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春风得意 chūn fēng dé yì - Esultare nel vento di primavera

 春风得意
chūn fēng dé yì
Esultare nel vento di primavera

春风得意 chūn fēng dé yì Esultare nel vento di primavera


Chang’an, anno 796.

Il sole è alto, l’aria sa di fiori di pesco, fuori le voci di bambini che giocano e di mercanti che attirano i passanti. 

Sono seduto nella mia misera stanza, i fogli sparsi sulla scrivania, le dita macchiate e i capelli ormai argentati che mi accarezzano le spalle. 

Le mie emozioni sono un lago d'inchiostro in cui le parole prendono forma, a volte in lunghi poemi che si perdono nella profondità della mia essenza. Oggi il mio lago è agitato, su di esso mille emozioni appaiono e subitanee scompaiono, come in una lotta disperata per mantenersi in superficie.

Cerco di placarle, poi un suono mi desta come un sasso gettato nell'acqua. Bussano alla porta:

"Meng Jiao, il decreto imperiale è arrivato!"

Il mio cuore cessa di battere. Vent'anni. Vent'anni di umiliazioni, di pasti saltati, di sguardi compassionevoli. Vent'anni a guardare ragazzi di vent'anni superare gli esami che io fallivo ancora e ancora.

Il sigillo reale si rompe sotto le mie dita tremanti. Il rotolo di seta scivola tra le mie mani.

E lì trovo scritto il mio nome.

Non piango. Non urlo. Rido, un riso strozzato, liberatorio. 

Esco di casa, affitto il primo cavallo che trovo: un ronzino malconcio e parto al galoppo.

Il vento di primavera mi investe, fresco, vivo, come non l'ho mai sentito prima. 

I miei vestiti logri sbattono come vessilli di guerra, i miei capelli d'argento danzano selvaggi.

Le persone per strada mi guardano stupite: 

"Chi è quel vecchio pazzo che cavalca come un ragazzo?"

Io sorrido: oggi, per la prima volta faccio parte anch'io di questo mondo, Chang’an è la mia città. Ponti, case, palazzi, viali alberati, li guardo come se fosse la prima volta… Tutto si è tinto di nuovi colori.

Ma non basta. Spingo il cavallo oltre le mura cittadine, verso i campi dove i ciliegi selvatici hanno appena schiuso i loro fiori. Una pioggia di petali rosa mi accoglie, intrecciandosi ai miei capelli argentei. Il passato è polvere che si disperde dietro di me.

Ho cavalcato per molto tempo, il mio cavallo è stanco.

Mi fermo accanto ad un grande ciliegio, il sole sta tramontando. Sento i versi affiorare, naturali come il respiro:


《登科后》dēng kē hòu
Dopo aver superato gli esami imperiali

昔日龌龊不足夸,
xī rì wò chuò bù zú kuā
Un tempo vivevo nello squallore, nulla di cui vantarsi,

今朝放荡思无涯。
jīn zhāo fàng dàng sī wú yá
oggi mi abbandono a pensieri senza confini.

春风得意马蹄疾,
chūn fēng dé yì mǎ tí jí
Esulto nel vento di primavera, rapido cavalco il mio destriero,

一日看尽长安花。
yī rì kàn jìn cháng ān huā
in un solo giorno, ammiro fino ad esaurire tutti i fiori di Chang’an.


孟郊 Mèng jiāo
Emarginato da tutti, ma sempre fedele al suo cuore

Carissimi amici, 

oggi vorrei raccontarvi la vita dell’autore di questa straordinaria poesia.

Un uomo che conobbe sulla propria pelle la povertà, l’emarginazione e il dolore di molte tragedie personali.

Che lottò a lungo per il proprio destino e per dare voce al proprio cuore, senza mai vedere riconosciuto, in vita, il suo talento.

E che, alla fine, anche se il riconoscimento giunse solo dopo la sua morte, fu celebrato come uno dei più grandi poeti della dinastia Tang.

Meng Jiao nacque nel 751, in un angolo remoto dell’impero, là dove le montagne del Zhejiang si tuffano nel mare. Suo padre, un modesto funzionario, gli insegnò a impugnare il pennello prima ancora che ad allacciarsi i sandali, ma non rimase per molto tempo assieme a lui. Rimasto orfano, povero, con una madre da accudire, il giovane Meng Jiao conobbe presto l’asprezza della vita.

Passò gli anni migliori della sua giovinezza a lottare contro la miseria. Mentre i figli delle grandi famiglie di Chang'an studiavano i classici su tavoli di lacca, lui scriveva su fogli strappati, al lume di una candela che spesso non poteva permettersi. 

Gli esami imperiali? Per vent'anni consecutivi si presentò, e per vent'anni consecutivi tornò a casa con un fallimento. Senza soldi per libri rari o maestri influenti, restò sempre emarginato da quella società di cui avrebbe voluto essere parte.

Ma non fu solo la povertà a sbarrargli la strada. gli esami imperiali premiavano chi sapeva ripetere i classici, ma la sua mente non era fatta per i cliché, aveva bisogno di esprimere il suo cuore, non recitare i versi di altri.

弃置复弃置,
qì zhì fù qì zhì
Scartato e ancora scartato, 

情如刀剑伤。
qíng rú dāo jiàn shāng
questo dolore è una lama che trafigge. 

Scriveva nel suo celebre《落第》"Fallire l'esame".

Nel 796, quando ormai i suoi capelli si stavano ingrigendo, accadde l'impossibile. Superò l'esame. Quell'uomo magro, dall'aspetto trasandato, che i giovani candidati snobbavano come un fallito, aveva finalmente il suo nome inciso sulle liste imperiali. Scrisse allora il suo poema più celebre, quello che avrebbe donato al cinese il chengyu 春风得意 (chūn fēng dé yì, esultare nel vento di primavera) oggi utilizzato per descrivere un momento di trionfo, felicità sfrenata e successo, spesso raggiunto dopo molte difficoltà.

Purtroppo la felicità durò poco. Il sistema burocratico della dinastia Tang non aveva pietà per gli spiriti liberi come il suo e la sua poesia cruda e introspettiva era lontana dall'eleganza di corte. Pertanto, anche a causa della sua età avanzata, venne assegnato a un incarico minore e presto si ritrovò di nuovo emarginato.

La tragedia bussò ancora alla sua porta: perse tre figli in pochi anni. Cadde in depressione e le sue poesie divennero ancora più crude, più disperate. Scrisse versi che sembravano graffi sulla carta, come in "Qiuhuai" (Ricordi d'autunno), dove ogni carattere è impregnato di un dolore che ancora oggi, dopo dodici secoli, ci trafigge il cuore.

Negli ultimi anni, malato e solo, si ritirò nelle montagne del suo Zhejiang natale. Continuò a scrivere fino all'ultimo respiro, versi che nessuno voleva pubblicare, poesie che sarebbero state riscoperte solo secoli dopo la sua morte. Morì nel 814, dimenticato da quasi tutti.

Ma la storia gli avrebbe reso giustizia. Oggi Meng Jiao è considerato uno dei poeti più originali della dinastia Tang, il precursore di uno stile crudo e personale che avrebbe influenzato generazioni di letterati. La sua vita ci insegna che a volte è proprio chi lotta contro il destino, chi cade e si rialza infinite volte, a lasciare l'impronta più profonda.

E quel giorno di primavera del 796, quando galoppò per Chang'an col cuore in fiamme, ci ha regalato non solo un chengyu, ma un'istantanea eterna del trionfo dell'umano spirito: 春风得意 chūn fēng dé yì, esultare nel vento di primavera.

不思量,自难忘 bù sīliang, zì nánwàng - Cerco di non pensarti ma non posso dimenticarti

不思量,自难忘 bù sīliang, zì nánwàng Cerco di non pensare, ma è impossibile dimenticare

不思量,自难忘 bù sīliang, zì nánwàng - Cerco di non pensarti ma non posso dimenticarti


Sogno di una notte d’inverno

Un sogno. Era solo un sogno, eppure sembrava più vero della veglia.

Ti ho visto davanti allo specchio di quella che fu la nostra camera, intenta a pettinare i tuoi capelli come facevi ogni sera. Ho cercato di gridare il tuo nome 王弗 Wáng Fǔ, ma dalla mia bocca non usciva alcun suono. Le mie braccia erano pietra, la mia voce svanita nell'aria.

Quando ti sei voltata, i nostri sguardi si sono incrociati. Forse non hai riconosciuto il fantasma che sono diventato. Ho smesso di lottare contro il silenzio, ho solo lasciato che le lacrime solcassero il mio viso.

Dieci anni da quando quel pettine è rimasto immobile. Dieci anni in cui vita e morte sono diventate due deserti identici, due vuoti che si confondono all'orizzonte. Un'antitesi solo apparente.

Ho fallito come marito confuciano, e persino il Buddha mi nega la pace. Per quanto la mia mente cerchi di non pensarti, il mio cuore rifiuta l'oblio.

Mille miglia mi separano dalla tua tomba. Mille miglia di gelido silenzio. 

Non posso portarti offerte, non posso inginocchiarmi sulla pietra levigata dalla pioggia. 

La tua tomba solitaria giace sotto la luna, tra pini cresciuti storti e rachitici, che nessuno cura più. 

I riti che dovrei compiere restano preghiere mute, come questa poesia che non ascolterai mai.


《江城子·乙卯正月二十日夜记梦》
Jiāng Chéng Zǐ · Yǐ Mǎo Zhēng Yuè Èr Shí Rì Yè Jì Mèng
Melodia della Città sul Fiume: Registro un sogno nella notte del 20° giorno del 1° mese lunare dell’anno Yǐ Mǎo

十年生死两茫茫,
shí nián shēngsǐ liǎng mángmáng,
Dieci anni tra vita e morte, due mondi oscuri,

不思量,自难忘。
bù sīliang, zì nánwàng.
cerco di non pensarti, ma non posso dimenticarti.

千里孤坟,无处话凄凉。
qiān lǐ gū fén, wú chù huà qīliáng.
La tua tomba solitaria è a mille miglia, nessun luogo per condividere questo gelo.

纵使相逢应不识,
zòngshǐ xiāngféng yīng bù shí,
Anche se ci incontrassimo, non mi riconosceresti:

尘满面,鬓如霜。
chén mǎn miàn, bìn rú shuāng.
la polvere copre il mio volto, le mie tempie sono brina.

夜来幽梦忽还乡,
yè lái yōu mèng hū huán xiāng,
La scorsa notte, in un sogno improvviso, tornai a casa.

小轩窗,正梳妆。
xiǎo xuān chuāng, zhèng shūzhuāng.
Ti vedevo alla finestra, intenta a pettinarti.

相顾无言,惟有泪千行。
xiānggù wú yán, wéi yǒu lèi qiān háng.
Ci guardammo senza parole, solo fiumi di lacrime.

料得年年肠断处,
liào dé nián nián cháng duàn chù,

So che ogni anno, nel luogo dove il cuore si spezza,

明月夜,短松冈。
míngyuè yè, duǎn sōng gāng.
sarà una notte di luna piena, sulla collina dei pini corti.


Spiegazione Storica e Filosofica

Sū Shì scrisse questa poesia nel 1075, dieci anni dopo la morte prematura della moglie Wáng Fǔ, scomparsa a soli 27 anni. In esilio a Miánzhōu (Sichuan) per ragioni politiche, il poeta si trovava impossibilitato a visitare la sua tomba e questo, oltre ad appesantire il dolore della perdita, era per l’epoca una grave violazione dei doveri confuciani che prescrivevano visite rituali e offerte ai defunti.

Se pertanto da un lato sentiva di aver fallito come marito devoto confuciano, dall’altro l’attaccamento che ancora sentiva per la moglie lo faceva sentire un fallimento anche come buddista.

La poesia diventa così l’unico rituale possibile, dove il sogno, unico spazio d'incontro quasi virtuale, amplifica anziché lenire il suo dolore. Un luogo dove l’amore umano resiste alle filosofie, alla logica e alle regole sociali. 不思量,自难忘 (bù sīliang, zì nánwàng, cerco di non pensarti, ma non posso dimenticarti), un luogo dove nonostante ogni possibile sforzo per dimenticare, la memoria resta indelebile. 

Da allora questa celebre frase 不思量,自难忘 è entrata nel linguaggio comune ad indicare un ricordo involontario e doloroso, spesso abbreviata con 自难忘 sui social media.

Se siete interessati ad approfondire la vita e le opere di questo poeta, ecco un libro che potrebbe essere di vostro interesse.

Ci Poetry of Su Dongpo: Su Shi's Classics


指鹿为马 zhǐ lù wéi mǎ - Scambiare un cervo per un cavallo

指鹿为马
zhǐ lù wéi mǎ
Scambiare un cervo per un cavallo

指鹿为马 zhǐ lù wéi mǎ Scambiare un cervo per un cavallo


Carissimi amici, oggi parliamo di una storia chengyu che perfino il nostro Machiavelli avrebbe trovato davvero interessante. 

La storia di questo idioma, infatti, è drammaticamente vera: è narrata nel celebre 《史记》(Shǐjì, Memorie di uno Storico), la prima opera storica sistematica sulla Cina di Sima Qian (司马迁, Sīmǎ Qiān), il padre della storiografia cinese.

La vicenda è ambientata all’epoca della dinastia Qin (秦朝, Qín cháo), la prima dinastia che unificò la Cina subito dopo il periodo dei Regni Combattenti (战国时代, Zhànguó shídài).

Fu una dinastia breve — durò solo 15 anni — ma lasciò un’impronta indelebile nella storia: tra opere immortali, megalomania e, purtroppo, tanta crudeltà.

Il primo imperatore della dinastia Qin, 秦始皇 (Qín Shǐhuáng), fu infatti colui che unificò lingua e scrittura, fece costruire la Grande Muraglia (长城, Chángchéng) e l’esercito di terracotta, imponendo al contempo il legalismo, una dottrina che sostituiva la moralità confuciana con leggi ferree, punizioni crudeli e controllo totale.

Qin Shihuang tuttavia non visse a lungo. Molti credono che fu proprio il suo desiderio di immortalità a condurlo alla morte, un avvelenamento da mercurio.

La nostra storia di oggi ha luogo poco dopo la sua dipartita.

Per chi volesse conoscere meglio la storia di questo imperatore, consiglio il libro: 

Qin Shi Huang Di. Imperatore per sempre

Vi lascio alla storia di oggi.


Scambiare un cervo per un cavallo - 指鹿为马

Era il 210 a.C. quando Qin Shihuang, il primo imperatore della Cina unita, morì lasciando un trono vacillante. Al suo posto salì il giovane e inesperto 胡亥 (Hú Hài), completamente nelle mani del suo consigliere Zhao Gao, un ex servo asceso a cancelliere grazie a intrighi e crudeltà.

Zhao Gao, genio della manipolazione, puntava ad eliminare ogni dissenso. Ma come distinguere i veri alleati dai propri nemici? La sua risposta fu uno spietato test di obbedienza.

Un mattino, durante un’udienza imperiale, Zhao Gao fece condurre nella sala un cervo e, con tono sicuro, lo presentò all’imperatore e alla corte dichiarando:

«Ecco un magnifico cavallo!»

L’imperatore Hu Hai, confuso, rise nervosamente:

«Cancelliere, ti sbagli! Questo è chiaramente un cervo!»

Zhao Gao scrutò tutti i funzionari di corte. Sapeva perfettamente che quell’animale era un cervo: ciò che voleva davvero era capire chi tra loro gli fosse fedele.

Sotto il suo sguardo freddo e minaccioso, l’atmosfera nella sala si fece pesante. Nessuno osava incrociare il suo sguardo.

Alcuni funzionari, pur riconoscendo l’evidenza, rimasero in silenzio. In cuor loro sapevano che si trattava di un cervo, ma quale prezzo sarebbe costato dirlo?

Altri si guardarono interdetti. Dovevano scegliere: negare l’evidenza per salvarsi, o dire la verità e affrontare le conseguenze?

Altri ancora continuavano a osservare l’animale: cercavano disperatamente un dettaglio che rivelasse che fosse davvero un cavallo e che fossero loro ad essersi sbagliati.

Molti funzionari finirono per conformarsi, alcuni subito, complici degli intrighi di Zhao Gao, altri più tardi, spinti dalla paura.

Tutti coloro che non proferirono parola vennero in seguito giustiziati o costretti al suicidio dal crudele Zhao Gao.

 

Il testo originale della storia, tratto dal 《史记》

「赵高欲为乱,恐群臣不听,

(«Zhao Gao, volendo ribellarsi, temeva che i ministri non lo obbedissero.

乃先设验,持鹿献于二世,曰:

Allora escogitò un test: portò un cervo al Secondo Imperatore [Hu Hai] e disse:

『马也。』

"È un cavallo". 

二世笑曰:『丞相误邪?谓鹿为马。』

L’imperatore rise: "Cancelliere, ti sbagli! Chiami cervo un cavallo?". 

问左右,左右或默,或言马以顺赵高。」

Chiese ai cortigiani: alcuni tacquero, altri dissero "cavallo" per compiacere Zhao Gao»).


Conclusioni

指鹿为马 (zhǐ lù wéi mǎ, “scambiare un cervo per un cavallo”) è un idioma chengyu che viene usato come metafora del confondere deliberatamente il giusto e lo sbagliato.

Per una persona, non poter riconoscere la verità e dover accettare una versione imposta con la forza è forse uno dei modi più crudeli e umilianti con cui essere sottomessi.

In un tempo in cui spopolano le fake news, e in cui il controllo centralizzato dell’informazione — attraverso big data e intelligenza artificiale — può alterare la verità, questo chengyu si dimostra quanto mai attuale e rimane impresso nella lingua cinese come un monito: Essere liberi di riconoscere la verità non è solo un atto di resistenza, ma soprattutto di dignità umana.


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