Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti. Puoi scegliere se accettarli o rifiutarli.

虚怀若谷 xū huái ruò gǔ - Un cuore vuoto come una valle

虚怀若谷
xū huái ruò gǔ
Un cuore vuoto come una valle

虚怀若谷 xū huái ruò gǔ Un cuore vuoto come una valle


Carissime lettrici e carissimi lettori,

oggi vorrei parlarvi di un chengyu particolarmente interessante, oltre che denso di significato: 虚怀若谷 (xū huái ruò gǔ – un cuore/mente vuoto come una valle).

Ad una prima letterale traduzione, questa nuova espressione idiomatica parrebbe avere una connotazione negativa. Un cuore vuoto, una mente vuota non fanno un po’ pensare alla freddezza del distacco o a qualcuno che non ha niente e nessuno nel proprio cuore? Cosa può esprimere, cosa può dare un cuore vuoto?

A una prima traduzione letterale, questa espressione idiomatica parrebbe avere una connotazione negativa. Un cuore vuoto, una mente vuota non evocano forse freddezza, distacco, o l’immagine di qualcuno che non ha nulla e nessuno nel proprio cuore? Che cosa può esprimere, che cosa può offrire un cuore vuoto? 

Eppure, il chengyu di oggi ha un significato profondamente positivo. Può essere usato come complimento rivolto a una persona importante in un contesto formale: non una frase da impiegare con leggerezza tra amici, ma un’espressione di grande stima, capace di esaltare nell’altro qualità come apertura mentale, capacità di accogliere, umiltà.

In effetti, se ci fermiamo a riflettere, nelle nostre vite frenetiche, colme di impegni, hobby e attività, il concetto di “vuoto” sembra quasi non avere diritto di esistere. Il vuoto diventa tempo improduttivo, uno spazio in cui rischiamo persino di sentirci in colpa. Viene allora spontaneo chiedersi da dove nasca una differenza così marcata: perché il vuoto appare tanto apprezzato in Cina quanto rifuggito in Occidente?

Si potrebbero scrivere pagine e pagine su questo tema, spaziando dalla filosofia alla psicologia, fino ad arrivare persino alla fisica quantistica. Forse, però, la risposta più semplice risiede nel valore che il concetto di vuoto ha sempre avuto nella cultura classica cinese, a partire da un testo di cui abbiamo già parlato molte volte: il 道德经 (dàodé jīng).

Il vuoto, l’inattività, l’attesa possono infatti essere momenti preziosi: occasioni per la contemplazione e la comprensione del mondo e della nostra vita, ma anche spazi fertili per la creatività. Proprio da lì possono nascere idee nuove, capaci di migliorare la nostra esistenza, il nostro lavoro, il nostro modo di stare al mondo.


Il Dàodé jīng e il vuoto

道冲,而用之或不盈。渊兮似万物之宗。
Dào chōng, ér yòng zhī huò bù yíng. Yuān xī sì wànwù zhī zōng.
Il Dao è un flusso vuoto eppure, usandolo, non si riempie mai. Profondo, è come il progenitore di tutte le cose.

(Dàodé jīng, Cap. 4) - https://ctext.org/dao-de-jing#n11674

Già dal capitolo 4 del Dàodé jīng emerge con chiarezza un’intima relazione fra il vuoto e il Dào. Il Dào, principio primo, viene descritto come un flusso vuoto e inesauribile; ed è proprio la sua natura “vuota” a renderlo la matrice indefinibile di tutte le cose.

Il vuoto è assenza di materia, di pensieri, di idee e di preconcetti. È come uno stato primordiale dell’esistenza, libero da qualunque forma attraverso cui il mondo si manifesta: un elemento che, pur privo di tutto, racchiude la possibilità di diventare ogni cosa.

Ma lo stesso capitolo 4 mette anche in evidenza un aspetto fondamentale: il vuoto è illimitato, usarlo non lo consuma, attingervi non lo esaurisce. È come dire che, per quanto le nostre vite possano essere frenetiche e la realtà colma di stimoli, oggetti e informazioni di ogni tipo, esiste sempre un potenziale infinito di vuoto da cui possiamo attingere.

Un altro interessante capitolo del Dàodé jīng afferma:

三十辐,共一毂,当其无,有车之用。埏埴以为器,当其无,有器之用。凿户牖以为室,当其无,有室之用。故有之以为利,无之以为用。
sānshí fú, gòng yī gǔ, dāng qí wú, yǒu chē zhī yòng. Shān zhí yǐwéi qì, dāng qí wú, yǒu qì zhī yòng. Záo hùyǒu yǐwéi shì, dāng qí wú, yǒu shì zhī yòng. Gù yǒu zhī yǐwéi lì, wú zhī yǐwéi yòng.
Trenta raggi convergono in un mozzo; è nel vuoto di esso che risiede l'utilità del carro. Si modella l'argilla per fare un vaso; è nel suo vuoto che risiede l'utilità del vaso. Si ritagliano porte e finestre per fare una stanza; è nel loro vuoto che risiede l'utilità della stanza. Pertanto, ciò che è [materia] fornisce il beneficio, ma è ciò che non è [il vuoto] che ne fornisce l'utilità.

(Dàodé jīng, Cap. 11)

Il vuoto può essere inteso come qualcosa di impercettibile e illimitato, ma anche, come nel caso del vuoto nel vaso o nel mozzo, come una condizione ben precisa e concretamente utile. In questo senso, esso assume una forma definita e, allo stesso tempo, resta un principio astratto: privo di sostanza, ma essenziale.

Il vuoto diventa così uno spazio attivo e necessario, che permette a ogni cosa di esistere e di svilupparsi. Non solo: è la condizione primaria affinché qualcosa possa essere davvero utile e, quindi, avere valore.

Ma non è solo un’utilità materiale, il vuoto assume anche una necessità psicologica affinché l’essere umano abbia una vita fruttuosa con i propri simili. 

Una mente “vuota”, quieta e aperta, è in grado di contemplare la realtà in modo profondo, libera dai vincoli del tempo e dalle urgenze dell’io. È il vuoto che consente di accogliere il Dào; al contrario, una mente colma e agitata non lascia spazio a nulla che non sia già presente.

致虚极,守静笃。万物并作,吾以观复。
Zhì xū jí, shǒu jìng dǔ. Wànwù bìng zuò, wú yǐ guān fù.
Raggiungi l'estremo del vuoto, mantieni salda la quiete. Mentre le diecimila creature sorgono insieme, io contemplo il loro ritorno [alla radice].

Per il Dàodé jīng, il vuoto non è assenza sterile, ma un principio attivo di potenzialità, ricettività e generazione non impositiva. È la qualità essenziale dello strumento che funziona, della mente saggia, del leader autenticamente efficace e del Dào stesso.

Il vero potere e la vera pace risiedono dunque nella capacità di creare, custodire e abitare il vuoto.


Origine del chengyu虚怀若谷

Nel capitolo 41 del Dàodé jīng, da cui trae origine il chengyu di oggi, il Dào assume una connotazione ulteriore: quella della negazione di ciò che appare manifestamente pieno e perfetto. Qui il vuoto prende forma come negazione del pieno, dando vita a una serie di ossimori che attraversano e caratterizzano l’intero testo.

In questo capitolo, Laozi spiega come il Dào si manifesti in modo opposto alle apparenze mondane: ciò che è supremo appare umile, ciò che è completo sembra mancante, ciò che è perfetto si presenta come imperfetto. Ed è proprio da questa visione che prende origine la storia aneddotica legata al chengyu, che troverete narrata alla fine del capitolo.

上士闻道,勤而行之;
shàng shì wén dào, qín ér xíng zhī;
Quando l'uomo superiore ode il Dao, lo pratica con diligenza;

中士闻道,若存若亡;
zhōng shì wén dào, ruò cún ruò wáng;
Quando l'uomo mediocre ode il Dao, lo conserva ora e ora lo perde;

下士闻道,大笑之。不笑不足以为道。
xià shì wén dào, dà xiào zhī. bù xiào bù zú yǐ wéi dào.
Quando l'uomo inferiore ode il Dao, ne scoppia in grandi risate. Se non ne ridesse, non sarebbe il Dao.

故建言有之:
gù jiàn yán yǒu zhī:
Perciò nei detti antichi si trova:

明道若昧;进道若退;夷道若纇;
Míngdào ruò mèi; jìn dào ruò tuì; yí dào ruò lèi;
La Via chiara sembra oscura; la Via che avanza sembra retrocedere; la Via piana sembra irregolare.

上德若谷;太白若辱;广德若不足;建德若偷;
shàng dé ruògǔ; tàibái ruò rǔ; guǎng dé ruò bùzú; jiàn dé ruò tōu;
La virtù suprema è come una valle; il bianco perfetto sembra contaminato; la virtù ampia sembra insufficiente, la virtù solida sembra fragile.

质真若渝;大方无隅;大器晚成;大音希声;大象无形;道隐无名。
zhì zhēn ruò yú; dàfāng wú yú; dàqìwǎnchéng; dà yīn xī shēng; dà xiàng wúxíng; dào yǐn wúmíng. Dào yǐn wú míng.
La genuinità assoluta sembra volubile; ll quadrato grande non ha angoli; il vaso più grande si realizza in più tempo; il suono più grande è impercettibile; l'immagine più grande è senza forma. Il Dao è nascosto e senza nome.

夫唯道,善贷且成。
fū wéi dào, shàn dài qiě chéng.
Ma solo il Dao, sa prestare il suo essere e portare a compimento.

(Dàodé jīng, Cap. 41)

La frase che ha dato origine al chengyu 虚怀若谷 è riportata in grassetto, ma l’indagine non è ancora completa: manca un tassello fondamentale. Abbiamo infatti chiarito il legame profondo fra il Dào, la saggezza e il vuoto, ma non abbiamo ancora messo a fuoco la relazione fra il vuoto e la valle.

Per chiudere il cerchio è necessario richiamare anche il capitolo 28 del Dàodé jīng, che, nel descrivere le caratteristiche degli antichi saggi, afferma:

敦兮其若朴,旷兮其若谷。
Dūn xī qí ruò pǔ, kuàng xī qí ruò gǔ.
Sincero, come il legno grezzo; spazioso, come una valle.

(Dàodé jīng, Cap. 28)

L’attributo “旷” (kuàng) significa “vasto”, “aperto”. Il saggio possiede una mente, o un animo, ampio e aperto come una valle, libero da ristrettezze interiori e da pregiudizi. Qui “谷” (valle) rappresenta dunque la capacità di contenere e accogliere uno stato di quieta apertura mentale: un ricettacolo per la saggezza umana, che diventa a sua volta sinonimo di quel vuoto tanto elogiato nell’opera.

Ecco allora che questi due capitoli, letti insieme, tracciano una delle caratteristiche più importanti del vero saggio: umiltà e ricettività. Il saggio è colui il cui cuore/mente, è vuoto come una valle.

Nel corso dei secoli, anche grazie alle analisi e ai commentari, il chengyu è nato dalla fusione armonica di questi concetti. Da allora, in cinese si usa dire 虚怀若谷 (xū huái ruò gǔ – un cuore/mente vuoto come una valle) per descrivere una persona dotata di grande apertura mentale, profonda ricettività e autentica umiltà.


Storia chengyu di 虚怀若谷

Stavo viaggiando verso ovest, diretto a 徐州 (Xúzhōu). L’aria era tagliente e immobile, così fredda da rendere il respiro visibile. La strada, indurita dal gelo notturno, alternava tratti fangosi a chiazze di brina che scricchiolavano sotto i passi. I campi ai lati erano spogli, la terra riposava sotto un velo grigiastro e gli alberi, nudi, si stagliavano contro un cielo basso e pallido. In quel paesaggio trattenuto e silenzioso, ogni voce era un’eco lontana, come un richiamo dal passato; ogni incontro appariva rarefatto e silenzioso, come incrociare il fantasma di un altro mondo.

Fu fuori dalle mura della città, mentre il vento invernale scivolava lungo le pietre, che incontrai 老子 (Lǎozǐ), diretto verso 秦国 (qín guó, lo stato di Qin).

Mi presentai con rigido contegno, come se il freddo avesse irrigidito non solo il corpo ma anche lo spirito. Convinto della mia cultura e del mio stato sociale, parlai e mi mossi con arroganza.

Laozi mi osservò con attenzione. Nel suo volto non riconobbi più lo sguardo gentile e affettuoso dell’uomo che avevo conosciuto da piccolo: vi era la stessa quiete severa dell’inverno. Quando parlò, le sue parole furono più pungenti dell’aria gelida:

«阳子居 (yáng zǐ jū), un tempo credevo tu potessi diventare una persona di valore, ma ora vedo che sei impossibile da istruire.»

Quelle parole mi penetrarono nel cuore, come vento gelido sotto le vesti.

Non riuscii a liberarmi subito del peso di quel rimprovero.

Il giorno successivo rientrai alla locanda. Il crepuscolo calava presto e il freddo si faceva più intenso. Lasciai le scarpe fuori dalla porta, ancora rigide per il gelo, e avanzai verso Laozi.

«Poco fa desideravo consultarvi, Maestro,» dissi con deferenza, «ma poiché dovevate mettervi in viaggio e non avevate tempo, non ho osato disturbarvi. Ora che avete un momento, vi prego di indicarmi i miei errori.»

Laozi rispose: «Il tuo atteggiamento è arrogante, la tua espressione solenne e spocchiosa; ogni tuo gesto è artificioso e nei tuoi occhi non c’è nulla. Chi mai vorrebbe esserti amico? Chi mai vorrebbe essere tuo compagno?»

Poi prese una piccola ciotola scheggiata, vi versò del tè e continuò: «Yang Ziju, dovresti capire che le cose più pure sembrano sempre un po’ sporche, e chi possiede la virtù più nobile considera sé stesso tutt’altro che perfetto.»

Quindi mi porse la ciotola e disse: «Perciò nei detti antichi si trova:

明道若昧;
Míng dào ruò mèi;
La Via chiara sembra oscura;

进道若退;
jìn dào ruò tuì;
la Via che avanza sembra retrocedere;

夷道若纇;
yí dào ruò lèi;
la Via piana sembra irregolare;

上德若谷;
shàng dé ruò gǔ;
la virtù suprema è come una valle.

L’uomo di suprema virtù ha il cuore vuoto e accogliente come una valle. Solo riconoscendo le proprie carenze si può comprendere in cosa si è davvero capaci; se nei tuoi occhi vedi solo le tue capacità, in realtà non comprendi nulla.»

All’inizio rimasi perplesso. Un uomo di virtù e conoscenza: così avevo sempre creduto di essere. Possibile che il mio cuore si fosse indurito a tal punto da allontanarmi così tanto dall’insegnamento? Bevvi il tè a piccoli sorsi, come se cercassi una risposta in ogni goccia.

Laozi si alzò e mi salutò con semplicità.

Da quel momento, gli insegnamenti del Maestro mi fecero comprendere la vera via per essere una persona retta.

In precedenza, durante il viaggio verso Xuzhou, gli ospiti della locanda mi accoglievano e congedavano con deferenza. Quando alloggiavo, il proprietario mi preparava il posto a sedere, la proprietaria mi portava l’asciugamano e tutti mi cedevano il passo. Sebbene rispettoso, quel clima era sgradevole per tutti. I rapporti erano freddi come quell’inverno.

Dopo l’insegnamento di Laozi, cambiai profondamente e tornai a percorrere quella strada con un animo diverso. Le conversazioni divennero semplici e sincere; tutti mi parlavano in modo informale, ma con rispetto e affetto. I gesti erano spontanei e tutto avveniva in modo naturale.

Da quel giorno compresi che l’umiltà è il principio nascosto di ogni vera trasformazione e che il cuore del saggio è vuoto e accogliente come una valle.

以柔克刚 yǐ róu kè gāng Vincere la durezza attraverso la morbidezza

以柔克刚
yǐ róu kè gāng
Vincere la durezza attraverso la morbidezza


Carissime lettrici e carissimi lettori,

oggi affrontiamo l’analisi di un chengyu con un significato molto profondo: 以柔克刚 (yǐ róu kè gāng) – "vincere la durezza attraverso la morbidezza". Un concetto semplice nella forma, ma rivoluzionario nell'applicazione, che sfida l’idea che la vittoria possa solo avvenire attraverso la forza e il potere.

Questo principio nasce dal cuore del pensiero taoista, precisamente dal 道德经 (Dào dé jīng), opera composto probabilmente intorno al IV secolo a.C. e attribuita a 老子 (lǎozǐ), figura leggendaria di cui tutti hanno sentito parlare e comunemente conosciuta per essere il padre del Taoismo.

Per chi volesse acquistare il Dào dé jīng vi consigliamo questa versione in italiano:

Daodejing. Il canone della via e della virtù. 


Dào dé jīng una breve introduzione

Sebbene piuttosto breve, circa 5.000 caratteri, il Dào dé jīng non è tuttavia un testo di facile comprensione.

Volendo analizzare più da vicino quest’opera nel suo complesso, possiamo fare riferimento a una tradizionale divisione dei suoi contenuti in due sezioni principali:

  • 上篇 (shàng piān) – Il Libro del Dào (道经, dào jīng), che comprende i capitoli 1–37 e si concentra principalmente sulla “Via” (il Dào) universale e sulla dimensione metafisica.
  • 下篇 (xià piān) – Il Libro del Dé (德经, dé jīng), che comprende i capitoli 38–81 e si concentra soprattutto sulla “Virtù / Potenza” (Dé) e sull’applicazione del Dào nella vita quotidiana e nel governo.

Parallelamente a questa divisione (Dào/Dé), risalente al secondo secolo dopo cristo, possiamo pensare al Dào dé jīng come a un mosaico filosofico: al suo interno troviamo tessere raggruppate per colore e soggetto (metafisica, etica, politica). Non esiste un percorso lineare; la lettura salta da una tessera all’altra, da un tema all’altro, e ogni verso si rivela in modo inatteso. Sul piano pratico, questo meccanismo stimola continuamente il lettore, spingendolo a cercare connessioni tra i diversi temi; allo stesso tempo, favorisce un progressivo ampliamento dello sguardo, orientandolo verso quella visione d’insieme che tende al Dào stesso.

Questa mancanza di sistematicità non è dunque un difetto, ma è perfettamente coerente con il suo insegnamento centrale: una filosofia che pervade così profondamente ciò che ci circonda da non poter essere ingabbiata in un sistema rigido, ma che va intuita attraverso immagini, paradossi e frammenti di saggezza.

Il testo del Dào dé jīng contiene infatti una varietà di argomenti che spaziano da:

  • Metafisica e la natura del Dào: la sua natura ineffabile, eterna e generatrice e il suo rapporto con il non-essere (无 wú) e l'essere (有 yǒu).
  • Etica e Condotta del Saggio: le qualità che deve possedere come umiltà, semplicità, non-contendere (不争 bù zhēng), flessibilità mentale, vuoto interiore, spontaneità. Come ci si comporta nel mondo avendo compreso il Dào.
  • Governo e Politica: il concetto di "governare mediante il non-agire" (无为而治 wúwéi ér zhì). Critica delle leggi oppressive, della guerra, delle tasse eccessive. L'ideale di un governante umile che lascia che il popolo segua la sua natura.
  • Epistemologia e i limiti del linguaggio e della conoscenza discorsiva: il valore del silenzio, della conoscenza intuitiva e dell'azione senza sforzo. La critica alla saggezza convenzionale e allo studio pedante.
  • Metafore e Immagini paraboliche di cui il testo è ricchissimo: immagini potenti che diventano chiavi di lettura universali come il principio che troviamo espresso nel chengyu di oggi.


La vittoria del supremamente molle sul supremamente rigido

Il concetto espresso dal chengyu di oggi lo ritroviamo nel capitolo 43 del Dào dé jīng. Qui di seguito troverete il capitolo estratto da: https://ctext.org/ tradotto e discusso.

天下之至柔,驰骋天下之至坚。
tiānxià zhī zhì róu, chíchěng tiānxià zhī zhì jiān.
La cosa più morbida del mondo supera quella più dura del mondo.

至柔 (zhì róu) è il "supremamente molle/flessibile" (es. acqua, vento, spirito). 至坚 (zhì jiān) è il "supremamente duro/inflessibile" (es. roccia, armatura, volontà rigida). 驰骋 (chíchěng galoppare) evoca l'immagine di qualcosa che domina, attraversa o supera con facilità e maestria. 

无有入无间,吾是以知无为之有益。
wú yǒu rù wú jiàn, wú shì yǐ zhī wúwéi zhī yǒuyì.
Il "Non-avere" (无有 wú yǒu) penetra nel "non-spazio" (无间 wú jiàn).

无有 non è il semplice "non avere", ma ciò che è incorporeo, intangibile, vuoto (come il vento, il pensiero, lo spazio). 无间 significa "senza fessure", ciò che è compatto e impenetrabile. Il paradosso è che solo ciò che è vuoto e senza forma può entrare in ciò che è compatto e impenetrabile.

不言之教,无为之益,天下希及之。
bù yán zhī jiào, wúwéi zhī yì, tiānxià xī jí zhī.
Per questo il saggio sa (吾是以知 wú shì yǐ zhī) che il non-agire (无为 wúwéi) porta al beneficio (有益 yǒuyì).

L'osservazione delle leggi naturali (la morbidezza che vince) porta alla conclusione che: 无为 (wúwéi), l'agire senza forzatura, in armonia con il flusso naturale, è la via più efficace per avere un beneficio o un vantaggio.

Questa paradossale legge del Taoismo ci dice che la vera forza non risiede nella resistenza, ma nell'adattabilità, una visione profonda del mondo che mostra quanto la logica della prevaricazione attraverso la forza e la violenza sia infondo destinata a fallire poiché la gentilezza a lungo andare sottometterà sempre la forza.


Dal principio taoista all’utilizzo pratico del chengyu

Sebbene il Dào dé jīng contenga l’origine filosofica di questo chengyu, il suo uso lo troviamo più tardi in alcuni interessanti utilizzi pratici.

诸葛亮 (zhūgé liàng), leggendario stratega del III secolo d.C. parla di "controllare" o "dominare" (制 zhì) la forza con la debolezza, scrivendo "以弱制强" (yǐ ruò zhì qiáng) - "usare la debolezza per controllare la forza". 

Più tardi nei registri di controllo delle acque risalenti alla dinastia Qing, troviamo l'espressione "以柔制刚", che viene usata per descrivere l’abitudine di utilizzare materiali flessibili per costruire gli argini in quanto più efficaci e duraturi di strutture rigide che possono facilmente crollare.

Un concetto comune anche per le arti marziali dove spesso si ricorre alla tecnica di controllare la forza dell'avversario e usarla a proprio vantaggio.

Nell'uso linguistico quotidiano, il verbo più forte e diretto 克 (kè) ha soppiantato 制" (zhì) mantenendo il senso di strategia, ma perdendo parte della sfumatura di "controllo abile" a favore di un'idea più generica di "vittoria".

Così nella storia questo principio si è andato adattando e plasmando a varie situazioni da quella ingegneristica, militare alla vita di tutti i giorni. 


La storia di oggi scritta da Rui Wen

Vi lascio cari amici alla storia di oggi scritta dalla nostra Rui Wen, con testo in cinese, pinyin e traduzione in italiano.

小明班里有个同学叫小强,说话声音很大,做事也很冲动,一有不顺心就爱发脾气。很多同学都不太愿意和他一起玩。

Nella classe di Xiǎomíng c'era un compagno di nome Xiǎoqiáng, che parlava a voce molto alta, agiva in modo impulsivo e si arrabbiava facilmente. Molti compagni non erano troppo disposti a giocare con lui.

有一天,小强在体育课上不小心撞到了小明,还大声指责小明挡路。小明没有生气,也没有和他争吵,而是平静地说:“没关系,你跑得快,我下次会注意的。”

Un giorno, durante l'ora di educazione fisica, Xiǎoqiáng urtò accidentalmente Xiǎomíng e lo rimproverò ad alta voce, accusandolo di avergli tagliato la strada. Xiǎomíng non si arrabbiò né iniziò a litigare. Con calma disse: "Non fa niente. Tu corri veloce, io la prossima volta starò più attento."

小强听了,反而愣住了,脸一下子红了。他低下头,小声说:“对不起,是我太急了。”

Sentendo queste parole, Xiǎoqiáng rimase invece di stucco e arrossì all'improvviso. Abbassò la testa e mormorò: "Mi dispiace, è che sono stato troppo impulsivo."

从那以后,小强不再对小明发脾气,还慢慢学会控制自己的情绪,和同学们相处得越来越好。

Da quel giorno in poi, Xiǎoqiáng non si arrabbiò più con Xiǎomíng, e imparò gradualmente a controllare le proprie emozioni, andando sempre più d'accordo con i compagni di classe.


捕风捉影 bǔ fēng zhuō yǐng Catturare il vento, afferrare l'ombra

 捕风捉影
bǔ fēng zhuō yǐng
Catturare il vento, afferrare l'ombra





Carissimi lettori,

oggi vorrei parlarvi del chengyu 捕风捉影 (bǔ fēng zhuō yǐng). Questo idioma cinese compare per la prima volta nell’《汉书》 (hàn shū – Libro degli Han), l’opera monumentale dello storico 班固 (bān gù), completata nel I secolo d.C.

Appare in un celebre passaggio in cui Ban Gu critica duramente i metodi con cui l’imperatore Wu della dinastia Han dissipava le risorse dell’impero nella ricerca dell’immortalità:

听其言,洋洋满耳,
tīng qí yán, yángyáng mǎn ěr, 
Le loro parole riempiono le orecchie di grandiosità, 

若将可遇; 
ruò jiāng kě yù; 
e sembra quasi che si possano realizzare;

求之,荡荡如系风捕景,
qiú zhī, dàng dàng rú xì fēng bǔ jǐng, 
ma cercarle è vano come legare il vento e catturare le ombre, 

终不可得。
zhōng bùkě dé.
alla fine è impossibile ottenere qualcosa.

L’imperatore Wu degli Han (汉武帝, hàn wǔdì, regno 141–87 a.C.) fu uno dei sovrani più potenti e influenti della Cina antica. Espanse notevolmente i confini imperiali e rafforzò la centralizzazione del potere, ma più avanti negli anni cadde ossessionato dall’idea di sconfiggere la morte. Sperperò immense ricchezze finanziando sciamani, alchimisti e spedizioni alla ricerca di elisir miracolosi, in una corsa disperata che Ban Gu condanna come un vano tentativo di “catturare il vento”.

Il significato originale del chengyu era quindi una condanna razionale della superstizione e della ricerca dell'impossibile. Oggi, 捕风捉影 (evoluzione nel tempo dell’espressione 系风捕景) descrive qualsiasi tentativo di agire o accusare qualcuno basandosi su indizi vaghi, prove inconsistenti o semplici voci, come anche di tentare di conoscere o afferrare ciò che è intrinsecamente sfuggente, illusorio o impossibile da possedere.

Eppure, l’essenza di questa critica trova un’eco tragica e sorprendentemente perfetta in una vicenda avvenuta oltre un secolo dopo l’imperatore Wu, che ha come protagonista l’allora imperatore 汉成帝 (Hàn Chéngdì), negli anni in cui la dinastia Han stava avviandosi verso il suo lento e inesorabile declino.


Libreria di chengyugushi italiano


L’ultima notte di Han Chengdi

La notte è profonda e silenziosa. Han Chengdi vaga solitario tra i padiglioni del palazzo. In quel momento non è più l'Imperatore, ma un uomo sperso e tormentato dai fantasmi del passato. 

La voce di 赵合德 (zhào hédé, Zhao Hede) lo chiama, invitandolo a rientrare. In quell’istante, egli comprende di non essere mai stato davvero libero: libero di amare ed essere amato sinceramente, libero di scegliere il proprio destino, libero di avere un figlio. E tuttavia, ciò da cui non era mai riuscito a liberarsi erano le sue stesse ardenti passioni.

Non vi è errore più grande, per un uomo, che lasciarsi dominare dalle proprie passioni, permettere loro di renderlo sordo e cieco. 

Così era stato per lui, per troppo tempo. Cieco alla corruzione che si era diffusa nell’impero come una pestilenza. Cieco alla sete di potere delle bellissime sorelle Zhao, determinate a essere le sole a generare il futuro imperatore. Cieco alle morti inspiegabili dei propri figli, strappati alla vita appena nati.

Forse giunse un momento, alcuni anni prima, in cui anche le passioni più violente persero la loro presa sulla sua mente. Fu il giorno in cui la dama 曹宫 (cáo gōng, dama Cao) entrò nella sua vita.

Era giovane, estranea ai mali del mondo, alla brama di potere e alle invidie di corte. Pura, come lui non era mai stato. Il loro fu un amore breve ma intenso, e lei gli donò un figlio. Un figlio di cui udì il pianto una sola volta, prima che anche quello gli venisse sottratto. Poco dopo, anche la dama Cao fu imprigionata e costretta al suicidio. Una vita vissuta sotto il dominio delle passioni lo aveva reso troppo debole per opporsi.

Quando tutto fu perduto, l’immagine della dama Cao e l’eco del pianto del figlio si scolpirono per sempre nella sua memoria.

Da allora, cercò un erede con rinnovata ossessione. Consultò maghi e alchimisti, sperperò ricchezze in qualsiasi pratica potesse dargli un'altra possibilità. Un figlio che fosse non solo l'erede al trono, ma il segno che il Cielo lo avesse perdonato. Ma non ci fu alcun nuovo erede.

Da allora, la ricerca di un erede riprese con rinnovata e cieca ossessione. Consultò maghi e alchimisti, dissipò ricchezze in ogni rituale che promettesse una seconda possibilità: un figlio che non fosse solo l’erede al trono, ma il segno che il Cielo avesse perdonato la sua ignavia. Ma non ci furono eredi per lui.

Zhao Hede lo chiamò ancora. Nel suo tono non c’era più desiderio né dolcezza, solo stizza e impazienza.

Egli tornò da lei, tornò ad annegare il dolore in quelle passioni che lo avevano reso cieco. E proprio quella notte, nel 7 a.C., Han Chengdi morì.


La Storia: il dramma di Corte e la Crisi Dinastica

La tragica vicenda della dama Cao non fu un episodio isolato, ma il simbolo più eloquente della crisi che logorò gli ultimi anni di regno di Han Chengdi.

Dopo la nascita del figlio delle Dama Cao, la potente concubina Zhao Hede ne ordinò l'eliminazione. La Dama Cao fu rinchiusa e costretta al suicidio, mentre la balia e i servi a conoscenza del fatto furono messi a morte per cancellare ogni traccia.

L'imperatore, dipendente dalle concubine Zhao (le sorelle: 赵合德Zhào Hédé e 赵飞燕Zhào Fēiyàn) e dalla loro influenza, non intervenne.

Questo episodio, insieme alla morte prematura di altri figli avuti da altre concubine, lasciò l'imperatore senza un erede sopravvissuto.

La sua successiva e disperata ricerca di un figlio, consultando maghi e sperperando ricchezze in rituali, divenne una vana ossessione parallela a quella del suo antenato per l'immortalità.

Ma se l’imperatore Wu cercava di afferrare l’ombra della vita eterna, Han Chengdi inseguiva l’ombra di una discendenza che gli sfuggiva, schiacciato dal potere delle Zhao.

La morte improvvisa di Han Chengdi nel 7 a.C. lasciò il trono vacante. Il potere passò a un nipote bambino, l'Imperatore Ai, e la reggenza si consolidò saldamente nelle mani della famiglia di sua madre, i Wang. Questa instabilità creò le condizioni perfette perché, pochi anni dopo, Wang Mang potesse infine usurpare il trono (9 d.C.), ponendo fine alla dinastia Han Occidentale. La storia personale di Han Chengdi, la sua incapacità di garantire un erede e il suo governo debole, fu dunque un anello cruciale nella catena di eventi che portò al crollo della dinastia.


Nomi dei personaggi

Imperatore Cheng degli Han: 汉成帝 (Hàn Chéngdì)

Zhao Hede (la favorita imperiale): 赵合德 (Zhào Hédé)

Zhao Feiyan (sorella di Hede, Imperatrice): 赵飞燕 (Zhào Fēiyàn)

Dama Cao (concubina di rango inferiore): 曹宫 (Cáo Gōng)

Ban Gu (lo storico): 班固 (Bān Gù)

Imperatore Wu degli Han: 汉武帝 (Hàn Wǔdì)

Wang Mang (l'usurpatore): 王莽 (Wáng Mǎng)


Visita la nostra libreria

Visita la nostra libreria
Scopri la nostra raccolta di opere e arricchisci la tua casa con l'antica saggezza cinese.