一方
Zài shuǐ yī fāng

È dall'altra parte dell'acqua
在水之湄
Zài shuǐ zhī méi

È alla giunzione della riva

在水之涘
Zài shuǐ zhī sì

È al margine dell'acqua

La ricerca
Punti diversi del fiume, la variazione mostra uno sguardo che scruta la sponda in cerca di qualcosa che pare illusorio.

5 溯洄从之
Sù huí cóng zhī

Risalendo la corrente per seguirla
溯洄从之
Sù huí cóng zhī

Risalendo la corrente per seguirla
溯洄从之
Sù huí cóng zhī

Risalendo la corrente per seguirla
Ostinata ricerca
L'azione disperata e faticosa di risalire la corrente è sempre la stessa, un tentativo eroico, persistente e vano.

6 道阻且长
Dào zǔ qiě cháng

La via è ostacolata e lunga

道阻且跻
Dào zǔ qiě jī

La via è ostacolata e ripida


道阻且右
Dào zǔ qiě yòu

La via è ostacolata e torta/insidiosa


L'ostacolo
L'ostacolo si moltiplica e si trasforma. Non è solo una questione di distanza (1°), ma anche di fatica fisica (2°) e di pericolo e inganno (3°). L'impedimento si fa più complesso.
7 溯游从之
Sù yóu cóng zhī

Discendendo la corrente per seguirla
溯游从之
Sù yóu cóng zhī

Discendendo la corrente per seguirla

溯游从之
Sù yóu cóng zhī

Discendendo la corrente per seguirla

Ogni sforzo è vano
Ogni tentativo di risalire la corrente pare vanificato e l'autore torna indietro.



8 宛在水中央
Wǎn zài shuǐ zhōngyāng

Pareva fosse nel centro del fiume.

宛在水中坻
Wǎn zài shuǐ zhōng chí

Pareva essere su un'isolotto nel fiume

宛在水中沚
Wǎn zài shuǐ zhōng zhǐ

Pareva essere su un banco di sabbia nel fiume

Illusione
L'illusione si concretizza in luoghi sempre più specifici. Questo rende la sua irraggiungibilità non una lontananza, ma una straziante illusione dell'oggetto stesso del desiderio.

金风玉露 jīn fēng yù lù Vento dorato e rugiada di giada (parte 2)

金风玉露
jīn fēng yù lù
Vento dorato e rugiada di giada

金风玉露 jīn fēng yù lù Vento dorato e rugiada di giada

(Parte 2°)


Carissimi amici, 

come promesso, ecco la secondo parte di questa analisi sul chengyu: 金风玉露 (jīn fēng yù lù - vento dorato e rugiada di giada). 

Oggi vedremo come il significato di questa frase sia cambiato dalla poesia di Li Shangyin, che si colloca temporalmente nella fase di decadenza della dinastia Tang, fino alla dinastia Song, con il bellissimo poema di 秦观 (qín guān) Qin Guan che qui vi riporto con una traduzione che ho scritto cercando di conciliare la correttezza del significato e la poetica del testo.


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Le tenui nuvole intessono forme ingegnose

《鹊桥仙·纤云弄巧》宋·秦观 *
纤云弄巧,飞星传恨,银汉迢迢暗度。
金风玉露一相逢,便胜却人间无数。
柔情似水,佳期如梦,忍顾鹊桥归路。
两情若是久长时,又岂在朝朝暮暮。

Traduzione

鹊桥仙 (quèqiáo xiān) Gli immortali sul ponte di gazze (genere poetico-musicale 词牌 cípái) 
纤云弄巧(xiān yún nòng qiǎo) Le tenui nuvole intessono forme ingegnose (titolo)
宋 (sòng) Dinastia Song 
秦观 (qín guān) Autore

纤云弄巧,
xiān yún nòng qiǎo
Le tenui nuvole intessono forme ingegnose,

飞星传恨,
fēi xīng chuán hèn
le stelle cadenti recano un messaggio di dolore,

银汉迢迢暗度。
yín hàn tiáotiáo àn dù
Attraversano furtivamente questo fiume d'argento, vasto e sconfinato.

金风玉露一相逢 ,
jīn fēng yù lù yī xiāng féng
Vento d'oro e Rugiada di giada s’incontrano,

便胜却人间无。
biàn shèng què rénjiān wúshù。
questo solo momento che supera infiniti incontri terreni.

柔情似水,
róu qíng sì shuǐ
un tenero sentimento che scorre come un fiume,

佳期如梦,
jiā qī rú mèng
un così dolce appuntamento che pare un sogno.

忍顾鹊桥归路。 
rěn gù què qiáo guī lù
come volgere lo sguardo alla via del ritorno sul Ponte di Gazze?

两情若是久长时,
liǎng qíng ruò shì jiǔ cháng shí
ma se questi due sentimenti possono durare tanto a lungo,

又岂在朝朝暮暮。
yòu qǐ zài zhāozhāo mùmù
allora cosa importa stare assieme ogni giorno?


Cosa cambia rispetto alla poesia di Li Shangyin

In questa poesia non si parla più di dolore per la separazione, di precarietà della felicità, della fatalità del tempo che passa, si tratta bensì di un messaggio di speranza e di elevazione del sentimento. 

L’incontro sul ponte di gazze, sebbene breve e afflitto dal dolore della lunga mancanza, è così perfetto e intenso che il suo valore trascende qualsiasi lontananza e qualsiasi relazione comune, tanto che Qin Guan conclude affermando che per un amore così profondo ed eterno, stare insieme ogni giorno non è poi così importante.

"金风玉露" assume così una doppia anima: da un lato quella donatagli da Li Shangyin con il dolore della separazione e la fatalità del tempo che passa, dall'altro quella di Qin Guan che dona speranza e la consapevolezza che l'amore vero trionfa su ogni distanza. “Vento Dorato e Rugiada di Giada" è la perfetta, poetica sintesi di tutto questo.

VI lascio adesso all'articolo scritto dalla nostra Rui Wen sull'argomento con la traduzione in italiano.

金风玉露 jīn fēng yù lù Vento dorato e rugiada di giada

 金风玉露
jīn fēng yù lù
Vento dorato e rugiada di giada

金风玉露 jīn fēng yù lù Vento dorato e rugiada di giada


Carissimi lettori,

forse ricorderete la celebre storia d’amore di cui abbiamo parlato giusto un paio di mesi fa, la leggenda del Bovaro e della Tessitrice. Per chi non l’avesse letta o non la ricordasse ecco il link con la storia: https://chengyugushiitaliano.blogspot.com/2025/08/queqiao-xianghui-incontrarsi-sul-ponte.html

Questa meravigliosa leggenda è all’origine della festa del 七夕Qīxì, la festa del doppio sette o degli innamorati, ma non solo, è legata a uno dei chengyu più belli e poetici della lingua cinese: "金风玉露" (Jīn Fēng Yù Lù), vento dorato e rugiada di giada".

Quest'espressione richiama lo scenario autunnale ed evoca un incontro d’amore breve e prezioso, proprio come quello del Bovaro e della Tessitrice, costretti a incontrarsi solo una notte dell’anno su un ponte di gazze che attraversa la via lattea. La sua origine la troviamo in due poesie del passato:

  • la prima, la più antica, è: “La settima notte del festival di Qīxì, dell'Anno Xīnwèi” di Li shangyin, dinastia Tang;
  • la seconda, forse la più celebre, è: “Immortale al ponte di gazze - sottili nuvole che si intessono per creare l’incontro” di Qín Guān, dinastia Sòng. 

In questo articolo parlaremo della prima poesia, la più antica, scritta da Li Shangyin, nel prossimo invece parleremo della seconda poesia che ha reso celebre questa espressione.


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《辛未七夕》唐·李商隐
“Xīn wèi qīxì” táng·lǐshāngyǐn
“La settima notte del festival di Qīxì, dell'Anno Xīnwèi” di Li shangyin, dinastia Tang.

Li Shangyin du il primo poeta ad usare 金风玉露 (jīn fēng yù lù) in una poesia dedicata alla festa del Qixi fu. Questo meraviglioso poeta della tarda Dinastia Tang, che molti probabilmente ricordano da qualche articolo precedente, ha visto la sua vita segnata dall'esilio politico, dal mancato riconoscimento del suo lavoro e soprattutto dalla perdita della moglie, morta molto giovane.

Per Li Shangyi la separazione era una realtà molto dolorosa ed è in questa profonda malinconia che ha preso forma il chengyu 金风玉露 (jīn fēng yù lù).

Ecco la sua poesia: “La settima notte del festival di Qīxì, dell'Anno Xīnwèi” di Li shangyin, dinastia Tang.

恐是仙家好别离,
kǒng shì xiānjiā hǎo biélí,
Forse agli dei amano le separazioni,

故教迢递作佳期。
gù jiào tiáodì zuò jiāqī.
per questo hanno concesso un appuntamento tanto raro e difficile.

由来碧落银河畔,
yóulái bìluò yínhé pàn,
Da tempo immemore il cielo smeraldino costeggia la Via Lattea,

可要金风玉露时。
kě yào jīn fēng yù lù shí.
doveva proprio avvenire al tempo del vento dorato e della rugiada di giada.

清漏渐移相望久,
qīng lòu jiàn yí xiāng wàng jiǔ,
L’acqua della clessidra scorre implacabilmente, a lungo si guardano,

微云未接过来迟。
wēi yún wèi jiē guòlái chí.
le nuvole sono sottili e tardano ad intrecciarsi.

岂能无意酬乌鹊,
qǐ néng wúyì chóu wūquè,
Come è possibile non essere grati alle gazze

惟与蜘蛛乞巧丝。
wéi yǔ zhīzhū qǐ qiǎo sī.
e pregare i ragni per il filo dell’abilità.

In questa poesia Li Shangyin sembra infondere tutte le tribolazioni della propria vita: il dolore della separazione, la precarietà della felicità, la fatalità di un tempo che scorre sempre inesorabile, l’emarginazione e l’arrivismo umano. 

Proviamo per un attimo ad entrare nella mente di Li Shangyin e immaginarci la prosa di questa poesia nella sua mente. 

Pare che gli immortali amino le lunghe separazioni, per questo fissano lontano nel tempo il momento del ritrovarsi. 

Da sempre la via lattea scorre nel cielo eppure ci è dato vivere questo momento solo per un tempo limitato come i colori dell’autunno nel vento che rapidamente svaniscono, o la rugiada verde smeraldo del mattino che scompare al sole.

Così ci guardavamo, mentre la clessidra scandiva quel tempo assieme, mentre anche il cielo o il destino parevano pigri nel volerci unire.

Come si può in tutto questo non essere grati alle gazze che ci hanno unito e pregare invece i ragni affinché ci donino il filo dell’abilità.



一诺千金 yí nuò qiān jīn - Una promessa vale mille in oro

 一诺千金
yí nuò qiān jīn
Una promessa vale mille in oro


一诺千金 yí nuò qiān jīn Una promessa vale mille in oro


All'inizio della dinastia Han Occidentale, viveva un famoso generale del regno di Chu di nome 季布 (jì bù). Di aspetto imponente e elegante, con una voce potente e risonante, la qualità che più ispirava ammirazione era la sua integrità nel mantenere sempre la parola data senza mai venir meno agli impegni.

Per le strade e i vicoli di Chang'an, tutti sapevano: quando Ji Bu prometteva qualcosa, non importavano le difficoltà, avrebbe trovato il modo di mantenerla.

Una volta, una persona si presentò frettolosamente da Ji Bu chiedendo il suo aiuto. Ji Bu sorrise semplicemente e dichiarò con tono fermo: "Bene, ti aiuterò!"

Queste semplici parole riempirono il cuore di quell'uomo di infinita tranquillità. Tornò di corsa a casa tutto entusiasta, raccontando a tutti: "La cosa si farà sicuramente! Perché me l'ha promesso Ji Bu!"

Pian piano la storia si diffuse in tutta Chang'an. La gente comprese che una sola parola di Ji Bu era più affidabile di mille chili d'oro.

Così tra la gente cominciò a circolare una frase lodata da tutti: "Ottenere cento chili d'oro non equivale a ottenere una promessa di Ji Bu".

Da allora, 一诺千金, "Una promessa vale mille oro" divenne il più alto elogio riservato dalla posterità a chi mantiene la parola data. Ci insegna che: l'onestà è la ricchezza più preziosa al mondo, più dell'oro e dell'argento.


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Carissimi amici,

questa bella storia preparata da Rui Wen trae origine dalle Memorie dello Storico (史记 Shǐjì) di Sima Qian (circa 145-86 a.C.), opera fondamentale della storiografia cinese da cui abbiamo tratto anche altri racconti. Chi fosse interessato può acquistarla a questo link.

Memorie storiche Edizione integrale Volume 


无用之用 wúyòng zhī yòng L’essere inutile è la sua più grande utilità

无用之用
wúyòng zhī yòng
L’essere inutile è la sua più grande utilità

无用之用 wúyòng zhī yòng L’essere inutile è la sua più grande utilità


Carissimi lettori,

la frase di oggi proviene da un antico racconto dello Zhuangzi, un testo ricco di saggezza che molti di voi, specialmente chi ci segue, conoscono bene.

Questo racconto si addentra nel concetto di utilità, un’utilità sia per le cose del mondo che per gli esseri che lo abitano e sfida la comune idea che siano utili solo le cose che hanno un fine.

Lo Zhuangzi, invece, ci invita ad ampliare lo sguardo, suggerendo che talvolta anche ciò che appare inutile può rivelarsi molto utile. 

Con la sua ironia e profondità, Zhuangzi ci mostra uno spiraglio alternativo in un mondo dove competitività, produttività ed efficienza sembrano obblighi ormai irrinunciabili.

La frase 无用之用 (wúyòng zhī yòng – “l’inutile è utile”) è spesso usata per descrivere attività, condizioni o aspetti della vita che, pur sembrando privi di scopo, possono in realtà rivelarsi di grande valore.

Per chi fosse interessato ad acquistare una copia dello Zhuangzi, ecco il link dove trovarlo: Clicca qui


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Il maestro Shi e l'arte dell'inutile (tratto e tradotto da Zhuangzi)

"Il maestro carpentiere Shi si recò nello stato di Qi. Giunto a Quyuan, vide l'albero sacro di Li.

Era così grande da poter ombreggiare migliaia di buoi. Aveva una circonferenza di cento braccia e il solo tronco un'altezza di dieci ren. Aveva rami così massicci che ognuno avrebbe potuto essere scavato per farne una barca.

La folla lo ammirava come fosse in un mercato, ma il carpentiere non gli diede neppure un'occhiata e proseguì senza fermarsi.

Il suo apprendista, dopo averlo osservato a lungo, raggiunse il maestro e disse: "Da quando brandisco l'ascia al vostro seguito, non ho mai visto un albero così magnifico. Perché rifiutate persino di guardarlo e continuate a camminare?"

Il maestro rispose: "Non parliamone! È legno marcio. Se ne facessi una barca, affonderebbe; se una bara, marcirebbe presto; se utensili, si spezzerebbero; se porte, colerebbero resina; se colonne, verrebbero tarlate. È un albero inutile, privo di qualsiasi utilità. Proprio per questo è così vecchio."

Quando il maestro carpentiere Shi tornò a casa l'albero sacro di Li gli apparve in sogno, dicendo: "A cosa mai mi stai paragonando? Forse mi confronti con gli alberi ornamentali? Guarda i meli cotogni, i peri, gli aranci, i pompelmi e gli altri alberi da frutto: quando i loro frutti maturano, vengono spogliati, umiliati, con i rami grandi spezzati e quelli piccoli strappati.

È proprio la loro abilità nel produrre quei frutti a rendere tanto amara la loro esistenza.

Così non completano il loro naturale termine di esistenza, ma giungono a una fine prematura a metà del loro tempo, attirandosi addosso la distruzione. Così come è per tutte le cose una volta utilizzate. Tutte le cose seguono questa logica.

A lungo ho cercato di capire come mai fossi così inutile, e più volte sono quasi morto per lo sforzo di questa ricerca. Perché questi rami curvi e ricurvi, inutili per un qualsiasi attrezzo? Perché non do alcun frutto da poter mangiare? Perché il mio legno è così poco resistente, inutilizzabile per una qualsiasi costruzione?

Ma ora ho imparato, ho imparato che è l’inutilità la mia più grande utilità.

Se fossi stato utile, avrei mai potuto crescere così maestoso?

Inoltre, tu ed io siamo entrambi cose della natura: con quali diritto una cosa della natura dovrebbe giudicarne un’altra?

Come puoi tu, uomo inutile, comprendere me, un albero inutile?"

Il carpentiere si svegliò e ripensò a quel sogno, e quando l'apprendista chiese al maestro:

"Se questo albero cerca così ostinatamente l'inutilità, perché allora serve come albero sacro?"

"Stai zitto", fu la risposta del maestro, "e non dire una parola. È semplicemente cresciuto qui; e quindi chi non lo conosce non ne parla male come di una cosa malvagia. Se non fosse usato come albero sacro, correrebbe il rischio di essere abbattuto? Inoltre, la logica con cui viene conservato è diversa da quella con cui vengono conservate le cose in generale; non è forse fuori luogo spiegarlo con il sentimento che hai espresso?"

牛郎织女 niúlángzhīnǚ - Il bovaro, la tessitrice e la loro struggente storia d'amore.

牛郎织女
Il bovaro, la tessitrice
e la loro struggente storia d'amore.

鹊桥相会 quèqiáo Xiānghuì - Incontrarsi sul ponte di gazze

Carissimi lettori di chengyugushiitaliano,

il racconto di oggi trae ispirazione dalla celebre e antica leggenda di 牛郎 (niúláng) e 织女 (zhīnǚ): una struggente storia d’amore tra un povero bovaro e una tessitrice celeste, separati dal destino e dalle leggi del cielo. 

È proprio da questa leggenda che nasce la festa del 七夕 (qīxì), il festival cinese degli innamorati, conosciuto anche come "festa del doppio sette", celebrato il settimo giorno del settimo mese del calendario lunare – che quest’anno cadrà il 22 agosto 2025.

Spero che questo nuovo racconto vi emozioni e vi invito a seguire chengyugushiitaliano su Facebook per non perdervi le prossime Storie Chengyu.

金狄
Federico Zinelli
Autore e curatore


Libreria di chengyugushi italiano

牛郎织女 niúláng zhīnǚ - Il bovaro, la tessitrice e la loro struggente storia d'amore.

Un vecchio artista di strada a Chang’an

Il sole, un disco di rame incandescente, fa capolino dietro la nera silhouette delle mura di Chang’an, tingendo le nuvole di porpora e zafferano.

Le ombre si allungano come dita affusolate, mentre il velo ambrato del tramonto si posa pigro su ogni cosa, stemperando ogni colore. 

Le prime stelle compaiono timidamente, una dopo l’altra, in un cielo che, attimo dopo attimo, si fa sempre più profondo.

Entro in città e la vita frenetica per le strade mi risveglia da quell’incanto. 

Qua e là si accendono le lanterne; i bambini giocano sotto lo sguardo attento dei genitori affacciati ai portici delle locande. Nell’aria si diffondono i profumi delle focacce e della carne alla griglia.

Dispongo le mie maschere a terra e accendo le lampade a olio attorno a me. Il palcoscenico è pronto: 

«Venite, gente di Chang’an! Oggi è il settimo giorno del settimo mese.
Venite ad ascoltare la storia di 织女 (Zhīnǚ) e 牛郎 (Niúláng)!»

I bambini accorrono eccitati. Come ogni anno, una piccola folla si raccoglie intorno a me: visi curiosi, genitori sorridenti, anziani che conoscono ogni parola, ma attendono, come sempre, la magia del racconto.

Lascio che cali il silenzio. Poi indosso la prima delle mie maschere...


La maschera del bue celeste

Cari bambini, mi avete riconosciuto?
Sono io, il Bue Celeste!

Lo so, un tempo ero un magnifico generale alla corte dell’Imperatore di Giada. Tutti mi rispettavano e ovunque andassi, mi accoglievano con onore.

Poi, un giorno, per una mia disattenzione, feci cadere una preziosa giara contenente la rugiada dell’immortalità… e per questo venni esiliato sulla Terra, condannato a vivere nelle sembianze di questo animale.

Ma non voglio annoiarvi con le mie sventure. No, no! Oggi sono qui per raccontarvi una splendida storia d’amore: quella di Niulang, il giovane bovaro che si è preso cura di me per tanti anni, e di Zhinü, la tessitrice del firmamento, figlia dell'Imperatore di Giada.

Niulang era davvero un bravo ragazzo, e anche un mio caro amico, sapete?

Avrei tanto desiderato per lui una vita felice, con una buona moglie e dei figli. Ma era solo, povero, e nessuna ragazza voleva sposarlo.

Sembrava che tutto sarebbe rimasto così per sempre… Finché un giorno, io non scoprì, per puro caso, che le sette fate celesti, scendevano ogni notte sulla Terra per bagnarsi nello Stagno di Giada (瑶池 Yáochí).

Così, una notte, apparvi in sogno al mio giovane amico e gli dissi: “Domani all’alba vai al lago e prendi gli abiti di una fata. Non voltarti mai indietro… e avrai una sposa divina!”

Mi volto e con un gesto rapidissimo, scambio la maschera del Bue con quella di Niúláng.


瑶池 Yáochí - lo Stagno di Giada

Ho faticato non poco per raggiungere questo lago. Ma ciò che mi si è aperto davanti agli occhi è di una bellezza indescrivibile.

Sette fanciulle meravigliose, avvolte in leggere vesti di seta danzano nell’aria e librandosi leggere sopra l’acqua che risplende alla luce della luna. I loro lunghi capelli, i volti giovani e radiosi, la luce che le circonda... sono chiaramente creature di un altro mondo.

 

Ed ecco che ritorna la maschera del Bue Celeste:

“Prendi le vesti, non lasciarti distrarre da tanta bellezza!” 


Poi di nuovo la maschera di Niulang:

Mi dissi: “Presto… prima che tanta meraviglia dissolva ogni mia volontà!” 

Raccolsi le vesti che erano più vicine a me e corsi via fino alla mia capanna.

Lì, seduto, rimasi molto tempo rimproverandomi per quel che avevo fatto. Mi sentivo in colpa per aver rubato le vesti a simili straordinarie creature, ma, al tempo stesso ero anche colmo di gratitudine per tanta bellezza.

Quelle visioni mi stavano sopraffacendo… Ma svanirono all’istante quando sentii qualcuno bussare alla porta. 

Aprì con esitazione e davanti a me apparve una figura avvolta da un’aura di luce: una giovane fata, bellissima, tremante, quasi in lacrime. Era venuta a cercare la sua sopravveste.

Mi bastò uno sguardo per perdere il cuore. La sua luce si fece più tenue, il suo corpo prese la consistenza di questo mondo e in quell’istante, il tempo si fermò.

Nulla esisteva più: solo io e lei, persi l’uno negli occhi dell’altra.


La maschera del bovaro si allontana lentamente dalla luce e come per magia ritorna il bue celeste

Niulang e Zhinü si innamorarono al primo sguardo. 

Lei riconobbe subito il cuore puro e sincero del mio custode e lui le donò il proprio cuore, senza alcuna riserva.

Si sposarono, ebbero due figli e vissero felici sulla Terra per tre splendidi anni, amandosi perdutamente, profondamente e condividendo insieme le gioie e i dolori di questo mondo tanto splendido quanto, a volte, spietato.

Sarebbe bello poter dire che la storia finì qui…





L'ira dell'imperatore celeste

Tre anni sulla Terra non sono che pochi istanti nel mondo celeste. E quando l’Imperatore di Giada scoprì che sua figlia si era unita in matrimonio con un semplice bovaro, tradendo la sua volontà e infrangendo l’ordine cosmico stabilito, mandò i suoi generali per riportare Zhinü in cielo.

Fu proprio quel giorno che io, il Bue Celeste, giunsi alla fine del mio cammino terreno. Il mio destino era ormai compiuto: tornare a brillare nel firmamento, ma avevo in serbo un'ultima magia per i miei giovani amici.


Ed ecco che si palesa la maschera di Zhīnǚ. Un volto di porcellana sottile, plasmato con estrema delicatezza. Gli occhi e la bocca sono disegnati con fili d’argento: un viso bellissimo, fragile e colmo di malinconia.

I miei bambini piangevano e si aggrappavano disperatamente alla mia veste, mentre una pioggia di fulmini squarciava il tetto della nostra capanna.

Mio amato Niulang, non potesti fare nulla contro i dodici generali celesti in armatura di giada che mi portarono via da te.



Un rullo di tamburo richiama il rumore del tuono. La maschera di Zhinü svanisce nell’oscurità, lasciando spazio a quella di Niulang.

"Mio fedele bue... hanno portato via la nostra Zhinü. Se solo tu fossi ancora qui per aiutarmi."

In lacrime afferrai le corna del mio amico e, non so come, d’un tratto si trasformarono in due grandi ceste volanti, capaci di sollevarmi da terra e inseguire nel cielo il carro della mia amata. 

Non esitai un istante e saltai su di esse assieme ai nostri bambini, volando rapido verso il cielo d’occidente.

Purtroppo però, nemmeno quell'ultima magia poté nulla quando la Regina Madre estrasse la sua spilla d’oro e squarciò il velo del cielo. Da allora questo immenso fiume d’argento, 银河 (yínhé), la Via Lattea, ci separa.


La pietà del cielo

Lentamente torna la maschera del bue, per raccontare l'ultima parte di questa storia.


Non esiste legge del cielo senza pietà o compassione.

Venne infatti il giorno in cui le gazze, commosse dall’amore puro di Zhinü e Niulang, formarono un ponte con le loro ali per ricongiungerli. 

Era il settimo giorno del settimo mese lunare e da allora, ogni anno, proprio in quella data, questo miracolo si ripete. 

Per questo si dice che, nelle notti del Qixi, ascoltando sotto i tralci della vite, si possono udire i sussurri d’amore di Zhinü e Niulang; e che, dopo quella notte, le gazze perdono molte delle loro piume per la fatica del volo.


迢迢牵牛星
tiáotiáo qiān niú xīng
Una splendida poesia della dinastia Han.

迢迢牵牛星,皎皎河汉女。
tiáotiáo qiān niú xīng, jiǎojiǎo héhàn nǚ.
Remota e distante arde la stella del Bovaro,
pura e fredda brilla la fanciulla del Fiume Celeste.

纤纤擢素手,札札弄机杼。
xiānxiān zhuó sùshǒu, zhá zhá nòng jīzhù.
Sottili e affusolate si protendono le mani di giada,
sonoro e ininterrotto batte il telaio senza sosta.

终日不成章,泣涕零如雨。
zhōngrì bùchéng zhāng, qì tìlíng rú yǔ. 
Ma in tutto il giorno nulla viene tessuto,
solo lacrime che cadono come pioggia.

河汉清且浅,相去复几许?
héhàn qīng qiě qiǎn, xiāngqù fù jǐxǔ?
Limpido e poco profondo scorre il Fiume Celeste,
l’uno dall’altra ci separa una distanza indefinibile.

盈盈一水间,脉脉不得语。 
yíngyíng yī shuǐ jiān, mò mò bùdé yǔ.
Limpido e cristallino ci divide questo velo d’acqua,
amorevole ed eterno resta muto il nostro sguardo.

Riferimenti Astrologici nella Leggenda di Niúláng e Zhīnǚ

Altair
Il bovaro Niulang 牛郎 (niúláng) è associato alla stella Altair che in cinese si chiama 牵牛星 qiānniúxīng - mandriano o bovaro). Altair fa parte della costellazione dell’Aquila, questa stella ha due piccole stelle (β e γ Aquilae) che sono appunto i figli di Niulang e Zhinü.

Vega
La tessitrice Zhinü 织女 (zhīnǚ) è associata a Vega che in cinese si chiama appunto 织女星 zhīnǚxīng - tessitrice), Per noi occidentali Vega fa parte della Lira ma nell'astrologia cinese, assieme ad altre quattro stelle, forma la costellazione del grande telaio celeste.

Via Lattea
La via lattea ha il ruolo mitico di separare questi due amanti ed è chiamata in cinese 银河 (yínhé - fiume d'argento).

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