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金风玉露 jīn fēng yù lù Vento dorato e rugiada di giada

 金风玉露
jīn fēng yù lù
Vento dorato e rugiada di giada

金风玉露 jīn fēng yù lù Vento dorato e rugiada di giada


Carissimi lettori,

forse ricorderete la celebre storia d’amore di cui abbiamo parlato giusto un paio di mesi fa, la leggenda del Bovaro e della Tessitrice. Per chi non l’avesse letta o non la ricordasse ecco il link con la storia: https://chengyugushiitaliano.blogspot.com/2025/08/queqiao-xianghui-incontrarsi-sul-ponte.html

Questa meravigliosa leggenda è all’origine della festa del 七夕Qīxì, la festa del doppio sette o degli innamorati, ma non solo, è legata a uno dei chengyu più belli e poetici della lingua cinese: "金风玉露" (Jīn Fēng Yù Lù), vento dorato e rugiada di giada".

Quest'espressione richiama lo scenario autunnale ed evoca un incontro d’amore breve e prezioso, proprio come quello del Bovaro e della Tessitrice, costretti a incontrarsi solo una notte dell’anno su un ponte di gazze che attraversa la via lattea. La sua origine la troviamo in due poesie del passato:

  • la prima, la più antica, è: “La settima notte del festival di Qīxì, dell'Anno Xīnwèi” di Li shangyin, dinastia Tang;
  • la seconda, forse la più celebre, è: “Immortale al ponte di gazze - sottili nuvole che si intessono per creare l’incontro” di Qín Guān, dinastia Sòng. 

In questo articolo parlaremo della prima poesia, la più antica, scritta da Li Shangyin, nel prossimo invece parleremo della seconda poesia che ha reso celebre questa espressione.


《辛未七夕》唐·李商隐
“Xīn wèi qīxì” táng·lǐshāngyǐn
“La settima notte del festival di Qīxì, dell'Anno Xīnwèi” di Li shangyin, dinastia Tang.

Li Shangyin du il primo poeta ad usare 金风玉露 (jīn fēng yù lù) in una poesia dedicata alla festa del Qixi fu. Questo meraviglioso poeta della tarda Dinastia Tang, che molti probabilmente ricordano da qualche articolo precedente, ha visto la sua vita segnata dall'esilio politico, dal mancato riconoscimento del suo lavoro e soprattutto dalla perdita della moglie, morta molto giovane.

Per Li Shangyi la separazione era una realtà molto dolorosa ed è in questa profonda malinconia che ha preso forma il chengyu 金风玉露 (jīn fēng yù lù).

Ecco la sua poesia: “La settima notte del festival di Qīxì, dell'Anno Xīnwèi” di Li shangyin, dinastia Tang.

恐是仙家好别离,
kǒng shì xiānjiā hǎo biélí,
Forse agli dei amano le separazioni,

故教迢递作佳期。
gù jiào tiáodì zuò jiāqī.
per questo hanno concesso un appuntamento tanto raro e difficile.

由来碧落银河畔,
yóulái bìluò yínhé pàn,
Da tempo immemore il cielo smeraldino costeggia la Via Lattea,

可要金风玉露时。
kě yào jīn fēng yù lù shí.
doveva proprio avvenire al tempo del vento dorato e della rugiada di giada.

清漏渐移相望久,
qīng lòu jiàn yí xiāng wàng jiǔ,
L’acqua della clessidra scorre implacabilmente, a lungo si guardano,

微云未接过来迟。
wēi yún wèi jiē guòlái chí.
le nuvole sono sottili e tardano ad intrecciarsi.

岂能无意酬乌鹊,
qǐ néng wúyì chóu wūquè,
Come è possibile non essere grati alle gazze

惟与蜘蛛乞巧丝。
wéi yǔ zhīzhū qǐ qiǎo sī.
e pregare i ragni per il filo dell’abilità.

In questa poesia Li Shangyin sembra infondere tutte le tribolazioni della propria vita: il dolore della separazione, la precarietà della felicità, la fatalità di un tempo che scorre sempre inesorabile, l’emarginazione e l’arrivismo umano. 

Proviamo per un attimo ad entrare nella mente di Li Shangyin e immaginarci la prosa di questa poesia nella sua mente. 

Pare che gli immortali amino le lunghe separazioni, per questo fissano lontano nel tempo il momento del ritrovarsi. 

Da sempre la via lattea scorre nel cielo eppure ci è dato vivere questo momento solo per un tempo limitato come i colori dell’autunno nel vento che rapidamente svaniscono, o la rugiada verde smeraldo del mattino che scompare al sole.

Così ci guardavamo, mentre la clessidra scandiva quel tempo assieme, mentre anche il cielo o il destino parevano pigri nel volerci unire.

Come si può in tutto questo non essere grati alle gazze che ci hanno unito e pregare invece i ragni affinché ci donino il filo dell’abilità.



一诺千金 yí nuò qiān jīn - Una promessa vale mille in oro

 一诺千金
yí nuò qiān jīn
Una promessa vale mille in oro


一诺千金 yí nuò qiān jīn Una promessa vale mille in oro


All'inizio della dinastia Han Occidentale, viveva un famoso generale del regno di Chu di nome 季布 (jì bù). Di aspetto imponente e elegante, con una voce potente e risonante, la qualità che più ispirava ammirazione era la sua integrità nel mantenere sempre la parola data senza mai venir meno agli impegni.

Per le strade e i vicoli di Chang'an, tutti sapevano: quando Ji Bu prometteva qualcosa, non importavano le difficoltà, avrebbe trovato il modo di mantenerla.

Una volta, una persona si presentò frettolosamente da Ji Bu chiedendo il suo aiuto. Ji Bu sorrise semplicemente e dichiarò con tono fermo: "Bene, ti aiuterò!"

Queste semplici parole riempirono il cuore di quell'uomo di infinita tranquillità. Tornò di corsa a casa tutto entusiasta, raccontando a tutti: "La cosa si farà sicuramente! Perché me l'ha promesso Ji Bu!"

Pian piano la storia si diffuse in tutta Chang'an. La gente comprese che una sola parola di Ji Bu era più affidabile di mille chili d'oro.

Così tra la gente cominciò a circolare una frase lodata da tutti: "Ottenere cento chili d'oro non equivale a ottenere una promessa di Ji Bu".

Da allora, 一诺千金, "Una promessa vale mille oro" divenne il più alto elogio riservato dalla posterità a chi mantiene la parola data. Ci insegna che: l'onestà è la ricchezza più preziosa al mondo, più dell'oro e dell'argento.


Carissimi amici,

questa bella storia preparata da Rui Wen trae origine dalle Memorie dello Storico (史记 Shǐjì) di Sima Qian (circa 145-86 a.C.), opera fondamentale della storiografia cinese da cui abbiamo tratto anche altri racconti. Chi fosse interessato può acquistarla a questo link.

Memorie storiche Edizione integrale Volume 


无用之用 wúyòng zhī yòng L’essere inutile è la sua più grande utilità

无用之用
wúyòng zhī yòng
L’essere inutile è la sua più grande utilità

无用之用 wúyòng zhī yòng L’essere inutile è la sua più grande utilità


Carissimi lettori,

la frase di oggi proviene da un antico racconto dello Zhuangzi, un testo ricco di saggezza che molti di voi, specialmente chi ci segue, conoscono bene.

Questo racconto si addentra nel concetto di utilità, un’utilità sia per le cose del mondo che per gli esseri che lo abitano e sfida la comune idea che siano utili solo le cose che hanno un fine.

Lo Zhuangzi, invece, ci invita ad ampliare lo sguardo, suggerendo che talvolta anche ciò che appare inutile può rivelarsi molto utile. 

Con la sua ironia e profondità, Zhuangzi ci mostra uno spiraglio alternativo in un mondo dove competitività, produttività ed efficienza sembrano obblighi ormai irrinunciabili.

La frase 无用之用 (wúyòng zhī yòng – “l’inutile è utile”) è spesso usata per descrivere attività, condizioni o aspetti della vita che, pur sembrando privi di scopo, possono in realtà rivelarsi di grande valore.

Per chi fosse interessato ad acquistare una copia dello Zhuangzi, ecco il link dove trovarlo: Clicca qui


Il maestro Shi e l'arte dell'inutile (tratto e tradotto da Zhuangzi)

"Il maestro carpentiere Shi si recò nello stato di Qi. Giunto a Quyuan, vide l'albero sacro di Li.

Era così grande da poter ombreggiare migliaia di buoi. Aveva una circonferenza di cento braccia e il solo tronco un'altezza di dieci ren. Aveva rami così massicci che ognuno avrebbe potuto essere scavato per farne una barca.

La folla lo ammirava come fosse in un mercato, ma il carpentiere non gli diede neppure un'occhiata e proseguì senza fermarsi.

Il suo apprendista, dopo averlo osservato a lungo, raggiunse il maestro e disse: "Da quando brandisco l'ascia al vostro seguito, non ho mai visto un albero così magnifico. Perché rifiutate persino di guardarlo e continuate a camminare?"

Il maestro rispose: "Non parliamone! È legno marcio. Se ne facessi una barca, affonderebbe; se una bara, marcirebbe presto; se utensili, si spezzerebbero; se porte, colerebbero resina; se colonne, verrebbero tarlate. È un albero inutile, privo di qualsiasi utilità. Proprio per questo è così vecchio."

Quando il maestro carpentiere Shi tornò a casa l'albero sacro di Li gli apparve in sogno, dicendo: "A cosa mai mi stai paragonando? Forse mi confronti con gli alberi ornamentali? Guarda i meli cotogni, i peri, gli aranci, i pompelmi e gli altri alberi da frutto: quando i loro frutti maturano, vengono spogliati, umiliati, con i rami grandi spezzati e quelli piccoli strappati.

È proprio la loro abilità nel produrre quei frutti a rendere tanto amara la loro esistenza.

Così non completano il loro naturale termine di esistenza, ma giungono a una fine prematura a metà del loro tempo, attirandosi addosso la distruzione. Così come è per tutte le cose una volta utilizzate. Tutte le cose seguono questa logica.

A lungo ho cercato di capire come mai fossi così inutile, e più volte sono quasi morto per lo sforzo di questa ricerca. Perché questi rami curvi e ricurvi, inutili per un qualsiasi attrezzo? Perché non do alcun frutto da poter mangiare? Perché il mio legno è così poco resistente, inutilizzabile per una qualsiasi costruzione?

Ma ora ho imparato, ho imparato che è l’inutilità la mia più grande utilità.

Se fossi stato utile, avrei mai potuto crescere così maestoso?

Inoltre, tu ed io siamo entrambi cose della natura: con quali diritto una cosa della natura dovrebbe giudicarne un’altra?

Come puoi tu, uomo inutile, comprendere me, un albero inutile?"

Il carpentiere si svegliò e ripensò a quel sogno, e quando l'apprendista chiese al maestro:

"Se questo albero cerca così ostinatamente l'inutilità, perché allora serve come albero sacro?"

"Stai zitto", fu la risposta del maestro, "e non dire una parola. È semplicemente cresciuto qui; e quindi chi non lo conosce non ne parla male come di una cosa malvagia. Se non fosse usato come albero sacro, correrebbe il rischio di essere abbattuto? Inoltre, la logica con cui viene conservato è diversa da quella con cui vengono conservate le cose in generale; non è forse fuori luogo spiegarlo con il sentimento che hai espresso?"